Il tema è la missione dei discepoli inviati senza pane, né bisaccia, né denaro… (Mc 6,8s); si tratta di andare spiritualmente (non fisicamente) allo sbaraglio ma in pace e tranquillità. Il testo è ripetuto con qualche variante (con i sandali in Mc, senza in Lc) in Luca 10,4 per i 72 discepoli, che poi quando tornano (Lc 10,17) lo fanno pieni di gioia perché anche i demoni si sono a loro sottomessi. Viene ripreso anche in Lc 22,35: «Quando vi ho mandato senza borsa, bisaccia e sandali, vi è forse mancato qualcosa?»; «Nulla», risposero. Con il “patrocinio” di Gesù hanno annunciato con entusiasmo il Regno ed esercitato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni [che erano considerati della genia (figli) di Satana], oltre ad aver unto gli infermi: la malattia stava sotto il regno diabolico, per cui, come già detto nel commento della scorsa domenica scorsa, la distinzione fra guarigione ed esorcismo è a volte molto labile. In ogni caso, demitizzando, si tratta della lotta contro il male, fisico e psichico. Ma questa è stata solo la prima fase.
C’è stato invece un secondo periodo tra l’ultima cena e l’orto degli ulivi in cui la musica è cambiata, poiché siamo nello stadio della passione-morte di Gesù, in un clima di tensione e profonda inquietudine; infatti Gesù rovescia completamente il discorso di Mc 6 e Lc 10, invitando a riprendere la borsa-bisaccia: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada venda il mantello e ne compri una» (Lc 22,36). Il (ri)prendere gli strumenti significa che tira un’altra aria, in cui c’è ora bisogno di protezione per poter continuare il cammino in un’atmosfera di rischi mortali. Occorre difendersi seriamente: infatti viene usato il simbolo di comprare la spada vendendo il mantello.
È la stessa alternanza delle prime comunità cristiane nella loro testimonianza missionaria fra tranquillità e persecuzione. Sulle persecuzioni è stato costruito un mito, nel senso che molti pensano che i cristiani per due/tre secoli siano stati sistematicamente perseguitati a tappeto in tutto il territorio dell’impero romano [questo è avvenuto solo per la persecuzione di Decio nel 251 d. C. e in quella di Diocleziano alla fine del terzo secolo]. Le persecuzioni sono sì avvenute, ma sono state sporadiche, saltuarie e circoscritte: se c’erano a Roma non è detto che ci fossero anche altrove.
Famoso il rescritto imperiale di Traiano a Plinio il giovane, allora governatore della Bitinia che chiedeva lumi, il quale aveva interrogato due “ancelle” che erano dette ministre: delle serve (schiave) ministre ai sacri altari? (!). La risposta dell’imperatore invita anzitutto a non dare… la caccia ai cristiani e prendere in considerazione solo le denunce ma scartando quelle anonime. Quindi passare alla prova del sacrificare agli dei pagani; se il denunciato rifiuta, lo condanni, ma se omaggia gli idoli, gli rilasci il libellus, ossia un certificato di avvenuto rinnegamento della fede cristiana. Naturalmente (tutto il mondo è paese) certi ricchi comperavano il libello senza aver formalmente abiurato.
Ma, date le persecuzioni sporadiche e saltuarie, si pose il problema dei cosiddetti lapsi (deboli), cioè di coloro che avevano abiurato per salvare la pelle: finita la breve e circoscritta persecuzione, volevano rientrare nella chiesa. La prassi fu quella di riaccoglierli, ma per una volta sola come nella grande penitenza pubblica riservata ai gravi peccati. Se in futuro ci “ricascavano”, erano esclusi dalla comunità cristiana. Ciò non significava una condanna divina definitiva, poiché era sempre possibile la venia Dei (il perdono di Dio); come a dire: «Te la vedrai con Dio, ma con noi hai chiuso!».
Il passo evangelico riflette la predicazione missionaria delle chiese primitive; ciò non significa che Gesù non abbia inviato dei discepoli ad annunciare il vangelo del Regno: pensiamo al gruppo dei 72, ma non i 12 (come all’inizio del vangelo odierno) perché essi non esistevano nel ministero storico. Questa è la nostra grande rivendicazione, già trattata e motivata tecnicamente in più articoli de il foglio cartaceo: in particolare L’invenzione dei 12 apostoli nel n. 499 (aprile 2023). La sua portata teorico-pratica è immensa, soprattutto in relazione ai ministeri ordinati femminili (donne-prete).
