«Noi abbiamo arrestato la guerra fredda. E ora gli altri la fanno da vincitori e ci trascinano nel fango. È ora di fermarsi, per quanto difficile sia. Anche in Russia il revanscismo è risorto e il prossimo presidente sarà più nazionalista»
(intervista di Michail Gorbachov a Repubblica, 21 aprile 1999)
In questi giorni viene in mente Don’t Look Up – il film di Adam McKay candidato a quattro Golden Globe nel 2021 – in cui una grande cometa sta entrando in collisione con il nostro pianeta nella generale indifferenza dei suoi abitanti e dei governi. Ma anche l’ultimo film di Liliana Cavani – L’ordine del tempo del 2023 – in cui un asteroide sta precipitando sui protagonisti, che lo attendono sgomenti, disorientati, impotenti. Metafore che potevano alludere alla pandemia o al cambiamento climatico, ma che oggi si è tentati di riferire alla guerra incombente tra la Russia e la Nato, se vogliamo prendere sul serio le recenti dichiarazioni del ministro della difesa tedesco Pistorius: «Quella che abbiamo appena trascorsa potrebbe essere stata l’ultima estate di pace in Europa», anche se – aggiunge − la maggior parte degli analisti ritiene che il conflitto su larga scala esploderà tra il 2028 e il ’29. D’altronde, i segnali sono molti: dalla costruzione dei bunker al ripristino della leva, dalla preparazione dei kit di sopravvivenza alla militarizzazione delle scuole. Ma la svolta epocale consiste nel Grande Riarmo e nella transizione accelerata all’economia di guerra.
Prigionieri di un paradosso
Sta prevalendo il “paradosso della sicurezza” ultimamente richiamato alla memoria dallo storico Alessandro Barbero con riferimento agli anni che precedettero la prima guerra mondiale. Funziona in questo modo: più io mi armo perché non mi sento sicuro, più tu sei indotto a sentirti insicuro e armarti. E il circolo vizioso procede fino alla deflagrazione (anche incidentale) del conflitto: che poi, una volta iniziato, non può che ampliarsi e andare ben oltre le aspettative.
Nel caso specifico, cos’è successo? In Unione Sovietica c’è stato Gorbaciov: ma non c’è stato un Gorbaciov in Occidente, che avesse il medesimo coraggio di uscire dalla logica esclusiva dei rapporti di forza. Ben presto i paesi dell’Est, che non avevano un buon ricordo né dell’impero degli Zar né del Patto di Varsavia, si sono dettI: «Considerato che a Mosca non c’è più Gorbaciov e la situazione potrebbe peggiorare, ci sentiremmo più sicuri nella Nato». I paesi già membri della Nato si sono espressi a favore della loro ammissione per almeno due ragioni: la prima – detta e ridetta – era il sostegno alla loro libertà e democrazia, la seconda – taciuta – era la modifica degli equilibri geopolitici a vantaggio dell’Occidente e a danno della Russia. Dopodiché quest’ultima – quando si è trovata di fronte un’alleanza militare che era passata da 16 a 30 membri e prometteva ulteriori espansioni – a torto o a ragione ha sentito minacciata la propria sicurezza e ha reagito violando la legalità internazionale con l’annessione della Crimea e con l’invasione del territorio ucraino. La qual cosa ha allarmato gli europei portandoli infine alla decisione di investire somme gigantesche – ottocento miliardi − per il potenziamento dei loro eserciti e delle loro capacità militari. Decisione cui è già seguita un’ulteriore impennata della spesa militare della Russia, salita dai 109 miliardi del ’23 ai 166 attuali.
E poi? Poi basterà un incidente, costruito o accidentale. Sempre più probabile, comunque, per una ragione molto semplice. A mano a mano che s’impone l’idea della continua escalation e dell’inevitabilità dello scontro, da entrambe le parti sorge l’interrogativo sui tempi: e può apparire conveniente giocare d’anticipo per approfittare del momento favorevole, confidando nel ‘primo colpo letale’. In questo modo – come avvertiva l’estate scorsa un editoriale di Limes (n. 8/2025) – «siamo tutti finiti prigionieri delle nostre narrazioni. Non sappiamo come liberarcene. Se non ci riusciremo, scopriremo di essere in guerra mondiale quando vi saremo già dentro».
Che altro fare?
Certo, chi resta assolutamente convinto di possedere tutte le ragioni e che dall’altra parte non vi sia altro che il torto, continuerà a ripeterci che per fare pace bisogna essere in due e che con certi interlocutori è impossibile una ‘pace giusta’. Ma dovrebbe essere consapevole delle conseguenze che ne derivano e dichiarare con onestà e lucidità – adesso, e non quando sarà troppo tardi – sin dove ritiene ragionevole spingersi su questa strada. (E non nascondere gli effetti della guerra: chi ha mai visto – censura bipartisan – gli ospedali russi o ucraini pieni di soldati agonizzanti o mutilati?)
Altrimenti? Altrimenti – ma non se ne vede il segno − sarebbe quanto mai urgente invertire la rotta, almeno cominciando da piccoli passi. Magari da una de-escalation verbale e da qualche gesto simbolico in controtendenza, che anche tra l’Europa e Mosca agevoli una graduale ripresa del confronto diplomatico. Per muoversi nell’orizzonte della «pace disarmata e disarmante» di papa Leone, che è l’unica alternativa all’ingannevole paradosso della sicurezza.
«Disarmata», perché capace di frenare e fermare – anche con passi unilaterali – la corsa verso gli armamenti. Ma al tempo stesso «disarmante»: perché se cessi di imitare il tuo avversario, se esci dalla logica di guerra e ne interrompi la spirale, qualcosa può cominciare a cambiare in direzione di un dialogo, o almeno di una coesistenza. E altre voci si faranno sentire anche altrove, perché a suo modo anche il bene – come il male – è contagioso.
Una scommessa, dirà qualcuno. Ma assai meno folle che scommettere ogni giorno di più sulla fatalità di una guerra devastante nel nostro continente. Come stiamo facendo, con l’incoscienza rassegnata di Don’t Look Up.





