Confesso che dire qualcosa su questo tema dopo l’alluvione papale mi risulta molto difficile. Specie perché ho l’impressione di fare un lavoro totalmente inutile, come scrivere un libro, preventivamente destinato al macero. Tra l’altro è recente la notizia che la Cisl inviterà a votare no ai quesiti sul lavoro. Quasi non bastassero gli inviti del presidente del Senato e del Ministro degli Esteri ad astenersi per far mancare il quorum del 50% degli aventi diritto, indispensabile per la validità della consultazione. Mi è poi accaduto il 7 maggio di ascoltare un confronto radiofonico tra la battagliera segretaria Francesca Re David (Cgil) e il prof. Pietro Ichino, giuslavorista, già parlamentare Pd, schierati su fronti contrapposti. Ad essere sincero, benché per più di 60 anni nella mia vita abbia praticato dottrina economica e giuridica, non ho capito molto. Per l’estrema complessità dei problemi sottoposti al voto popolare. Ma perché allora dovrebbe andare a votare la deliziosa formaggiaia del mercato di Oulx o la gentile panettiera del mercato di corso Racconigi che di pane ne deve vendere non poco per salvare la giornata? E tutte quelle persone che, come osserva Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, in un recente articolo, costituiscono il sangue della società. Che ogni mattina la fanno funzionare con sacrificio, senso del dovere e impegno profondo. Un inverno passato c’erano 10 gradi sotto zero e la formaggiaia era al suo banco alle 8 del mattino. «Oggi fa un bel freddo!», le dico, salutandola. Mi sorride col consueto garbo e risponde: «Ma è il nostro mestiere…». Una medaglia d’oro! Eppure i padri costituenti pensarono a questi cittadini quando formularono le norme sul referendum popolare abrogativo. Per aumentarne la partecipazione solidale alla costruzione del Paese. È invece diventata materia da azzeccagarbugli, per merito di una sinistra autolesionista, preceduta dai radicali che, verso questi approdi, spianarono la via.

Primo. Il primo quesito prevede, nel caso di abrogazione delle norme vigenti, il ripristino del posto di lavoro del lavoratore illegalmente licenziato nelle imprese con più di 15 dipendenti. Cosa giusta, in teoria. Difficile e rara in pratica, dato il deterioramento dei rapporti umani irrimediabilmente verificatisi. Meglio una forte indennità sostitutiva. Ma, attenti, diceva Ichino, se prevalessero i sì, ritornerebbe in vita non l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ma la Legge Fornero (che dispone anche in questa materia) con la previsione di un’indennità inferiore a quella attuale (un massimo di 24 mensilità rispetto alle attuali 36). Insomma un autogol in piena regola, a partire da un tale stato di confusione che non è neppure chiaro quale norma tornerebbe in vigore: Re David contestava infatti vivacemente questa interpretazione.

Secondo. Il secondo quesito riguarda invece le piccole imprese con meno di 16 dipendenti. In caso di licenziamento illegittimo è previsto un indennizzo massimo di 6 mensilità. Poche. La proposta è di togliere il limite e affidare al giudice il compito di definire il risarcimento. Qui, notava sempre Ichino, può aprirsi un problema di sostenibilità economica della piccola impresa. Per capirci può accadere che l’impresa chiuda i battenti, licenziando tutti i lavoratori. Ricordo, come sindacalista, di aver seguito indirettamente molti anni fa il rinnovo contrattuale di una scuola privata. Grande successo, notevoli aumenti economici e miglioramenti normativi. Era aprile. A settembre la scuola chiede il licenziamento di tutti i dipendenti per fine attività. Il proprietario non era un capitalista assatanato, semplicemente i conti sarebbero andati in profondo rosso. Meglio smettere.

Terzo. Il terzo quesito prevede, in caso di vittoria dei sì, l’obbligo di indicare una motivazione per i contratti a termine, anche inferiori a 12 mesi. Sembra una tutela apprezzabile per dare maggiore garanzia al lavoratore. In realtà può trasformarsi in un boomerang sotto due aspetti. Un rallentamento delle assunzioni a tempo indeterminato, dato che il rapporto a termine di 12 mesi ha praticamente sostituito quello che era un tempo il periodo di prova, e si conclude normalmente con il rinnovo a tempo indeterminato. D’altro canto l’indicazione obbligatoria di una causale può diventare fonte di grandissimo contenzioso su cui si butterebbero frotte di avvocati. Non dimentichiamo che il numero di legali iscritti all’albo di Roma supera da solo quello dei colleghi dell’intera Francia. Anche in questo caso mi soccorre il passato di sindacalista. Quando venivano conclusi contratti con norme poco chiare, il giorno successivo partiva la ridda dei ricorsi. Poche decine di euro per ciascuna causa, ma migliaia di cause mantenevano in vita un notevole numero di studi legali.

Quarto. Anche sul quarto quesito ci sono da fare osservazioni di buon senso. In sé il principio è giusto e mira a una riduzione degli incidenti sul lavoro. Ma come sempre se dall’alto dei principi si scende al pratico, in cauda venenum. Tacendo il fatto che già ora alcune responsabilità ricadono sul committente, ben diverso è il caso in cui quest’ultimo sia una grande impresa e appaltatrice una piccola. Ad esempio Ferrovie dello Stato che si avvale di piccole aziende specializzate in manutenzione dei binari. Giusta in questo caso la responsabilità solidale delle Ferrovie. Pensiamo al caso opposto: il titolare di una piccola impresa appalta la tinteggiatura di un capannone ad una grande impresa edile. È giusto caricare sull’appaltante responsabilità così pesanti? Forse no. Come sempre un approccio pragmatico e realistico mette in crisi principi e norme generali e astratte.

Quinto. Un quesito chiaro è il quinto ed ultimo: per chi vive e lavora continuativamente in Italia concedere l’acquisto della cittadinanza in un tempo dimezzato rispetto agli attuali 10 anni (cui si aggiunge la durata della pratica, mai inferiore ad altri due o tre anni). Tra l’altro tale scelta ci allineerebbe alle norme prevalenti negli altri stati europei. Dire sì mi sembra un fatto di civiltà e anche di convenienza per il nostro sistema economico. Ma in questo caso si oppone tutto il fronte della destra patriottarda e astensionista.

Il quadro complessivo è assai controverso. Votare 5 sì per dare un segnale al governo di un’opposizione ancora vivace o analizzare i singoli quesiti, uno per uno, cercando di districarsi in un ginepraio normativo senza pari? Non ai posteri, ma agli eventuali lettori, l’ardua sentenza.