Commento al vangelo della 32ª domenica; Matteo 25,1-13 (1Tessalonicesi 4,13-18)
Solo un cenno alla seconda lettura: «Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore… verremo rapiti insieme con loro (cioè coi morti risorti) nelle nubi, per andare incontro al Signore in aria/in alto rimanendo sempre con lui» (1Ts 4,15.17); come il «Noi tutti non moriremo» di 1Cor 15,51. È da irresponsabili proclamare nelle liturgie odierne un simile testo.
Sbadate, non cattive. La stranezza della parabola evangelica non sta nella scenografia: lo sposo che arriva a mezzanotte è strano solo per noi: nella calura palestinese la cerimonia cominciava di sera e la festa delle nozze poteva durare alcuni giorni. La sceneggiatura è conforme agli usi e costumi di allora: le damigelle d’onore stazionavano nei pressi della casa della sposa, e quando arrivava il corteo notturno dello sposo gli andavano incontro per illuminare la strada nell’ultimo tratto del suo cammino verso l’abitazione dell’amata.
La stranezza consiste invece nel fatto che cinque di esse, pur non avendo commesso alcuna azione malvagia, siano escluse dal Regno trovando la porta chiusa, per la banale superficialità di essere state “sbadate” nel dimenticare di procurarsi l’olio di riserva. Il testo è chiaro nell’evidenziare la responsabilità e la saggezza pratica con la sfumatura dei termini greci: le vergini non sono “buone” o “cattive”, ma phrónimoi (sagge, prudenti, lungimiranti) oppure môrai (stolte, sciocche, superficiali). L’essere “stupide” non… è peccaminoso; si noti che phronimos ha solo il maschile (e il neutro) ma non si dà, non è attestato in letteratura il femminile (sic), mentre môros, môra, plurale môrai, esiste per stolta/e. La stoltezza sta nel non aver previsto il ritardo del figlio dell’uomo (lo sposo) e nel non aver preso le dovute precauzioni materiali e spirituali per il tempo della Chiesa.
Le tre grandi composizioni del capitolo 25 di Matteo (le vergini, i talenti e il giudizio finale), un trittico di parabole escatologiche, non sono semplici storie affiancate per caso, ma formano una trilogia teologica unitaria e progressiva per spiegare come la comunità cristiana debba vivere il tempo lungo della storia.
Le vergini dormono. In passato è stata intesa come una parabola sulla vigilanza: ma che vigilanza (o veglia) è se esse si assopiscono? Vi è un forte contrasto interno tra lo svolgimento del racconto e la massima conclusiva (la necessità della veglia in 25,13) di un ultimo glossatore “distratto”, anch’egli… sonnecchiante: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». Infatti tutte le damigelle si addormentano a causa del ritardo dello sposo, ma il sonno in sé non costituisce una colpa, perché non viene redarguito, diversamente dalla pigrizia del servo fannullone nei talenti, che leggeremo domenica prossima. Il sonno delle vergini è legittimo, mentre l’inattività del servo pigro sarà invece condannata.
Ciò che è richiesto non è il restare materialmente svegli, bensì l’essere attivi, preparati e provvisti del necessario (rappresentato dalla scorta d’olio) per sostenere una lunga attesa. J. Dupont ha smontato giustamente l’idea tradizionale di “vigilanza fisica”, sostituendola con quella di “previdenza spirituale”, intelligente e assennata come rimarcato nella prima lettura della Sapienza 6,12-17, la quale previene e si cura dell’istruzione.
Si tratta della questione che angosciava i primi cristiani a causa del ritardo della parusia, ritorno (seconda venuta) di Cristo o fine del mondo che dir si voglia: la parabola risponde alla domanda «Quanto durerà l’attesa?». Mostra che lo sposo ritarda e che l’aspettativa perciò sarà lunga, richiedendo una fedeltà costante e previdente che non si esaurisca nel tempo.
