Da qui si doveva cominciare: il cielo.

Finestra senza davanzale, telaio, vetri.

Un’apertura e nulla più,

ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,

né alzare la testa,

per osservare il cielo.

L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.

Il cielo mi avvolge ermeticamente

e mi solleva da sotto.

Perfino le montagne più alte

non sono più vicine al cielo

delle valli più profonde.

In nessun luogo ce n’è più che in un altro.

La nuvola è schiacciata dal cielo

inesorabilmente come la tomba.

La talpa è al settimo cielo

come il gufo che scuote le ali.

La cosa che cade in un abisso

cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciose,

infuocate ed eteree,

distese di cielo, briciole di cielo,

folate e cataste di cielo.

Il cielo è onnipresente

perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio il cielo, evacuo il cielo.

Sono una trappola in una trappola,

un abitante abitato,

un abbraccio abbracciato,

una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra

non è il modo appropriato di pensare a questa totalità.

Permette solo di sopravvivere

a un indirizzo più esatto,

più facile da trovare,

se dovessero cercarmi.

Miei segni particolari:

incanto e disperazione.

(Wisława Szymborska, «Il cielo»in La gioia di scrivere, Adelphi 2009, pp. 493-95)

Si può parlare in molti modi del divino, anche senza nominarlo. Il che è spesso un guadagno in termini di pudore (il proprio) e di rispetto (altrui). Il cielo – come noto – rimanda tradizionalmente e biblicamente a Dio, ma se in questa poesia di Wislawa Szymborska assuma un significato preciso non è dato sapere: si tratta di un’allusione e tale ritengo vada mantenuta. Per questo la terrò sullo sfondo, come una possibilità da accogliere o ricusare.

L’io poetico è immerso in una visione-percezione celeste, in quanto dotato di un’apertura interiore che rende superflue finestre o varchi dai quali sporgersi e osservare. Il cielo è dietro, sottomano, sotto pelle, sulle palpebre, avvolge e solleva. Inutile allora alzare il capo all’insù: il cielo infatti è ovunque. Così le montagne (luogo teofanico per eccellenza) non hanno alcun vantaggio rispetto alle valli, per quanto profonde queste possano essere. Altezze e abissi, il grande (distese di cielo) e il piccolo (briciole di cielo): in tutto il cielo è ugualmente presente e parimenti vicino. Metafore comprese, anzi soprattutto nelle metafore dalle molte coloriture, che parlano del cielo in modi terreni e terrestri (essere al settimo cielo… da cielo a cielo), non necessariamente sublimi (talpe, gufi, cose che cadono).

Lo stile di Szymborska, ironico e sagace, è sempre inconfondibile, ma forse è tanto più riconoscibile nella scelta di associazioni inattese: in qualunque forma si presenti la materia celeste (distese, briciole, folate e cataste), una pioggia di aggettivi arriva a definirla (friabili, fluenti, rocciose, infuocate ed eteree). Declinati in parte al maschile e in parte al femminile, non sono evidentemente compatibili. Il loro senso va piuttosto colto nell’accumulo e persino nel senso di stordimento che tale somma di caratteristiche può suscitare nel lettore. Un modo per dire che tutto è cielo o che tutto può esserlo, a condizione di provare a immaginarlo (perfino il buio sotto la pelle).

Procedendo nell’incremento del paradosso, il cielo compone di conseguenza la stessa materia organica dell’io-poetico, che mangia ed evacua cielo, evolvendosi nell’antitesi tra un senso di assedio (Sono una trappola in una trappola) e uno di benevolenza (un abbraccio abbracciato). E se il cielo è ovunque e comunque, l’umano abitante abitato trova il proprio posto a un indirizzo esatto e facile da trovare. Questo non significa che l’onnipresenza (o la totalità) annulli le difficoltà, perché il modo in cui si può sopravvivere in una tale pervasività è ancora una volta dato in un contrasto irriducibile del sentire, con cui l’io-poetico descrive se stesso lapidariamente nell’ultimo verso: incanto e disperazione.

