Ci sono pagine letterarie che, oltre a stupirci per la loro attualità e universalità, presentano anche stupefacenti parallelismi, benché scritte in tempi e circostanze diversi. Penso alla fuga di Renzo da Milano dopo l’assalto ai forni. Giunto, al calar della notte, a Gorgonzola, decide di concedersi una sosta e un pasto. Alla stessa osteria arriva un mercante di tessuti bergamasco che dà la sua versione degli avvenimenti (manipolazione dell’informazione). Gli avventori locali bevono le sue parole (provengono da una testimonianza diretta!). «Chi ha fatto il più gran chiasso veniva da fuori» (il pericolo è sempre esterno: immigrati, casseurs, ecc.). Era una congiura, ordita da un pezzo (il complottismo non è nato ieri). Dando prova di “acume politico” il mercante è certo: i francesi di Richelieu attentano al governo degli spagnoli in Milano. È uomo d’ordine: sta dalla parte di chi governa e vuole il rispetto della proprietà privata. Ha anche un piccolo conflitto d’interessi: «Il signor vicario di provvisione è un gran signore» − nota − con immancabile servilismo, e poi: «io lo posso dire, che son tutto di casa e lo servo di panno per le livree della servitù». Guai a chi entra nelle botteghe e si serve, «senza mettere mano alla borsa”. Chi si comporta così sia impiccato sulla pubblica piazza, almeno i capi, giustizia sommaria insomma, ancorché con i conforti religiosi, «accompagnati da’ cappuccini e da’ confratelli della buona morte». Tralascio qualche provvedimento populistico come il prezzo del pane stabilito d’autorità, a livelli troppo bassi («Un pane d’ott’once per un soldo…che bazza!»). Un’eterna illusione che di lì a poco fa sparire il prodotto mentre il prezzo aumenta a livello di borsa nera, creando un mercato parallelo.

Quindi si viene a parlar di Renzo, ritenuto un pericoloso agitatore, fortunosamente sfuggito alla “giustizia”. Questi, seduto all’altro capo di un lungo tavolo, «si sentì venir freddo, e diede un guizzo… quel poco mangiare era andato in tanto veleno». E di costui cosa ne è stato – conclude il mercante – sarà scappato, sarà nascosto in Milano, son gente che non ha né casa, né tetto. E questo si era messo a predicare che si ammazzassero tutti i signori. «Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati?». Compaiono, in anteprima assoluta, le teorie del gocciolamento (trickle down economics, per fare i raffinati…) − dall’arricchimento smisurato di alcuni qualche briciola giunge anche agli altri − e del capitalismo compassionevole (xhi ha ricchezza e potere si degna di fare anche un po’ di carità). Renzo, a questo punto cautamente per non suscitare sospetti, paga il conto, senza tirare sul prezzo e si avvia nella notte, per sentieri secondari, verso l’Adda.

Una delle pagine più suggestive del grande romanzo. Benché un tenue chiarore lunare lo guidi, stanco e affranto, il nostro personaggio vede intorno a sé una natura ostile «s’accorse di entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltravisi… gli alberi gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose». Vi ricordate il terrore di Biancaneve che fugge nel bosco e cade in preda agli incubi? Renzo non sa che fare, è tentato di tornare indietro… e si ferma di botto. Nel silenzio «cominciò a sentire un rumore, un mormorio d’acqua corrente… sta in orecchi, ne è certo – È l’Adda – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore». Gli tornano le forze, morali e fisiche, giunge alla riva e decide di tornare un po’ indietro e passare la notte in un capanno. Ora il bosco non lo spaventa più. Sarà una notte agitata, scandita dal campanile di Trezzo che batte ogni mezz’ora, piena di ricordi angosciosi dei più recenti avvenimenti: «Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di lettere, io! Una volta sulla sicura sponda bergamasca Renzo pensa di incontrare il mercante e rinfacciargli tutte le spudorate fake news: Ferrer l’ho aiutato come un fratello, il signor vicario di provvisione l’ho salvato; altro che fascio, ho una sola lettera, questa, scritta da un religioso… Undici rintocchi annunciano l’alba. Il nostro si alza, si stira in lungo e in largo… come per mettere insieme tutte le membra. «Il cielo prometteva una bella giornata… quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”. Ripercorre velocemente campi, sodaglia (la baraggia incolta), macchie e bosco, ridendo di se stesso per la paura e il “ribrezzo” della sera prima. «Mi fareste il servizio, col pagare, di tragittarmi di là?» chiede Renzo a un pescatore che risaliva la corrente, accanto alla riva. Detto, fatto. Renzo è in terra di San Marco, oggi diremmo come immigrato clandestino… Ma, benché «baggiano», termine vagamente razzista, con cui erano chiamati nella Serenissima i rifugiati dal Ducato di Milano, grazie all’appoggio del cugino e alla sua abilità di filatore, apprezzata in quelle terre, viene rapidamente e proficuamente integrato.