I talenti focalizzano il contenuto dell’attesa: «Cosa dobbiamo fare nel frattempo?». Non basta aspettare passivamente, ma bisogna essere operativi e competenti nel far fruttificare: domenica prossima vedremo cosa, certamente non le doti (talenti) individuali, anche se così è stata intesa nei secoli influenzando il termine: da moneta romana all’ingegno e capacità personali.
Sono fondamentali i criteri etici. Sempre Dupont nota un chiaro allargamento dell’orizzonte etico e teologico man mano che si avanza nel capitolo 25. Nelle dieci vergini la salvezza ha un carattere individuale e interiore. L’olio non può essere spartito all’ultimo momento: rappresenta la propria risposta personale a Dio, la propria riserva di fede e saggezza che nessuno può prestare a un altro. Nei talenti la prospettiva si sposta sulle responsabilità ecclesiali e storiche dei cristiani, chiamati a rischiare e a operare nel mondo per conto del padrone (quindi con valenza anche politica). Nel giudizio finale la prospettiva culmina nella dimensione universale e sociale con le opere di misericordia, in cui l’olio delle vergini e i talenti dei servi trovano la loro esplicitazione concreta: la vera saggezza e il vero guadagno consistono nell’amore verso i poveri e i sofferenti.
Un altro legame strutturale è la ripetizione del modulo letterario della separazione drammatica: nelle vergini abbiamo la separazione tra sagge e stolte; criterio: la previdenza, con la conseguenza di una porta chiusa. Coi talenti v’è la separazione tra i servi fedeli e il servo infingardo; criterio: l’intraprendenza nella fede. Nel giudizio finale la separazione universale tra le pecore e i capri, col criterio della carità: le opere di misericordia e di giustizia. In sintesi è un percorso pedagogico in cui Matteo parte dall’interiorità previdente della fede (le vergini), passa per l’impegno attivo della testimonianza nel mondo per fermentarlo (i talenti) e giunge al vertice dell’amore fraterno (il giudizio universale), che è il criterio ultimo.
Demitizzando l’apocalittica nell’attualizzazione, bisogna guardare ai criteri del giudizio, non alla condanna terroristica (un modo barbaro e infelice di evidenziarli), pervenendo invece a una valutazione pur severa dei comportamenti storici e soprattutto odierni.
Non vi conosco. La destinazione non vendicativa delle vergini stolte è più morbida di quella delle due parabole seguenti: pianto e stridor di denti, supplizio eterno, anche se la dichiarazione dello sposo rimane tragica: «In verità vi dico: non vi conosco» (Matteo 25,12). Essa non esprime una semplice mancanza di informazioni o di memoria da parte di Dio, ma possiede un significato teologico, perché il verbo «conoscere» (ghignōskō in greco) traduce l’ebraico yada. Nella Bibbia, la conoscenza non è una nozione solo intellettuale, ma indica intimità, relazione, alleanza e riconoscimento reciproco. Dire “non vi conosco” (come nella formula di rigetto del discorso della montagna «Non vi ho mai conosciuti» in Mt 7,23) equivale a dire: «Voi non siete mai entrate in una reale comunione con me». Le stolte hanno formalmente partecipato ai preparativi (hanno le lampade, fanno parte del corteo), ma la loro mancanza di previdenza spirituale dimostra che non hanno mai preso sul serio la relazione con lo sposo. La superficialità delle stolte ha prodotto un’estraneità spirituale non più colmabile all’ultimo momento.
Si evidenzia inoltre un paradosso drammatico: le vergini stolte chiamano lo sposo dicendo “Signore, signore, aprici!” (Mt 25,11). Questa invocazione (Kyrie, Kyrie) è tipica della comunità eucaristica, nel Kyrie eleison (Signore, pietà) delle Messe. Le vergini infatti sono pensate come “cristiane”. Lo sposo risponde «Non vi conosco» proprio per smascherare un’illusione religiosa formale: non basta appartenere visibilmente alla Chiesa o confessare la fede a parole se manca l’olio, ossia la conversione del cuore, la previdenza attiva e le opere di giustizia. Chi vive una fede superficiale si ritroverà a essere un perfetto “estraneo” per il Signore.