Temi immensi in un linguaggio non elaborato

In occasione della consegna del Premio Nobel nel 1996 Szymborska pronuncia un discorso nel quale ci restituisce la versione “narrativa” dei suoi testi poetici: «Dicono che la prima frase di un discorso sia sempre la più difficile. Ecco, io me la sono appena lasciata alle spalle…». E se questo è l’incipit, nel seguito continua con l’arte dell’indugio, a partire dall’impossibilità di dirsi poeti: «Il poeta di oggi è scettico e diffidente […]. In pubblico non dichiara volentieri di essere un poeta – come se un po’ se ne vergognasse. […] nella vita quotidiana fanno poco o nulla per distinguersi dalle altre persone”. Il poeta poi non sarebbe dotato di fotogenicità, risultando una figura ben poco interessante agli occhi di cineasti e narratori. Chi vorrebbe mai raccontarne la storia? − “Un uomo seduto al tavolino, o sdraiato su un divano, tiene lo sguardo fisso al soffitto o su una parete, di tanto in tanto scrive sette versi, dopo un quarto d’ora ne cancella uno, e di nuovo passa un’ora senza che accada nulla… Chi resisterebbe a guardare una cosa simile?».

Ed è ancora in negativo che tenta di definire quel carattere tipico della scrittura poetica che chiamiamo ispirazione: «È difficile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo”. Ma è proprio qui che arriva la parte più interessante, perché − al pari degli studiosi della Bibbia che stanno aprendo il concetto in direzione dialogica (il testo biblico è ispirato e ispirante nel dialogo che il testo intrattiene con il lettore) – Szymborska sostiene che quando le chiedono di parlarne, lei risponde che «l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti. C’è, c’è stato, ci sarà sempre un certo gruppo di persone visitate dall’ispirazione. Sono tutti quelli che consapevolmente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Possono essere medici, pedagoghi, possono essere giardinieri o fare ancora centinaia di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un piacere ininterrotto, se soltanto riescono a scorgervi una sfida sempre nuova. Nonostante le difficoltà e le sconfitte la loro curiosità non viene meno. Ad ogni problema risolto si alza uno sciame di nuove domande. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante non so».

Come noi, Szymborska è ben consapevole che anche «i carnefici, i dittatori, i fanatici, i demagoghi» scelgano il loro mestiere e lo svolgano con “zelo creativo”. Ma appunto a suo avviso la differenza sta nel modo in cui ha scelto di definire il concetto di ispirazione perché, diversamente dai poeti, «loro sanno. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non vogliono sapere nient’altro, perché ogni nuova scoperta potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere che non suscita nuove domande diventa in breve tempo cosa morta, perde la febbre che anima la vita. Nei casi più estremi, che ben conosciamo dalla storia passata e recente, è persino capace di essere un pericolo mortale per la società». E quanti figuranti del panorama attuale sfilano davanti ai nostri occhi mentre leggiamo le sue parole!

In questo sta la sua grandezza, il suo lavoro sulle parole e con le parole che la accomuna agli altri poeti, ma che in lei assume un carattere nuovo, come spiega Roberto Saviano che ha contribuito alla notorietà di Szymborska in Italia, dedicandole un intervento a Che tempo che fa il 6 febbraio 2012: «È una poetessa che rimette al mondo le parole, le rigenera, le ricostruisce. Nei suoi versi incontri tutte parole che già conosci, sensazioni che hai provato, ambienti che hai visto mille volte; solo che, come fa Mozart con la musica, la leggi sul pentagramma e ti sembra tutto lineare, poi l’ascolti e scopri l’universo».

Le sue parole acquistano freschezza, vita nuova e rinvigorita. Szymborska infatti parla di temi immensi in un linguaggio non elaborato, ma al contrario quotidiano e giocoso. La leggerezza è sua cifra stilistica, non senza delicatezza, attenzione partecipe, compassione. Per cogliere il suo genio poetico, secondo il poeta polacco Jaroslaw Mikolajewski, è necessario abbinare l’intuizione immediata alla fatica di dar un nome gioioso e leggero alle cose («L’istinto della sorgente» in La vita a volte è sopportabile, Casagrande 2013, p. 54).

