Vangelo della Presentazione al tempio (Luca 2,22-40)
Le letture previste per questa 4ª domenica del tempo ordinario sarebbero quelle bellissime della consacrazione del profeta Geremia fin dal seno materno (1,4-5.17-19), e lo splendido inno alla carità di Paolo in 1Cor 13,1-13 [ripreso intensamente e musicalmente nel 1993 dal film Blu del regista polacco Kieslowski; uno dei Tre colori: blu, bianco, rosso]. Ma, data la festa del 2 febbraio (presentazione al tempio), sono disgraziatamente state soppiantate dalle due indigeste letture di oggi: Malachia 3,1-4 ed Ebrei 2,14-18.
Per ironia della sorte tale scempio avviene appena una settimana dopo la celebrazione della domenica della Parola di Dio, la terza del tempo ordinario (quindi quest’anno il 26 gennaio 2025), perché in concomitanza con la settimana di preghiere per l’unità del cristiani, istituita dal papa con la lettera apostolica Aperuit illis: fu promulgata il 30 settembre 2019 nella memoria liturgica di san Girolamo, celebre traduttore della Bibbia in latino, la cui versione cosiddetta Vulgata è stata utilizzata nella liturgia e nel breviario dei preti (liturgia delle ore) per quasi 1500 anni, tanto da essere considerata dal clero “ispirata”.
I nazareni vogliono uccidere Gesù. Commentiamo solo brevemente il vangelo (Lc 4.22-30) che avrebbe dovuto essere letto in questa 4ª domenica, ossia la prosecuzione di quello di domenica scorsa sul discorso inaugurale di Gesù a Nazareth, che è opportuno ultimare. I compaesani di Gesù passano dall’ammirazione [sono “presi” positivamente dalle parole di grazia di Gesù e dalla sua sapienza, rendendogli testimonianza] al rifiuto nello spartiacque pieno di dubbi di Lc 4,22, in cui si evidenzia l’assoluta normalità (non l’eccezionalità) di Gesù: «non è il figlio del carpentiere Giuseppe», quindi anche lui (ex) falegname?
Luca è reticente sulla “numerosa” famiglia di Gesù perché si ferma al patronimico; mentre Marco (6,3) e Matteo 13,55s, oltre alla madre riportano i nomi dei 4 fratelli di Gesù [Giacomo, Ioses (Giuseppe), Simone e Giuda], accennando pure a un numero imprecisato di sorelle. Luca, pur parlando tre volte negli Atti di Giacomo (il secondo-genito di Giuseppe e Maria), e riportando altresì il suo discorso in Atti 15,13-21, non dice mai che è il fratello del Signore [tanto che parecchi lettori pensano si tratti dell’apostolo Giacomo di Zebedeo, il fratello di Giovanni], mentre Paolo lo scrive chiaramente senza imbarazzo in Galati 1,19. Non è ora di finirla con «Maria sempre vergine», e le relative litanie Mater castissima, inviolata, Virgo potens, clemens ecc., tutt’ora recitate nel rosario per i defunti?
C’è un cambio drastico e improvviso di umore della folla, poi la disputa sul «Nessun profeta in patria», e soprattutto la provocazione di Gesù con la citazione di Elia ed Eliseo nel risanare e nel fare del bene solo a gente straniera! I nazareni quindi non solo lo cacciano, ma vogliono ucciderlo facendolo precipitare dal ciglio del monte, con Gesù che si sottrae svanendo nel nulla. È chiaro che Luca, imparziale, unisce due tradizioni non solo distinte (da fonti diverse), ma pure contrastanti, ponendole una dopo l’altra senza andare troppo per il sottile.
Due figure carismatiche. Veniamo ora al vangelo di oggi: il racconto di Simeone e Anna è chiaramente di stampo giudeo-cristiano nell’aurea sceneggiatura del tempio, che fa leva sulla consuetudine, divenuta un genere letterario, secondo la quale uno o più anziani del paese vanno a far visita alle famiglie dei neonati, in particolare dei grandi personaggi: Svetonio scrive qualcosa di analogo intorno alla nascita di Augusto [De vita Caesarum II, Augustus 94]. Ma il parallelo più impressionante (una dipendenza letteraria?) è quello fra Simeone e Asita, il veggente-vegliardo che va a trovare Budda bambino nel palazzo. Entrambi si recano dal fanciullo sospinti da una forza: di tipo magico per Asita, dallo Spirito verso il tempio per Simeone. Ambedue prendono in braccio il bambino proclamandone le lodi con predizioni circa il loro grande futuro di sapienza. Entrambi preannunciano la loro prossima “dipartita”. È uno modello diffuso, anche per evidenziare la continuità e la trasmissione della saggezza dalle vecchie alle nuove generazioni.