Fughe parallele

Ne La casa in collina Pavese delinea la figura di Corrado, un insegnante che ogni sera si sposta nella periferia collinare di Torino per sfuggire ai bombardamenti sempre più intensi negli anni conclusivi della guerra, nel periodo della Repubblica di Salò. È in contatto con ambienti partigiani, ma non si sente di fare quella scelta e di salire in montagna. Ad un certo punto il cerchio si stringe, in una retata nazifascista, probabile effetto di una spiata, Corrado sfugge casualmente all’arresto. Non può più  restare nella casa in collina, e continuare a recarsi a Torino ogni giorno nella sua scuola. Viene ospitato in incognito in un collegio religioso di Chieri ma, braccato anche qui e avvertito dal rettore che rischia di essere scoperto, si avvia, zaino in spalla, verso l’astigiano, per raggiungere la Valle Belbo, dove aveva trascorso l’infanzia. Si aggira con difficoltà nel labirinto dei colli e dei sentieri, evitando con cura le strade principali. È arrestato da due partigiani e poi rilasciato. Assiste all’agguato che una banda locale tende a un camion di fascisti: «Lungo le ruote, davanti alla macchina erano stesi corpi umani… vidi sangue sui corpi. Uno era piombato sulla faccia, ma i piedi li aveva ancora sul camion. Gli usciva il sangue col cervello da sotto la guancia. Un altro, piccolo, le mani sul ventre, guardava in su, giallo, imbrattato. Poi altri, contorti, accasciati, bocconi, di un livido sporco». Quattro partigiani erano stati impiccati e questa era la risposta. All’agguato sarebbe seguito l’incendio del paese da parte di fascisti e tedeschi. Molti avrebbero passato la notte nei campi, abbandonando gli animali e gran parte delle loro cose. La logica della rappresaglia, della vendetta, la tragedia senza fine della guerra. In questo suo peregrinare, Corrado mangia quando e come può e dorme nei pagliai, se va bene. Una notte «tra le gaggìe era difficile orientarsi… presi un sentiero che mi parve il buono. Ero stanco, affamato. Mi vidi davanti un casotto, in una vigna… c’entrai nel buio e, vincendo il “ribrezzo”, mi sedetti per terra». Torna il termine “ribrezzo” nel più moderno significato di ripugnanza rispetto al testo manzoniano dov’è sinonimo di paura, timore, repulsione.

«Mi svegliai ch’era notte profonda»: qui non c’è un campanile che scandisce le ore, ma un cane che abbaia. «La voce del cane era la voce di tutta la terra”, dilaniata e martoriata dalla guerra. Come Renzo anche Corrado è braccato, sussulta nel dormiveglia e per non essere visto esce dal suo rifugio prima dell’alba. Come in riva all’Adda, la scena è rischiarata dalla tenue e fredda luce lunare. Il casotto è una cappella votiva abbandonata, «restava ancora un vetro rosa screpolato». Anche Corrado è intirizzito e indolorito, nell’alba livida maledice la rugiada e ha freddo, fame e paura. Una differenza però c’è: Renzo, uomo devoto e timorato di Dio recita, in ginocchio, le preghiere della sera e del mattino, chiede perdono di non aver pregato la sera prima, mezzo ubriaco e di essere andato a “dormire come un cane”. Ben meritando quella «bella svegliata”. Cioè l’arresto ad opera dei “birri” chiamati dall’oste. (Peccato e punizione, insomma, strettamente collegati). Il laico Corrado, sgomento, rivede quei morti e quel sangue. «Pensarci è pregare per loro». La gente semplice che lo ospita si chiede invece perché la guerra non finisce.

Dopo altri giorni di paure e di attese, in mezzo a rappresaglie e incendi, evitando i rastrellamenti, Corrado decide di rischiare per la via più breve, la valle del torrente Tinella. «Partii l’indomani, e la sera ero a casa coi miei, di là dai boschi e dal Belbo».