Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire leggendo sui quotidiani di domenica primo febbraio le notizie sugli scontri avvenuti a Torino durante il corteo per Askatasuna: notizie che si concentrano sul barbaro pestaggio di un poliziotto, mentre oscurano completamente le ragioni che hanno portato in piazza decine di migliaia di persone e danno conto solo marginalmente dei manifestanti finiti all’ospedale. I telegiornali della sera presentano con risalto la visita agli agenti feriti di Giorgia Meloni, che si è precipitata a Torino con un’urgenza ben maggiore di quella mostrata verso il disastrato comune di Niscemi. Nel dibattito politico successivo le istanze della manifestazione scompaiono: il tema all’ordine del giorno è l’esigenza di salvaguardare le forze dell’ordine e rafforzare le misure repressive.

Niente di nuovo sotto il sole, almeno per ciò che riguarda la difficoltà di impedire che una grande e pacifica manifestazione venga snaturata e vanificata da un’esigua minoranza di militanti ansiosi di giocare alla guerriglia e convinti che scontrarsi con la polizia sia l’apice di una condotta rivoluzionaria. Sarà rabbia sociale, bisogno di protagonismo, o “l’estremismo, malattia infantile del comunismo” di cui parlava Lenin? Comunque sia, a costoro non interessa che ciò risulti del tutto controproducente. E tantomeno considerano quanto possa essere facile su questa strada prestarsi a strumentalizzazioni: si rilegga quanto detto da Cossiga nella famosa intervista del 23 ottobre 2008 sulla consuetudine di “infiltrare” i cortei (ma i suoi erano altri tempi, con gli attuali governanti non sarebbe immaginabile!).

Peraltro, se c’è qualcosa di nuovo sotto il sole, sembra consistere proprio nel fatto che il governo in carica – più di tutti quelli che l’hanno preceduto – ha posto le politiche securitarie al primo posto della propria agenda politica: tanto da inaugurare la propria attività con il decreto anti-rave, scelta irrilevante sul piano concreto ma emblematica su quello simbolico. E da proseguire con il decreto sicurezza del 2025 (detto anche anti-Gandhi, perché criminalizza azioni tipiche della lotta nonviolenta, come il blocco stradale), cui già si vuol fare seguire un nuovo decreto sicurezza, che nella polemica di questi giorni trova ora un perfetto trampolino di lancio.

Tra l’altro, mantenere ferma l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione dell’ordine e della sicurezza produce un doppio effetto. Da un lato, prepara il terreno a una crescente restrizione degli spazi d mobilitazione e di protesta; dall’altro, fa sì che non si parli – o si parli pochissimo – del graduale abbandono della sanità pubblica, o dell’emergenza ambientale, o dell’emigrazione dei giovani, o della perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni. Argomenti, però, che richiedono una riflessione: e in quanto tali sono assai meno spendibili sul piano mediatico del video del poliziotto picchiato, che suscita una reazione emotiva immediata e diffusa.

Gioco facile, dunque, per la propaganda del governo. Nelle opposizioni, invece, i fatti di Torino evidenziano varie difficoltà, tra cui quella di continuare a manifestare il proprio dissenso senza essere presi in ostaggio da piccole minoranze più o meno violente e autolesioniste. In un passato ormai remoto, le confederazioni sindacali o il Pci erano spesso capaci di garantire un efficiente servizio d’ordine, in grado di isolare se necessario alcune frange e prevenire gli incidenti. Oggi, quella capacità (che non andava disgiunta dall’autorevolezza politica) sembra essere venuta meno, con la crisi delle grandi organizzazioni di massa.