Prima e dopo il Nobel (e Saviano)

Prima del Nobel Szymborska non era nota in Italia, al pari del connazionale Czeslaw Milosz che aveva ricevuto lo stesso riconoscimento nel 1980 (negli anni di Solidarność). Neppure il discorso di apertura del primo Salone del Libro di Torino (nel 1988) dello scrittore russo Iosif Brodskij aveva riscosso una maggiore eco, discorso in cui lodava la poesia polacca di Zbigniew Herbert, di Milosz e appunto di Szymborska, in quanto suoi massimi esponenti.

Oggi, a poco più di un decennio dalla morte, dobbiamo invece constatare il fenomeno opposto, già che non è infrequente trovare i suoi versi, come è il caso di una canzone di Jovanotti, Buon sangue con passaggi tratti da Nulla due volte, o di un brano che Vecchioni le ha dedicato. Al cinema in Cuore sacro di Ferzan Özpetek cade un suo libro di poesie dalla borsa di una ladra, e suoi versi compaiono in una delle avventure di Montalbano (Il metodo Catalanotti). Al festival di Salsomaggiore del 2012 Licia Maglietta ha letto le sue poesie per oltre un’ora e persino Umberto Eco ha letto un suo testo all’università di Bologna, rivelando nel finale la sua passione per l’autrice.

Un entusiasmo non consueto per l’universo poetico tiene la sua opera in una considerazione che merita qualche riflessione. Seppur adottando un linguaggio non elaborato, i suoi temi sono tutt’altro che semplici, come facilmente si nota sfogliando la raccolta La gioia di scrivere (Adelphi, 2009): Notte (Ma Isacco, padre catechista, / cosa ha mai combinato?), Riabilitazione (Mi valgo del diritto dell’immaginazione / e per la prima volta in vita evoco i morti), All’ospizio (si acconcia il capo e il fazzolettino – / con tre figli in cielo, che uno faccia capolino?), Sotto una piccola stella (Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità. / Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio), Grande numero (Quattro miliardi di uomini su questa terra, / ma la mia immaginazione è uguale a prima. / Se la cava male con i grandi numeri. / Continua a commuoverla la singolarità), Un parere in merito alla pornografia (Non c’è dissolutezza peggiore del pensare. / Questa licenza si moltiplica come gramigna / su un’aiuola per le margheritine), La fine e l’inizio (Dopo ogni guerra / c’è chi deve ripulire. / In fondo un po’ d’ordine / da solo non si fa), L’odio (Guardate com’è sempre efficiente, / come si mantiene in forma / nel nostro secolo l’odio)… e potrei continuare a lungo, perché in ogni poesia ci si imbatte nella meraviglia rinnovata di scoprire un modo in cui si può parlare delle cose che non ci era ancora venuto in mente (perché evidentemente non siamo dotati di sufficiente immaginazione!).

Che siano l’ironia e la leggerezza a catturare in lei è possibile; più probabile il fascino dell’insolito, quella scrittura sempre allegra e disinvolta (come quando parla del modo in cui un gatto possa percepire la morte del suo padrone in Un gatto in un appartamento vuoto), che invita alla lettura invece di dissuaderla – come più spesso la poesia riesce a fare, suo malgrado, e non certo per desiderio masochistico di ermetismo. In ogni poeta e poetessa la ricerca dell’espressione giusta è il risultato di un equilibrio di musicalità e significati che dopo lunga gestazione trova infine la sua forma. Peraltro in Szymborska lo stile non è il frutto di un tempo storico facile e aproblematico, manco ne fossero mai esistiti, ma potremmo dire che ne è a suo modo la reazione. Vissuta in Polonia, tra il 1923 e il 2012, aderisce inizialmente al partito comunista dal quale presto prende le distanze, non senza subirne la censura e non senza aver fatto autocritica del proprio coinvolgimento; fonda quindi in seguito l’Associazione degli scrittori polacchi che riunisce l’opposizione degli intellettuali e riceve vari premi internazionali fino al Nobel così motivato: «per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà».

Non sappiamo se Il cielo alluda al divino, forse semplicemente non lo esclude. La sua visione della realtà è aperta e accoglie anche le nostre prospettive. Ma mi piace pensare a lei nel novero del Calcolo elegiaco, «Rimessi a un infinito / (se non diverso) silenzio. / Intenti solo a quello / (se solo a quello) / a cui li costringe l’assenza».