Vangelo della 6ª domenica ordinaria: Matteo 5,17-37
Con questo articolo sospendiamo temporaneamente i commenti alla lettura continua del vangelo di Matteo, che riprenderemo nelle domeniche del tempo ordinario in giugno dopo la festa del Corpus Domini.
Il vangelo odierno è imbarazzante, già nell’incipit (5,17-19): «Non sono venuto ad abolire la legge e i profeti, ma a completare». È corretto che Gesù abbia portato a pieno compimento certe tradizioni profetiche e sapienziali (come la 1ª lettura del Siracide), ma che egli non abbia abrogato nemmeno uno iota della Legge è francamente quasi… comico. Ha invece sferrato un notevole attacco frontale contro quella Legge che era un vero e proprio sistema socio-religioso idolatrico[come abbiamo dettagliatamente già spiegato ne Il pio Fariseo non giustificato del 14 ottobre 2025].
Qui si fraintende la Legge come perennemente valida. Invece Gesù l’ha “smontata” depredandola di ben di più dei suoi singoli apici. Già con la semplice proibizione di giurare in contraddizione con Numeri 30,3 e altri passi dell’AT [presente addirittura nella conclusione del brano odierno (5,33-37) in modo contraddittorio e per di più molto esteso: ben 5 versetti contro il giuramento], o con la lunga discussione sul puro-impuro (Mc 7,1-23 e Mt 15,10-20) è saltato ben più di un trattino della legge.
La legge salvata dai giudeo-cristiani. Certo è stato un vulnus tremendo per i giudeo-cristiani che hanno cercato di arretrare sulle loro posizioni pregresse (prima della conversione al cristianesimo).
Siamo nell’ambito di una corrente che abbiamo chiamato Matteo II, una tradizione interna al vangelo che privilegia le terne [mentre il Matteo evangelista redattore finale privilegia il n. 7 come già detto domenica scorsa] ed è ossessionata dal giudizio, tanto da portare nei secoli alla surdeterminazione dei Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso) per salvarsi l’anima. Non è un caso che Matteo sia stato il vangelo prevalente nella storia del cattolicesimo, con le minacciose parabole solo sue della zizzania, servo spietato, 10 vergini, e del commensale “beccato” senza l’abito nuziale.
Nel Matteo II si conserva ad es. la classica triade “elemosine, preghiere-standard, digiuni”. Certo il vero compimento della legge consiste nella giustizia, misericordia, fedeltà (Mt 23,23; tipica terna del Matteo II), ma “senza omettere quelle”[ossia la suddetta terna (elemosine, preghiere, digiuni)], più il pagamento delle decime della menta, dell’aneto e del cumino: un’altra triade tipica del Matteo II.
Risultava comunque indigeribile per il Matteo II che Gesù, oltre ad aver attaccato il Sabato, avesse abolito il dovere delle decime (23,23), per cui aggiunge «senza omettere quelle» (cioè le decime e il resto). Hanno optato solo per la loro purificazione (come quella del culto del tempio) e segretezza: non fare l’elemosina suonando la tromba, non pregare ostentatamente in pubblico, non digiunare sfigurandosi il volto ma profumandolo (Mt 6,1-6 e 6,16s).
Il Matteo II non vuole salvare solo la legge, ma pure gli ebrei: «Se amate solo quelli che vi amano… fanno così anche i peccatori»: i peccatori di Luca 6,32-34 (ripetuti tre volte) sono più originari di Matteo 5,46s, che invece prima dice «pubblicani» e poi «pagani» (equiparati fra loro): ossia i peccatori sono i pagani (stranieri, empi, non-pii), mentre invece solo gli ebrei sono giusti e devoti osservanti, a parte gli odiati strozzini esattori delle tasse.
L’inferno senza fuoco? IlMatteo II, non contento, esaspera pure un paio di comandamenti. In 5,22 il “Non uccidere” si amplifica nel: «Chi, arrabbiandosi [senza motivo], avrà detto al proprio fratello raka (stupido, sciocco) sarà sottoposto al Sinedrio [la mano giudeo-cristiana è evidente], e chi gli avrà detto pazzo sarà sottoposto al fuoco della Geenna» [più precisamente alla Geenna del fuoco; è chiaro che in origine c’era solo la Geenna, come in 5,29 e 30 (nel vangelo odierno viene menzionata ben 3 volte): il fuoco è stato aggiunto dopo]. Sembra che si rischi… l’inferno per aver dato dell’imbecille a qualcuno; infatti la maggioranza dei manoscritti posteriori l’ha addolcito con l’adirarsi «senza motivo» [eikê].
