Raymond Barre, a lungo sindaco di Lione e primo ministro sotto la presidenza di Valery Giscard d’Estaing, soleva citare questa frase di Édouard Herriot: «La politique, c’est comme l’andouillette, ça doit sentir un peu la merde, mais pas trop!» («La politica è come la trippa: deve puzzare un po’ di merda, ma non troppo»). Con l’affare Epstein abbiamo oltrepassato il livello della diarrea.
Sesso, denaro e potere sono tre componenti della chimica umana con una forte tendenza a mescolarsi e formare una lega solidissima, cui Jeffrey Edward Epstein ha dato una dimensione globale. Fornire prestazioni sessuali in cambio di denaro, da investire in speculazioni attrattive per vecchi e nuovi clienti, sempre più ambiziosi – e quindi ricattabili – di salire nella scala del potere, è la base del mestiere di qualunque magnaccia. Jeffrey Edward Epstein ci ha aggiunto: di posizionarsi subito nella fascia alta della società; di estendere la rete oltre i confini delle nazioni e dei continenti; di costruire la sua propria assicurazione con un immenso archivio multimediale.
L’apertura dei sigilli di quell’archivio ha inondato il mondo del suo nauseabondo liquame: non c’è élite – nella politica, nella finanza, nello show-business − che ne esca indenne. Persino colui che ha ordinato di pubblicare, Donald Trump, è onnipresente nei loschi traffici. Una contraddizione solo apparente, per due ragioni: se in tutto il mondo sono tanti i potenti scandalosi, lui non è più il diverso; diffondere lo stigma delle élite corrotte, viziose, immorali, fertilizza il terreno per tutti i populismi, a cui piace il/la despota forte che comanda, e chissenefrega di come vive.
In questo, l’affare Epstein parla anche di noi, del nostro immaginario politico, del profilo che vorremmo per chi sale al potere. L’epoca in cui si esigeva competenza, moralità e conformismo dei costumi – tre qualità indissociabili – è definitivamente tramontata con la contestazione degli anni ’60. Se prima era impensabile che una persona dichiaratamente omosessuale accedesse a una posizione di potere (in politica, in economia, nello show-business), la rivoluzione culturale del ’68 ha sgretolato l’esigenza di conformismo nei costumi. A lungo il criterio di moralità è rimasto decisivo nell’opinione pubblica per accettare l’autorità, a costo di avere sovente messo in riserva quello di competenza, con conseguenze che si pagano care e a lungo. Ricordo un tassista romano che, a un mio commento sulla sporcizia delle vie capitoline dove i cassonetti vomitavano spazzatura su strade e marciapiedi, rispose: «Con un sindaco ladro si può fare un’inchiesta e fargliela pagare, ma con uno incapace… che ce potemo fa?» (parlava di Virginia Raggi). Il populismo odierno ci spinge a un livello ancora inferiore, dove non importa quanto malvagia, ignobile, avida, corrotta sia la persona che ha il potere purché io ne tragga un beneficio materiale immediato. Cui si aggiunge il fascino per la prepotenza della forza sul diritto, la legalità, la giustizia, per una sorta di darwinismo sociale dove i deboli sono condannati a subire. Per rendersene conto basta osservare il fascino che esercitano personaggi come Putin, Trump, Xi Jinping, Erdogan, non solo negli elettori di destra ma anche in quelli di sinistra.
Per nostra fortuna funzionano ancora, nelle nazioni d’Europa, istituzioni che sapranno fare il vaglio, nella marea nera dei documenti Epstein, tra fatti delittuosi e frequentazioni inappropriate. Teniamocele strette e sosteniamole nel loro prezioso lavoro. La separazione dei poteri e l’indipendenza dell’informazione sono costitutive della vera democrazia, che oggi sopravvive, minacciata, in questo piccolo zoo del pianeta che è l’Unione Europea.
Nella foto una statua costruita dagli attivisti per protestare contro l’amicizia tra Trump e Epstein.





