L’enciclica Dilexit nos (ci ha amati) uscita il 24 ottobre 2024 è una teologia decisamente idealizzata del Sacro Cuore di Gesù. I primi due capitoli (47 paragrafi su 220 totali) sono una disamina classica del termine “cuore”, dal greco (kardia) di Omero sino a un paio di citazioni di Martin Heidegger (par. 16s). Nessuno contesta la profonda validità della metafora del cuore; ma mi chiedo se valga la pena riproporre massicciamente e anacronisticamente tale simbologia, dopo che abbiamo appurato che il cuore è sì un organo importante, ma poco più di una pompa: tutti gli affectus (sentimenti, emozioni, pulsioni, passioni ecc.) che nel passato si ritenevano provenire da esso, sono invece localizzati nella mente-cervello, più precisamente nel suo emisfero destro.

Ma questo passi. Invece dal terzo capitolo in poi è una saga indigeribile di sentimentalismi; sperando che possa essere attraente anche per la sensibilità di oggi (par. 87), il papa invita a rinnovare la devozione al Sacro Cuore di Cristo, così come si è sviluppata e diffusa nell’Europa di due secoli fa, sotto l’impulso delle esperienze mistiche di Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690). Essa ha raccontato importanti apparizioni avvenute tra la fine di dicembre 1673 e il giugno 1675. Fondamentale è una dichiarazione d’amore che spicca nella prima grande apparizione. Gesù dice: «Il mio divin Cuore è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che, non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo ardente Amore, sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò» (par. 119).

Si analizza tutta la diffusione della devozione al Sacro Cuore, con i suoi fautori principali, in particolare (par. 90) la figura di Santa Teresa di Gesù Bambino (Santa Teresina del bambin Gesù), che respirò l’enorme devozione che inondava la Francia nel XIX secolo (par. 133). Ma ce ne sono parecchie altre (par. 110): Santa Lutgarda, Santa Angela da Foligno, Giuliana di Norwich, Santa Matilde di Hackeborn e Santa Gertrude di Helfta: queste ultime due sono state considerate tra «le più intime confidenti del Sacro Cuore».

Gertrude, monaca cistercense, ha narrato un momento di preghiera in cui ha appoggiato il capo sul Cuore di Cristo e ne ha ascoltato il battito. Poi in un dialogo con San Giovanni Evangelista gli chiese perché nel suo Vangelo non avesse parlato di ciò che aveva provato quando aveva fatto questa medesima esperienza (par. 110). Si allude a Gv 13,23.25, in cui il discepolo prediletto si reclina sul petto di Gesù. Si intende Giovanni di Zebedeo: ma egli non è né il discepolo che Gesù amava, né il leader delle chiese giovannee, e men che meno l’autore del IV vangelo. Il che è la prova inequivocabile che si tratta di autosuggestione, o allucinazioni che dir si voglia, di esaltazioni fanatiche in preda a paranoia religiosa.

«Papa Pio XI cercò di dare fondamento a questa esperienza invitandoci a riconoscere che il mistero della Redenzione attraverso la Passione di Cristo oltrepassa, per la grazia di Dio, tutte le distanze di tempo e di spazio, così che se Egli sulla Croce si è donato anche per i peccati futuri, i nostri peccati, allo stesso modo i nostri atti offerti oggi per la sua consolazione, superando i tempi, hanno raggiunto il suo Cuore ferito»: «Se a causa anche dei nostri peccati futuri, ma previsti, l’anima di Gesù divenne triste sino alla morte, non è a dubitare che qualche conforto non abbia anche fin da allora provato per la previsione della nostra riparazione, quando a lui “apparve l’Angelo dal cielo” ( Lc 22,43) per consolare il suo cuore oppresso dalla tristezza e dalle angosce. E così anche ora in modo mirabile ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati» (par. 153; questa è pura follia sacrificale di una devozione decrepita, funzionale forse solo ad “acquietare” i tradizionalisti).

E ancora: a partire dalla seconda grande manifestazione a Santa Margherita, Gesù esprime il dolore perché il suo grande amore per gli uomini «non riceveva in cambio che ingratitudini e indifferenza, freddezze e ripulse». «Questo – dice il Signore – mi fa soffrire più di tutto ciò che ho patito nella mia Passione» (par. 165).

Di fronte agli “svarioni” di papa Francesco fino ad ora mi sono auto-censurato per non “favorire” i suoi oppositori, ma qui si è varcato il limite, anche perché ha escluso dalla discussione sinodale la questione del diaconato femminile, in quanto sarebbe un tema non ancora maturo. Ma i sinodi si fanno per affrontare problemi e trovare soluzioni, e il ministero è oggi il problema della chiesa, da affrontare di petto invece di emanare patetiche encicliche sul Sacro Cuore.

Si ripropone quindi la Comunione eucaristica il primo venerdì di ogni mese per stare uniti al cuore di Cristo: per fortuna non si dice più come una volta che farne nove consecutivi ci si assicurava il Paradiso. «Allo stesso modo, nessuno deve sentirsi obbligato a fare un’ora di adorazione il giovedì. Ma come non raccomandarla?» (par. 84s).

Emerge pericolosamente il bisogno di radicarsi da qualche parte regressiva nella storia passata del pensiero e della pietà, per non fluttuare smarriti fra le incertezze della nostra epoca; tuttavia, per dirla col teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, la prassi pietistica cristiana è come la manna (Esodo 16,20): oggi fresca, domani puzza.