Il visitatore che varca l’ingresso di quello che fu il campo di sterminio di Mauthausen, è colpito da un bassorilievo che ricorda alcuni generali russi. Furono denudati a 15 gradi sotto zero e uccisi a secchiate d’acqua.
Vasilij Grossman nel racconto Il vecchio maestro rievoca un episodio dell’avanzata tedesca in Ucraina. Viene occupato un piccolo villaggio del Donbass, nei pressi di Donetsk. La stessa città semidistrutta nella recente guerra russo-ucraina. Vi convivono pacificamente ebrei e non ebrei. Tra i primi il medico, il maestro, ma anche molti bravi artigiani. C’è l’esperto di stufe e canne fumarie e il ciabattino convinto che le sue calzature per eleganza e durata non sfigurerebbero in un negozio di Parigi. Improvvisamente il comandante della Wehrmacht ha un attacco di cuore, il medico militare è lontano. Viene chiamato quello locale, che lo rimette in sesto con un’iniezione di canfora (allora si faceva così). Non passano 24 ore che tutti gli ebrei del villaggio sono sterminati; con l’inganno di uno spostamento in treno, vengono invece condotti sull’orlo di un burrone, tipo Babij Jar. Minimo l’impiego di munizioni. Un solo colpo per ciascuno, alla testa. Uomini, donne, vecchi, bambini. Il medico che aveva curato il comandante fa in tempo a suicidarsi, prima della cattura, insieme alla moglie. Quella sera era prevista pioggia, non si sa se sia effettivamente caduta. È certo invece che il comandante tedesco può comunicare ai superiori che il piccolo centro è divenuto Judenfrei.
Lo stesso autore in un’altra opera afferma che «il popolo è immortale». Espressione che può lasciare perplessi, ma va calata nel contesto storico: la devastante ritirata verso est dell’armata rossa nell’estate del 1941. Con il governo comunista che tentava, mentendo, di ridurre l’entità del disastro, mentre i soldati russi si arrendevano a centinaia di migliaia. Prigionieri dei tedeschi, abbandonati in campi senza riparo e senza cibo, molti sarebbero morti di fame e di freddo nell’inverno successivo. Ma il popolo non muore nel succedersi delle generazioni, il popolo va rispettato e onorato. «L’uomo prende coscienza di sé e della propria croce e comprende di colpo il legame prodigioso fra le epoche… con ciò che vivo lo è stato e non lo è più, e con ciò che invece ancora deve esserlo» (V. Grossman, Il bene sia con voi!, p. 46). Commentando la Madonna Sistina di Raffaello, in cui l’autore vede madri e figli a Treblinka avviate alle camere a gas, Grossman ritiene «l’uomo planetario» una pura astrazione. Crede invece che proprio la straordinaria ricchezza e diversità di usanze, abitudini e mode di ciascun popolo possano garantire un’autentica fratellanza universale. «E quanto meschina risulterebbe la disumana cecità delle discriminazioni etniche e della discordia alimentata dallo Stato» (ibid., p. 156). Esemplari in merito i suoi Appunti di viaggio in Armenia, scritti nel 1963. Quasi un testamento spirituale: la morte lo coglierà l’anno successivo, neppure sessantenne.
Il primo settembre 1967 ero a San Pietroburgo, allora Leningrado. In un mattino freddo e uggioso visitai il cimitero Piskarevsky in cui si ricordano, in enormi fosse comuni, le vittime dell’assedio della città (8 settembre 1941 − 27 gennaio 1944). 600.000 morti soltanto nella popolazione civile.
Mattarella a Marsiglia. Il 5 febbraio scorso Sergio Mattarella era a Marsiglia dove è stato insignito della laurea honoris causa. Nella lectio magistralis pronunciata in tale occasione, con un ampio e argomentato disegno, il Presidente ha affermato: «La storia non è destinata a ripetersi pedissequamente, ma dagli errori compiuti dagli uomini non si finisce mai di apprendere». Dalla crisi economica del 1929 parte una spirale di protezionismo e decisioni unilaterali con il progressivo erodersi delle alleanze. Anziché la cooperazione prevale il criterio della dominazione. Mette anche in guardia da ambigui tentativi di appeasement come quello cercato a Monaco nel 1938, che non impedì ad Hitler di scatenare la seconda guerra mondiale. «E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura».
Quest’ultima frase ha provocato molteplici, scomposte reazioni dei portavoce del governo di Mosca, Dmitrij Peskov e Maria Zakharova. Reazioni comprensibili se non giustificate, quando si tocca il mito staliniano della «Grande guerra patriottica», cui palesemente si ricollega Putin nel rimpianto dell’URSS e nel tentativo di perseguire una nuova politica imperiale. Però era proprio il caso di fare quel confronto, quell’identità «in una storia che non si ripete mai tale e quale»? Azzardo un mio personalissimo e modestissimo parere. Non era il caso. Non era opportuno. Il popolo russo, certo non rappresentato dall’attuale classe politica che certifica il proprio potere con elezioni farsa unite a un clima di intollerabile repressione, va rispettato e onorato perché, come afferma Vasilij Grossman, è immortale. Un popolo sfortunato perché «nella sua millenaria storia – secondo lo stesso Grossman e Ryszard Kapuscinski – una cosa non ha mai conosciuto: la libertà».