Il sesto comandamento diventa in 5,28: «Chi avrà guardato una donna per desiderarla…» (solo qui nel NT). Anzitutto si dice «donna» e non «moglie»; se quindi un uomo libero desidera (la cosa più naturale di questo mondo) una donna non sposata, dov’è l’adulterio? Ancor più importante la differenza fra la società antica e la nostra, in cui c’è la libera scelta del partner (in verità ancora non dappertutto) e il matrimonio d’amore; invece nella società patriarcale di allora vigevano le nozze combinate/obbligate, dove una giovane ragazza (se non addirittura una fanciulla) veniva data (o promessa) in sposa a un uomo spesso molto più anziano di lei (a volte pure poligamo), derubandola della sua intima affettività. Se la giovane sposa si fosse innamorata di un suo coetaneo, cosa c’era di così malvagio? La malvagità sta semmai nel matrimonio forzato, che la defrauda della sua felicità amorosa.
La “trappola” dello scandalo. Esso non ha il nostro senso scandalistico “goloso” (le malefatte “eccitanti” di un personaggio pubblico) ma indica un impedimento, ciò che si oppone alla fede e/o ostacola la moralità, come una pietra d’inciampo che simbolicamente fa cadere nel male-peccato. In Marco 9,43-49 sono occasioni di scandalo l’occhio, la mano e il piede, ripresi pari pari da Mt 18,8s; qui invece Matteo 5,29s ha giustamente omesso il piede, perché ben difficilmente può essere motivo di scandalo [la ripetizione di un medesimo brano è rarissima nei vangeli, il che testimonia l’ossessione per l’eventuale condanna nel giudizio]. Ha tuttavia aggiunto l’aggettivo «destro» per entrambi, alludendo probabilmente (prescindendo dai mancini) alla preferenza istintiva dell’uso della parte destra, soprattutto per la mano: ossia la maggior forza, azione, capacità di operare (che afferra, colpisce e soprattutto ruba, con un richiamo al 7° comandamento); e pure l’occhio destro era allora considerato la sede privilegiata del desiderio bramoso, dello sguardo agognante che porta all’atto lussurioso.
Quindi il sacrificio di un membro (anche caro e di valore come cavarsi l’occhio e tagliarsi la mano) è preferibile alla distruzione dell’intero corpo nella Geenna; si tratta di estirpare quelle propensioni che prima o poi sarebbero fatali per l’uomo, le lusinghe che sono come trappole [l’etimo di scandalo è la radice “scattare”, come la molla nelle tagliole per animali] che imprigionano facendo precipitare nella colpa-pena.
Tale idea dello scandalo “tranello” rimane sovente sullo sfondo quando si parla di seduzione al peccato (come in Apocalisse 2,14); tuttavia fuori dalla Bibbia non si riscontra tale uso traslato di “scandalo-trappola”, e neppure il verbo skandalizô (prima dell’era cristiana).
Son tutti paradossi brutali da dimenticare. La catechesi della comunità primitiva (delle chiese provenienti dal paganesimo) era molto più sfumata: le loro richieste avevano il carattere “più ragionevole” ad es. degli insegnamenti di Mt 5,25 (accordo con l’avversario); 6,7s (preghiere prolisse); 6,25-34 (cibo, vestiti, uccelli, gigli): le immagini colorate dei gigli e degli uccelli (dal sapore gesuano) sono gioiose e rincuoranti (non terroristiche come i suddetti paradossi).
Sovranismo nazionalista. Il vero, autentico scriba tira fuori cose nuove e vecchie (Mt 13,52); secondo il Matteo II è un maestro che sa unire l’antica legge giudaica con gli insegnamenti del Vangelo. Egli propone una soluzione “diplomatica”, per non dire contraddittoria; da una parte riconosce che l’amore è l’essenza della legge, ma dall’altra è scomparsa la magnanimità nei confronti del cristianesimo di origine pagana (guardato con sospetto): per il Matteo II nazionalista la salvezza è legata a Israele e la Torah (mosaica) conserva fondamentalmente la sua validità.
E per di più è sovranista: «Sono stato inviato (solo) alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24). Anche l’altra in 10,5-6 di «non andare fra i pagani e non entrare nelle città dei samaritani», trova però il suo contrappunto di contrasto in 21,43, alla fine dei vignaioli omicidi col rifiuto d’Israele e l’entrata dei pagani al suo posto: «Vi sarà tolto il regno e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare» [che leggeremo nella lontana 27ª domenica]. L’ultima parola del Matteo evangelista [che la pensa diversamente dal Matteo II pur avendolo inglobato forse obtorto collo] è antisovranista e antinazionalista: ossia la solenne accentuazione della missione al mondo intero (a tutte le nazioni equiparate fra loro), in sede di conclusione prima in Mt 24,14 e poi in 28,19. Vale a dire l’uscita perentoria dall’Israele etnico e geografico nell’universalità ecclesiale.
Confesso il mio grande disagio per il fatto che il duro sovranista e legalista Matteo II abbia profondamente alterato il pensiero di Gesù, e che purtroppo i fedeli le considerino invece parole autentiche di Cristo.






