Commento al vangelo delle nozze di Cana (Gv 2,1-12)

Nel vangelo odierno all’inizio e alla fine compaiono due dati cronologici: «Tre giorni dopo» (in Gv 2,1) e «rimasero a Cafarnao non molti giorni» (2,12), che nel quadro teologico del vangelo sono superflui; ma questo significa che l’evangelista (autore della prima edizione del vangelo intorno al 100-110 d. C.; sigla Ev1) sta trascrivendo da una fonte, la cosiddetta “Fonte dei segni” (Sêmeia-Quelle, greco-tedesco), da non confondere con la Q (Quelle: fonte) che conteneva i detti di Luca e Matteo assenti in Marco. La sua conclusione costituiva anche quella del vangelo originario di Ev1 in Gv 20,30s: «Molti altri segni fece Gesù…», una serie di eventi significativi di cui Cana è il primo. Nelle nostre Bibbie essa è intitolata “prima conclusione”, perché poi segue il c. 21 aggiunto dal redattore ecclesiale, autore della 2ª edizione intorno al 140 d. C. (sigla Re2).

Le feste matrimoniali duravano normalmente parecchi giorni, sino al limite di una settimana, per cui è comprensibile che verso la fine potesse scarseggiare il vino. Non è plausibile invece che si sia arrivati al punto da rimanerne senza: bastava un calcolo del consumo giornaliero per rendersene conto, onde provvedere per tempo con un ulteriore approvvigionamento.

La fonte (ed Ev1) comunque hanno… approfittato del “disguido” per caricarlo di un duplice simbolismo, uno di stampo biblico, l’altro ellenizzato. Il primo insegnamento è evidente nelle sei giare [il 6 è un numero negativo come il 666 della bestia nell’apocalisse] per l’acqua lustrale della purificazione dei giudei; quindi il superamento di tutta la purità [rituale e non, come codificata nel legalistico libro del Levitico] nel vino buono e nuovo di Gesù: ossia dall’acqua della legge al vino della grazia.

Le feste dionisiache. Il secondo, meno evidente perché non esplicitato, è il fatto che il “miracolo” del vino si incontri anche nelle feste di Dioniso, come ad es. ad Elide (Peloponneso occidentale): la sera prima si mettono nel santuario di Dioniso dei vasi pieni d’acqua, che il mattino dopo sono “ritrovati” pieni di vino per dar inizio alla festa. Dioniso veniva chiamato anche Bacco (latinamente a Roma), da cui i relativi baccanali.

All’epifania di Dioniso si contrappone l’epifania di Gesù, il vero Dioniso che dona salvezza e felicità, tramite l’attributo del vino buono e abbondante in un banchetto (come a Cana), da collegare pure col vino-dono escatologico dell’ultima cena, in cui non v’è nessun sangue (solo il pane è sacramentale): «Non berrò più della frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno di Dio» (Mt 26,29).

Gesù ha paragonato spesso il Regno ad un banchetto (di nozze), o a una grande cena con abbondanza di vino e vivande; anche per il “ritrovo” escatologico finale nel «sedere a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe» (Mt 8,11 e Lc 13,28s).

C’era pure di origine egiziana il 5-6 gennaio, poi diffusasi altrove con connotati dionisiaci sfrenati, la festa della nascita del dio Eone dalla vergine Kore (Persefone?), con l’uso di attingere acqua dal Nilo che si sarebbe trasformata in vino. È chiaro l’accostamento fra due miti: la concezione verginale e il “miracolo” della trasformazione dell’acqua in vino; ossia l’assorbimento da parte del cristianesimo di motivi pagani dal mondo greco ed egiziano.

Dioniso favorisce la maturazione della vite, la quale addirittura può realizzare, grazie al suo influsso, in un giorno soltanto tutto il processo di maturazione sino a produrre il vino e quindi un’ebbrezza che si diffonde tra i suoi adepti, in particolare fra le donne (come nelle Baccanti di Euripide).

Dioniso è il dio greco che più intensamente rammenta la vicenda di Gesù Cristo: come il Cristo muore e risorge, così Dioniso, fatto a pezzi dai Titani, poi risuscita dalle sue stesse membra; è il Dio che si dà a riconoscere nella sua gloria (come Gesù in Gv 2,11) tramite l’attributo del vino, come ben spiegato da Walter F. Otto (in Dioniso, Adelphi).

