Questa è la seconda di tre puntate di una inchiesta sul settembre 26 in Francia; la prima è pubblicata qui.
La manifestazione di studenti e gilet jaunes del 17 ottobre 2026 ha segnato, a causa dei saccheggi che l’hanno accompagnata e seguita, il quasi totale oscuramento delle rivendicazioni dei liceali. I temi portati in piazza dal movimento sono scomparsi nella marea di polemiche sull’ordine pubblico, argomento funzionale a qualunque candidato alle prossime presidenziali francesi, e in particolare ai due, dell’estrema destra e sinistra, largamente davanti nei sondaggi. Invece, quelle rivendicazioni avevano il merito di riportare in primo piano il tema della scuola, della sua centralità per l’evoluzione della società e la costruzione dell’avvenire dei nostri giovani. I liceali del settembre ’26 chiedono di studiare in migliori condizioni, come lo chiesero i loro nonni all’inizio del maggio’68.
Aule roventi e bilanci stretti
Vale dunque la pena di riprendere alcune delle rivendicazioni, presentate nel documento Dieci misure urgenti pubblicato dall’Union Étudiante.
Al primo posto troviamo la richiesta di un piano d’investimenti per modernizzare l’edilizia scolastica. La critica principale alla situazione attuale si concentra sull’inadeguatezza delle scuole alle nuove condizioni climatiche dovute al riscaldamento del pianeta. In pratica i liceali hanno sofferto il caldo rovente dell’estate 2026, dall’ultima settimana di maggio fino alla fine dell’anno scolastico, la prima settimana di luglio. Occorre ricordare che in Francia l’età media degli edifici scolastici è di 40 anni, che ancora fino a 15 anni fa si costruivano edifici con sole finestre basculanti (per ragioni di sicurezza), che paradossalmente non sono i licei antichi a soffrire della mancanza di aria condizionata (grazie allo spessore dei muri e alle finestre a battente), che il riscaldamento globale ha una curva di crescita esponenziale. La sola regione Île de France investe annualmente mezzo miliardo di euro nell’edilizia scolastica, riuscendo a rinnovare il 30% del parco scuole in un quinquennio. Anche mantenendo questo ritmo di investimenti, per dotarle tutte di aria condizionata ci vorrebbero non meno di quindici anni. Un ritmo che rischia di essere insostenibile in un paese dove il deficit dello stato ha raggiunto il 5,4% del Pil e il debito pubblico il 119% del Pil. È possibile immaginare un’altra soluzione, da mettere in parallelo agli investimenti, per alleviare il disagio degli studenti?
Me ne viene in mente una che non richiederebbe nessun investimento: riformare il calendario scolastico. In Francia, un anno scolastico è composto da trentasei settimane di scuola e sedici settimane di vacanza, incluse le vacanze estive di otto settimane e quelle di Ognissanti, Natale, inverno e Pasqua, di due settimane ciascuna. In pratica dal 1° settembre al 7 luglio gli studenti francesi hanno due settimane di vacanze ogni cinque di scuola. Si potrebbero sopprimere sei, delle otto, settimane di vacanza nel corso dell’anno scolastico e attaccarle alle vacanze estive. In questo modo la scuola terminerebbe a metà maggio, evitando i mesi canicolari.
Stranamente nessuno ha avanzato una simile proposta, sebbene ogni anno si discuta sulle possibili riforme del calendario scolastico e ogni cinque anni una riforma, accompagnata da furiose polemiche, introduca… qualche minimo ritocco. Il fatto è che nessuno vuole cambiare abitudini, né gli insegnanti, né i genitori, né gli studenti. Anzi, questi ultimi hanno messo al terzo posto delle loro rivendicazioni un alleggerimento dei ritmi scolastici, giudicati troppo stressanti, e la richiesta di 1h30 (invece dei 30 min. attuali) per la pausa pranzo. Dobbiamo amaramente constatare che, ancora una volta, confrontati alla catastrofe climatica che minaccia la nostra stessa sopravvivenza, preferiamo (adulti e adolescenti) spendere di più, specie i soldi dello stato, piuttosto che cambiare le nostre abitudini.
