Già da circa due anni agisce un’iniziativa che ha sede nella periferia ovest della città, presso la chiesetta di via Col di Lana ang. Via Chambery. Qui la cooperativa sociale e libreria «La rosa blu» promuove, quasi sempre il martedì, gli incontri della “miniera culturale in periferia”. Gli argomenti spaziano dalla sociologia alla storia, dalla politica alla religione e la sala, a posti prenotati, è sempre piena. Solo alcune volte la sede periferica ha ceduto il posto a qualche location aulica come il Circolo della Stampa di Corso Stati Uniti o il magnifico salone all’ultimo piano della sede della Città metropolitana, ex provincia, che sorge presso il grattacielo di IntesaSanpaolo.
L’iniziativa è promossa da Franco Aloia, già membro della segreteria nazionale della FIM/CISL e da un gruppo di amici da lui coordinato. Franco è un grande organizzatore e ha i contatti giusti per invitare personalità di grande prestigio. Quest’anno, prima della breve interruzione estiva, finale col botto. Domenica 29 giugno alle ore 17,30 dialogo tra Romano Prodi e Andrea Malaguti, direttore de «La Stampa» sul tema «Le crisi mondiali e l’Europa», come dire quasi l’intero scibile umano in questa temperie storica… L’incontro prosegue, nella sostanza, il dialogo iniziato con il libro/intervista insieme a Massimo Giannini Il dovere della speranza (Feltrinelli).
Romano Prodi nella sua duplice veste di Presidente del Consiglio italiano e poi di Presidente della Commissione Europea ha conosciuto personalmente molti leader politici del presente e del recente passato e ha avuto una posizione essenziale nell’introduzione della moneta unica europea. Ricorda in merito una telefonata con Helmut Kohl. Si stava vivendo un momento decisivo e la Confindustria tedesca era contraria. Il cancelliere, a stretto giro, si pronuncia nettamente a favore e Prodi lo chiama stupendosi che trattasse così gli industriali suoi sostenitori. Risposta di Kohl: «Voglio l’euro perché mio fratello è morto in guerra». «Ecco anche questo è politica», conclude il Professore. Rievoca il peggioramento progressivo dei rapporti con Putin con conseguente alleanza con Xi Jnping, quando ancora nel 2008 in una dichiarazione riservata avrebbe dichiarato: «Non venderò mai un metro cubo di gas alla Cina». Definisce il dittatore russo un freddo ragionatore che rimpiange l’URSS ma si ispira al potere degli zar, basato sull’alleanza di Chiesa ortodossa e Stato. Non trascura di segnalare i pericoli a noi geograficamente vicini: «La Sardegna è più vicina all’Africa che all’Italia e chi comanda in Libia, stato fallito? Turchia e Russia». Per tacere della crescente influenza cinese e russa nell’intera Africa che ha quasi scalzato quella ex-coloniale francese, e angloamericana.
Alla domanda di Malaguti: ma quest’Europa non si è troppo allargata? Prodi risponde rivendicando le sue scelte: se Polonia e paesi baltici non fossero nell’Ue saremmo tutti meno sicuri. Sono le regole che vanno cambiate, a partire da quella paralizzante dell’unanimità. Neanche un condominio può funzionare con l’unanimitè, figuriamoci l’Unione Europea. È molto amareggiato perché «il mondo si incattivisce». Molti stati escono dalla convenzione per il divieto delle mine antiuomo, ratificata da 133 stati (e dall’Italia durante il suo primo governo). Da ultimi Polonia, Ucraina e Corea del Sud. Ed è stupito dell’indifferenza sulle disuguaglianze crescenti, citando un suo articolo di 40 anni fa − molto lodato − in cui sosteneva essere eccessivo un divario da 1 a 36 tra lo stipendio dell’amministratore delegato e dell’operaio. «Ora siamo a 1 a 500 e nessuno si scandalizza più». Malaguti, di fronte alle critiche sulla globalizzazione ricorda che comunque in 30 anni essa ha favorito l’uscita dalla povertà di miliardi di persone e la formazione di un ceto medio in paesi/continente come India e Cina. Il problema, ribatte Prodi, è l’assoluta mancanza di regole.
L’incontro è alle ultime battute: «Cosa prevedi tra un anno?», chiede il direttore. «Una tregua in Ucraina, non so invece cosa potrà avvenire a Gaza dove da tre generazioni i palestinesi sono imprigionati, e ora sterminati; e dove l’Europa ha commesso imperdonabili errori». Nonostante il gran caldo, un incontro molto costruttivo concluso con un lungo e meritato applauso ai due protagonisti.






Ottimo resoconto di un’encomiabile iniziativa
La globalizzazione è cosa buona se non si crea disoccupazione per favorire maggiori guadagni alle multinazionali impoverendo i popoli perché se produco all’estero a basso costo e poi vendo a prezzi alti come si può acquistare un bene se si è disoccupati? Solo pochi potrebbero permetterselo.
Per quanto riguarda la moneta unica euro in questo caso anche questa è cosa buona ma purtroppo ha creato una forte diminuzione del potere di acquisto e c’è ne siamo accorti tutti.
Negli articoli attentamente letti si riconoscono chiarezza d’esposizione,proprietà di linguaggio,precisione nella narrazione obiettiva pur nella sintesi richiesta sempre dalla stampa