Il segno simbolico. A Cana abbiamo il primo segno; il secondo è sempre a Cana in 4,46-54 con la guarigione del figlio di un funzionario reale. Il termine “segno” (יôt in ebraico) contiene un’oscillazione che va dal presagio all’indizio, al contrassegno, dall’indicazione alla prova di un evento rivelatore: ma qui la verità non consiste in una trasformazione chimica, bensì in tutto il simbolismo suddetto, ossia il Cristo portatore di salvezza, gioia, grazia e festa nuziale; tanto più che il “prodigio” non è necessariamente un segno positivo, ma può essere anche negativo come quelli compiuti (secondo Apoc 13,13s e 19,20, sino a far scendere fuoco dal cielo) dai falsi profeti per oscurare invece la verità confondendo gli uomini.

Quindi non una trasmutazione chimica, bensì simbolica: in primis dall’acqua della legge al vino nuovo della grazia, come nella frase centrale del prologo: «Perché (oti) la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero [più precisamente il singolare “si fece”, egeneto, quasi un’endiadi] per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17); il v. 17 era originariamente in Ev1 agganciato al v. 14, proseguendo immediatamente sull’onda della grazia-verità.

Il 15 e 16 sono invece un’inserzione di Re2: termina il 15 con «Perché (oti) era prima di me», e inizia il 16 sempre con «Perché (oti) dalla sua pienezza…». Così abbiamo tre oti consecutivi (i primi due sono suoi), quando due (o ancor peggio tre) frasi introdotte da oti a brevissima distanza di solito non si trovano. È la firma di Re2 che ha una conoscenza superficiale del greco, appreso da adulto in Siria.

La testimonianza dei manoscritti manifesta varianti e incertezze: in alcuni in 2,9 compare un «ecco» (idou); probabilmente nel testo originario di Ev1 (e della fonte) c’era solo «Ecco il vino buono», un nominativo sospeso come domenica scorsa nel battesimo («Ed ecco una voce»), il vino di Gesù, non quello di Dioniso o del Nilo.

Ev1 non è interessato alla chimica, per cui lascia aperta la questione se veramente l’acqua si sia trasformata in vino, perché marginale e non rilevante nel suo quadro altamente simbolico: Ev1 è un poeta, non un logico!

Re2 invcce storicizza aggiungendo nel v. 9: «Come il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua diventata vino senza sapere di dove venisse» proseguendo con l’inciso («ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua»); nessun bravo scrittore piazzerebbe la prova incontrovertibile di un “prodigio” fra parentesi, e per di più all’interno di una frase subordinata. Ma la tecnica degli incisi fra parentesi era una sua peculiarità, come in 4,2 e 7,22.

Impossibilità ontologica e fisica. Resta il fatto che la trasformazione chimica dell’acqua in vino (vuoi istantanea come a Cana, vuoi in una notte come nei riti dionisiaci) è ontologicamente impossibile in assoluto (anche per Dio); che una determinata quantità di acqua diventi vino è possibile solo sui tempi lunghi: essa, assorbita dalla vite, a gruppi di sei molecole contribuisce alla fotosintesi clorofilliana (C6H12O6), la cui parte zuccherina forma l’acino d’uva, per poi, fermentando nel mosto, diventare vino. Purtroppo nella tradizione bi-millenaria essa, soprattutto a causa di Re2, è stata intesa pateticamente sino ad oggi in senso chimico realistico, che va in rotta di collisione con la scienza moderna; come del resto è avvenuto con tutti gli pseudo-miracoli della natura: tempesta sedata, camminata sulle acque, moltiplicazione dei pani per migliaia di persone ecc.

In conclusione la sostanza è il vino nuovo e buono, in contrapposizione al Levitico, ai riti dionisiaci e alla festa egiziana del 6 gennaio: per noi è l’epifania, ma i cristiani nei primi tre secoli in epoca precostantiniana celebravano il Natale il 6 gennaio; fra l’altro, data la precessione degli equinozi, il solstizio allora cadeva nella prima decade di gennaio. Solstizio viene da solis statio, la stazione-fermata del sole perché, raggiunto il punto più basso, “si ferma” per poi risalire “invitto” [la festa pagana il 25 dicembre del Dies natalis solis invicti, la rinascita del sole invincibile] sino a quello estivo. Nel suo andirivieni annuale, se osservato sempre alla stessa ora, il sole disegna in verticale una figura obliqua, non in linea retta, identica al numero 8.

Con un cenno attuale, se nella cerimonia di apertura delle olimpiadi l’ultima cena è “diventata” un banchetto dionisiaco, a Cana è successo esattamente l’inverso: dai riti dionisiaci alla cena del regno. Gli sceneggiatori di Parigi hanno colto il legame antitetico fra Cristo e Dioniso, ma a favore del semidio greco.