Al secondo posto della lista di misure urgenti troviamo la richiesta di un massiccio piano di assunzione di personale educativo. Oltre a un maggior numero di insegnanti (ricordiamo che nell’insegnamento secondario francese la media per classe è di 30 allievi, con punte di 35), i liceali chiedono che ogni 500 allievi vi sia un/a infermiere/a, un/a psicologo/a e un/a consigliere d’orientamento. La richiesta rivela la preoccupazione di ottenere un’alta qualità di insegnamento, generalizzata a tutte le scuole, per superare le attuali diseguaglianze tra scuole “buone” e scuole “per gli altri”. Si scontra tuttavia con le proiezioni demografiche, che indicano una perdita di 1,7 milioni di studenti nei prossimi anni, a causa del calo delle nascite. La decrescita (-15%) si tradurrà naturalmente in 5 allievi in meno per classe nel 2035, portando la media a 25. Un piano massiccio di assunzioni oggi avrà come inevitabile conseguenza il blocco de turn-over più tardi, o, detto altrimenti, la drastica riduzione dei concorsi per personale educativo nel resto del decennio. È bene esserne consapevoli.
Parcoursup e la nostalgia del sorteggio
Veniamo alla richiesta che più frequentemente ha occupato gli striscioni degli studenti: l’abolizione di Parcoursup. Il termine designa la piattaforma creata dal Ministero dell’Educazione francese nel 2018, destinata alla raccolta delle domande di ammissione e alla gestione delle assegnazioni all’istruzione superiore (cioè a tutti i percorsi di istruzione terziaria, con la sola eccezione delle Grandes Écoles). Prima di Parcoursup le accademie (università, accademie d’arte, conservatorii, Its), quando ricevevano più domande dei posti disponibili, tiravano a sorte gli studenti da accogliere. Con Parcoursup il/la liceale, a partire dal secondo semestre del penultimo anno, deve cominciare a iscriversi e alimentare il suo profilo con i voti – fino a quelli del secondo trimestre dell’ultimo anno −, la lettera di motivazione, le esperienze e gli interessi extracurricolari, la pratica sportiva o artistica o di volontariato, ed eventuali altre informazioni che ne qualifichino il profilo. Gli si chiede di indicare fino a dieci preferenze, senza tuttavia ordine di priorità. L’algoritmo della piattaforma utilizza i dati del profilo degli studenti per proporre a quelli che hanno espresso meno preferenze delle dieci disponibili anche altre accademie che potrebbero interessarli. A partire dal terzo trimestre dell’ultimo anno di liceo le domande dei candidati vengono trasmesse alle accademie (fino a dieci accademie per ciascuno) le quali utilizzano i propri specifici algoritmi per la loro selezione. Nella prima settimana di giugno in media 80% dei candidati riceve almeno una proposta, e un ulteriore 10% viene accolto entro fine giugno con il ripescaggio nei posti non occupati perché rifiutati da altri. Le critiche a Parcoursup si concentrano sulla durata del processo, la natura ansiogena, la sovraponderazione dei voti, e l’opacità degli algoritmi. Nelle interviste si sente dire: «Quando si tirava a sorte c’era meno stress»; «Prendere in conto i voti è classista perché favorisce i figli di buona famiglia»; «Uno/a può andare male al liceo, ma impegnarsi all’università»; «La maturità deve garantire l’accesso alla laurea breve, che deve garantire l’accesso a un master, e per questo vogliamo 250.000 posti supplementari in tutta l’istruzione superiore».
Credo ci sia consenso nel desiderare che la società di domani sia composta da futuri cittadini con un livello medio di istruzione più elevato. Mi sembra pericoloso, però, illudere gli studenti con una scala mobile automatica (dalla maturità alla laurea breve al master fino… all’impiego garantito?), totalmente improbabile nello scenario che si apre con la rivoluzione dell’IA. Mi preoccupa una generazione stressata da un processo di scelta strutturato perché dura 18 mesi, e che preferirebbe affidarsi alla sorte. Con tutti i difetti della piattaforma, che certamente vanno corretti, la percentuale di studenti delle accademie (il cui numero non ha smesso di crescere) che hanno terminato con successo il loro ciclo di formazione è passata da 42% a 52% (dati 2024, cioè sei anni dopo l’introduzione di Parcoursup). Vogliamo veramente tornare a chiedere agli insegnanti del primo anno dell’istruzione superiore di stangare il 30% delle matricole?
Infine, sul tema dell’impegno nello studio, mi permetto un ricordo personale. Il primo giorno di ginnasio nella sez. A del Liceo D’Azeglio di Torino, l’insegnante di lettere (e latino e greco, cioè 50% dei voti pesanti in pagella), finito l’appello, con voce pacata ci ricordò che «frequentare il liceo non è obbligatorio; chi non se la sente di studiare può restare a casa».






