Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera firmata.

È notizia recente lo sbattezzo di oltre 500 belgi, per protesta contro le dichiarazioni del papa sui medici che praticano l’aborto – definiti ‘sicari’. Anche io, quasi un anno fa, ho chiesto e ottenuto lo sbattezzo, o meglio l’apposizione di una «Nota di presa d’atto dell’esplicita volontà […] di abbandonare formalmente la Chiesa cattolica e di non esserne più considerato aderente» sui registri battesimali. Immagino che ci siano molti motivi per questa scelta, ma non mi avventurerò a disegnare un quadro generale: quello che scrivo è la mia esperienza personale.

Mi ricordo che i primi dubbi sulla fede cattolica in cui la mia famiglia ha cresciuto me e i miei fratelli arrivarono già a dodici anni, in occasione della cresima. Timidamente avevo provato a manifestarli a mia madre, che aveva liquidato dicendo che mi sarebbe poi servita per la vita: «Sarai un soldato di Gesù» mi disse, se la memoria non mi inganna. Obbediente, feci la cresima da buon cristiano. Ero anche contento di festeggiare vestito da uomo finalmente in giacca e cravatta! Tuttavia, non sentii nessuno spirito santo stringermi addosso l’armatura da legionario cristiano e i dubbi si intensificarono e diramarono in più direzioni.

Il primo ordine di cause che mi hanno portato al rifiuto della religione cattolica origina dalla carente formazione teologica e pastorale della mia pur buona catechista e del mio parroco di allora. La preoccupazione più grande pareva il messaggio etico del vangelo, la norma di vita, i principî ispiratori della nostra azione di buoni cristiani. Il parroco non si preoccupò, che io sappia, di formare in modo particolare le catechiste al loro compito. Mi trovai così ad accumulare dubbi sulle domande essenziali per chiunque si fermi a riflettere sul proprio essere al mondo: c’è una causa e un fine alla mia esistenza? Come si concilia il dio creatore, buono e onnipotente, con il male che affligge tutti in misura diversa? Da dove arriva la fede? La bibbia è attendibile, credibile? Queste e altre domande mi affollavano la mente, ma prima di giungere alla decisione di cui vi ho parlato all’inizio mi sono imposto di conoscere quello che avrei poi abbandonato. Più avanti con gli anni frequentai per un periodo il gruppo di studio biblico istituito dalla pastorale giovanile diocesana.

Sempre la stessa pastorale organizzò un interessante viaggio di una settimana a Taizé, il ‘monastero aperto’ che accoglie centinaia di giovani in Francia, più o meno seriamente interessati a un’autentica esperienza di fede e preghiera. Queste esperienze, unite all’occasionale approfondimento personale su libri e fonti d’autorità ecclesiastica, non sono state risolutive per i miei dubbi. Innanzitutto, hanno confermato la debole attendibilità storica del testo sacro su cui si fonda la fede e di lì la religione come fatto sia intimo che comunitario. Sono giunto alla conclusione che se pur possano esserci fatti storici veri, altri sono incompatibili con le scienze naturali e con l’affidabilità di un testo ovviamente ‘di parte’ e spesso senza altre fonti di verifica.

Questo non toglie nulla all’importanza capitale della bibbia nella nostra civiltà, anche nel presente, ma penso di poterlo considerare alla stregua di una grandiosa opera epica come i classici mitologici greci: vi si possono trarre preziosi insegnamenti anche senza credere nell’esistenza degli enti ed eventi soprannaturali descritti. Da qui l’impossibilità di fondare adeguatamente, complice forse una forte formazione scientifico-sperimentale, la fede nel dio di Abramo e di Isacco, nella trinità e in tutti i corollari connessi. La chiesa cattolica è pur sempre un’organizzazione di persone, se vogliono convincermi di qualcosa oggi la tradizione, il dogma e l’autorità non sono sufficienti, tantomeno il ricorso al ‘mistero’ riguardante il divino. Si deve pretendere di più da chi vanta il possesso della verità rivelata.

Ecco che poi nella mia riflessione personale spuntano altri elementi puntuali ad aumentare la diffidenza, come il problema del male nel mondo, che sarebbe meglio trattare un’altra volta. Io però – perdonatemi lettori cattolici – presuntuosamente così riassumo il mio rifiuto della soluzione cattolica: se anche un dio esistesse, sarebbe: o impotente di fronte al male, ma questo contraddirebbe il suo attributo di onnipotenza; o malvagio e consenziente al male, il che escluderebbe la sua bontà. Arriviamo così alla prima domanda esistenziale che vi ho presentato qualche riga sopra, che resta senza una precisa risposta: c’è una causa e un fine per la mia vita? Mi accontento per ora di sprofondare in un vago misto di materialismo e casualità, certamente ancora insoddisfacente dal punto di vista intellettuale e soprattutto esistenziale, ma più onesto che una falsa professione di fede.

Il secondo ordine di cause è civile e riguarda l’indipendenza dello stato italiano dalla chiesa cattolica, che riscontra gravi mancanze dovute principalmente all’evoluzione storica dei loro rapporti. Penso infatti che sia grave per la nostra repubblica riconoscere e legittimare uno stato assoluto, maschilista, opaco e totalitario come il Vaticano. Mi sembra gravissima la perdurante permanenza nei nostri orari scolastici una o addirittura due (scuola primaria) ore di ‘religione cattolica’ insegnata da docenti designati dal vescovo locale secondo criteri oscuri e stipendiati poi dalle finanze dello stato (ivi compresi i soldi dei non-cattolici). Questa situazione è analoga per i cappellani militari, e altrettanto grave il privilegio accordato ai cattolici e alle sue alte gerarchie dalle nostre istituzioni. L’elenco di privilegi concessi al clero e ai clericali potrebbe a lungo proseguire. È vero che si può essere laico e pure credente, ma nel mio caso le due questioni – personale e civile – si fondono in un unico impegno di coerenza.

Penso che alcune delle considerazioni fatte potrebbero essere di spunto oltre che per comprendere ed eventualmente abbracciare la scelta dello sbattezzo, anche per il buon cristiano che volesse porre rimedio al fenomeno sempre più diffuso dello sbattezzo. Come precisazioni conclusive, vorrei aggiungere che il percorso dai dubbi allo sbattezzo è durato più di dieci anni, con molti ripensamenti e travagli; che non ho ancora trovato il coraggio di ammettere la mia apostasia alla mia famiglia né pubblicamente nel paesino in cui abito. Infine, il rifiuto del cattolicesimo non rappresenta per me un assoluto NO al fenomeno sociale della religione, che potrebbe anzi avere effetti positivi se si affermasse una religione ‘civile’ condivisa da tutti i cittadini e le cittadine, capace di stringerli tra loro e attorno ai simboli sacri dello stato. Ma – scrisse qualcuno – questa è un’altra storia e andrà raccontata un’altra volta.

Un ventitreenne