Li ho visti spesso davanti al supermercato, sorridenti e gentili, in cambio di un euro aiutavano a riempire le borse e a riporre i carrelli. Fratelli gemelli, li confondevo spesso. «Buongiorno capo, ciao». «Allora tuo fratello è sempre a Berlino?». «No, sono io, sto qui qualche giorno, poi lascerò per sempre l’Italia e a Berlino sposerò la mia compagna e curerò il nostro bimbo di un anno mentre lei lavora e ha già il permesso di soggiorno». Si esprime con difficoltà e io non sono proprio a mio agio con il suo inglese. «Aspetta», mi dice, e incide sullo smartphone alcune frasi che vengono tradotte all’istante in perfetto italiano, mentre parole inglesi e tedesche galleggiano tra noi: Name, nächste Woche, wedding… Ripenso a quella norma del “decreto sicurezza” che voleva vietare l’acquisto di schede per smartphone a chi non avesse regolare permesso di soggiorno. Non so se sia in vigore, spero di no. Il testo è illeggibile, tutto pieno di richiami e riferimenti ad altre norme (è la semplificazione normativa). Comunque una vera carognata, per usare un eufemismo!

«Allora», dico, «occorre un piccolo regalo di nozze» ed estraggo una banconota. «Con questo tu diventi il Capo n. 1». È il ritratto della felicità e mi abbraccia con sincero affetto. Ci lasciamo: «Non mi sono trovato male qui a Torino, sai, ma il mio futuro ormai è a Berlino, ciao Capo!». Non saprò mai il suo nome, né lui il mio, un semplice incontro tra due esseri umani. “Capo” è il termine abituale con cui il nero immigrato interpella il bianco, da secoli. Mi ricordo di Dario Oitana che raccontava, di ritorno da Bujumbura, Burundi: «Quando scendi dal pullman pensi ‘vado subito all’ombra’ ma drammaticamente ti accorgi di essere già all’ombra… e incontri una lunga fila di venditori di cinghie che ti apostrofa cosi: «Sef (chef) v’ai hippopotame!!», saltando quasi la erre. E ripenso a un altro elemento basilare della mia modesta cultura francofona, subito dopo Simenon: Asterix, in cui gli autori Uderzo e Goscinny spesso rappresentano gli indomiti resistenti capeggiati da Obelix e compagni a caccia di pirati. Questi ultimi sono bianchi, ma c’è un nero sulla coffa che avvista i nostri eroi: «navi’e à babo’d», con la stessa difficoltà a pronunciare la erre. Un piccolo, garbato avanzo di razzismo. Inutile dire che la nave dei pirati finisce sempre in frantumi…

Il 4 novembre ero in montagna. Ho messo il mio cappello alpino, cui sono sinceramente affezionato e ho partecipato al ricordo dei caduti, davanti alla caserma, a pochi passi da casa. Per molti anni non mi sarei mai sognato di fare una cosa simile. Mi convinse Cesare Alvazzi, comandante partigiano a 18 anni sulle montagne circostanti: «Guarda che sbagli, questi sono nostri fratelli maggiori, a cui, come ricorda Primo Levi, toccò in sorte quel tempo − un tempo infame». Così andammo insieme per più di 15 anni, fin quasi alla sua morte, avvenuta nel 2023. Un anno Cesare se ne era dimenticato, era a Torino, si fiondò in auto superando ogni limite di velocità e riuscì ad arrivare quasi puntuale.

Un cubo, sormontato da una croce di cemento, porta incisi sui lati verticali gli 80 nomi dei caduti. 65 nella prima guerra e 15 nella seconda, compresi i partigiani. Molti i cognomi uguali, quasi un morto per famiglia. C’è un secondo monumento dedicato, in maniera anonima, ai resistenti: un magnifico blocco di granito grezzo su cui è scritto: «Morirono perché tu potessi vivere in libertà».

Presiede il rito un generale due stelle, se ben ricordo gen. di divisione. Attenti, silenzio fuori ordinanza con relative stecche del trombettiere, corona d’alloro, riposo. A questo punto viene data lettura di ogni nome, cui si prega di rispondere: «Presente!». Apprezzo la memoria nominativa ma, con un certo imbarazzo, vivo un che di mezzo tra un raduno di nostalgici e le litanie che concludono i rosari.

«Abbiamo ricordato tutti coloro che nel 15/18 e nel 40/45 furono privati della vita che avrebbero avuto il diritto di vivere». Sobrie e significative le parole del generale, non un cenno al solito viscido patriottismo, tornato di moda. Ci si affretta alle auto che porteranno alle altre lapidi nelle attuali frazioni che un secolo fa erano comuni autonomi. Affianco il generale che avevo già salutato nel 2024. «34° corso Allievi Ufficiali, gennaio 1964, Scuola Militare Alpina di Aosta… Credo di essere il più vecchio». «Penso proprio di sì», mi risponde, «allora io facevo la prima elementare…». Un sorriso, una stretta di mano e un arrivederci al prossimo anno. Anche i generali hanno un’anima, talvolta.