La prima parte del vangelo odierno è tutta costruita sull’osservanza della legge del Signore. A fronte del fatto che nel vangelo di Marco non compare mai la parola «legge» (nomos), qui l’espressione «la legge del Signore» ricorre ben 5 volte (Lc 2,22-24.27.39): secondo essa il bambino viene appunto consacrato al Signore-Dio dell’AT, dell’esodo e di Mosè (2,22), con la relativa offerta di un sacrificio. Siamo nel pieno ebraismo della tradizione giudeo-cristiana che ha inserito molto tardivamente i racconti dell’infanzia fra il prologo e l’inizio originario del vangelo al c. 3. E così pure, sempre da essa, è stato immesso tardivamente, fra il proemio e il suo inizio originario con la Pentecoste, il primo cap. degli Atti (che non può essere di Luca poiché contiene ben 7 apax, ossia parole che ricorrono solo qui un’unica volta nei due scritti lucani). In Atti 1,12 si evidenzia come i discepoli, di ritorno dall’ascensione abbiano osservato la legge non violando il sabato [«quanto un cammino permesso di sabato», in cui non si potevano fare più di tot passi]; mentre invece Gesù è stato duro contro il sabato, la legge e il tempio.
Sempre in modo israelitico Simeone, nel tenero e celebre Nunc dimittis [Ora lascia o Signore (despota) che il tuo servo vada in pace…] chiama Dio «Despota», che ovviamente non ha il significato dell’italiano attuale, bensì quello di signore-padrone di casa, appunto (ossessivamente) del tempio: è un apax nei vangeli.
Fra le varie osservanze legalistiche, oltre alla circoncisione (2,21) si allude all’inizio alla purificazione, sottinteso della puerpera: ma la cosiddetta «madre di Dio» (festa appena celebrata il 1 gennaio) che bisogno ha di purificarsi, tanto più che era piena di Spirito santo sin dall’inizio? E più in generale dov’è l’impurità (definita per ben tre volte pure “peccato” in Levitico 5,11) in una gravidanza e nel parto? E sempre in Lev 12,3-5, se ha un figlio maschio l’impurità della madre dura 33 giorni, se invece femmina 66 giorni (il doppio; sic).
Ricordiamo che la purificazione in chiesa delle puerpere, nelle parrocchie di campagna, è stata in voga sino alla fine degli anni ’50 (pre-concilio).
Sempre in maniera tipicamente ebraica Simeone aspettava il conforto d’Israele, e inneggia alla gloria del suo popolo quale salvezza e luce per la rivelazione delle genti; e la profetessa Anna attende la redenzione-liberazione di Gerusalemme, stando notte e giorno nel tempio con digiuni e preghiere. Anche l’ultimo versetto [dalla testimonianza manoscritta incerta] del vangelo (Lc 24,53) è stato aggiunto dalla tradizione giudeo-cristiana che ha “manomesso” la conclusione di Luca: «e [gli apostoli] stavano sempre nel tempio lodando Dio» (come per Anna; è una firma).
È Gesù il tempio. Si tratta di una sottomissione pesante alla legge e un inno all’ebraismo templare: ci si dimentica che uno dei motivi principali della condanna a morte del figlio dell’uomo è stato quello che ha fatto e detto contro il tempio e contro la legge (come intesa allora dai sacerdoti-farisei).
Gesù ha abolito la differenza-separazione tra sacro e profano (quotidiano), e il tempio di pietre, che sarà tutto distrutto (Mc 12,2). Quindi non è per nulla necessario presentarsi nelle basiliche romane come per il Giubileo, poiché la Grazia non è racchiusa in un luogo spaziale, che è invece l’elemento costitutivo delle indulgenze: addirittura quella plenaria, concessa dal “Sommo Pontefice” (il Pontifex maximus dispensatore dei favori divini) ai fedeli presenti in piazza san Pietro nella benedizione Urbi et Orbi di Natale, è stata estesa a tutti quelli collegati (tramite tv, internet ecc.) con tale piazza. L’indulgenza, già scandalosa in sé, vola sulle onde elettromagnetiche in una follia tecnologica.
Invece è Gesù il tempio, nel quale può essere pregato Dio in spirito e verità (Gv 4,23s) ritirandosi nella propria camera e chiudendo la porta (Mt 5,5-7), senza bisogno di andare a Roma, e men che meno a idolatrare un uomo vestito di bianco, che rappresenta nell’immaginario collettivo l’incarnazione del sacro.
Tutt’ora sono considerati salvifici i templi fatti di mura con tutta la loro ritualità antiquata come nella cerimonia di apertura dell’anno santo in San Pietro: è chiaro che i testi antichi in una lingua incomprensibile per quasi tutti (latino), musica e canti arcaici, coreografia paleo-cristiana coi paramenti vetusti creano il senso del sacro perché separano drasticamente dal quotidiano-odierno; ma è un sacro fasullo!