Infatti il ritornello romano suona: il Papa, anche se lo volesse, non ha il potere di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, perché andrebbe contro la volontà di Nostro Signore. Il leit-motiv è sempre lo stesso: «Non ci possiamo fare nulla per obbedienza al Signore» perché tutto è stato bloccato dalla volontà di Cristo, praticamente attorniato (secondo la vulgata classica) solo dai quei 12 maschi “sacralizzati”; in particolare nell’Ultima Cena in cui egli, secondo la vecchia catechesi, oltre all’Eucarestia avrebbe istituito pure il sacerdozio a partire da quella dozzina di uomini (per cui i preti e vescovi possono essere solo maschi), mentre quasi sicuramente nel Cenacolo c’era una presenza più ampia e pure femminile.
I 12 non esistevano nel ministero storico di Gesù, ma sono una creazione-invenzione posteriore retrodatata (leggendariamente) ai tempi di Cristo. Il gruppo degli apostoli-discepoli/e era più ampio, non precisato nel numero, e variabile nel tempo. In ogni caso Gesù aveva solo amiche ed amici, con alcuni/e più intimi, ma senza una gerarchia interna.
È necessario rispondere subito all’obiezione, in sé corretta, che suona: se i 12 fossero una elaborazione tardiva, non sarebbero stati così autolesionisti da inserirvi un traditore, altrimenti sarebbe stato scandaloso che Gesù (pensato miticamente come onnisciente e presciente) avesse scelto il suo futuro traditore come uno dei suoi più prossimi seguaci. Obiezione respinta: nella prima versione-costituzione post-pasquale dei 12 c’era l’altro Giuda (con Taddeo), non l’Iscariota traditore, fra l’altro completamente assente (in quanto abitante a Gerusalemme) durante i lunghi resoconti del ministero in Galilea.
Dati i rischi di scissioni e frammentazioni, il motivo della costituzione postuma dei 12 in un “collegio apostolico” è certo stato il bisogno di una direzione più centralizzata e unitaria. Il gruppo di Emmaus (Cleofa) era in contrasto con la comunità di Gerusalemme; poi le comunità petrine erano ai ferri corti con quelle giovannee.
Il numero di 12 era quasi sacro (da mantenere a tutti i costi) perché essi sono presentati biblicamente come i nuovi fondamenti della chiesa, nel cliché della genesi di Israele con le sue 12 tribù. La descrizione della Gerusalemme celeste dell’Apocalisse (21,10-14) presenta un chiaro accostamento della sequenza dei capotribù israeliti con quella degli Apostoli: una convergenza teologica fra la tradizione ebraica e il collegio apostolico (cfr Lc 22,30).
Come e perché inserire Giuda fra i 12 a scapito di un altro? L’immissione è avvenuta confusamente in due modi diversi: in Mc e Mt soppiantando l’altro Giuda e mantenendo Taddeo, in Lc (vangelo e Atti) eliminando Taddeo e conservando i due Giuda.
Il “perché” lo si può intuire dalle loro aspre controversie: una comunità dissidente (ad es. quella di Emmaus) avrà preteso un proprio rappresentante nel collegio apostolico; è stato perciò immesso Giuda tra i 12 per poi organizzarne l’elezione suppletiva fra i candidati designati dall’opposizione, essendo necessario ricomporre il numero 12 perché la comunità potesse entrare nella pienezza della Pentecoste.
D’altronde le donne che presiedevano le comunità (praeerant ecclesiis) e l’eucarestia (sacris altaribus ministrare) sono esistite nel primo mezzo millennio nell’Italia meridionale [cfr Giorgio Otranto, “Il sacerdozio della donna nell’Italia meridionale”, Edipuglia-Bari 1991], come la Leta presbytera (neologismo) nell’iscrizione cimiteriale di Tropea, e Flavia Vitalia a Salona in Dalmazia (sic, città natale del persecutore Diocleziano); proviene pure da Salona un frammento di coperchio di sarcofago che reca la scritta sacerdotae [altro neologismo inequivocabilmente femminile, sia come plurale sia in caso obliquo singolare].
Ben due neologismi cristiani, inesistenti nel latino classico, testimoniano casi non isolati ma una prassi vigente in Calabria (Lucania e Sicilia) e in Dalmazia, in piena convergenza fra documentazione storico-letteraria ed epigrafica. Papa Gelasio la stroncò nel 494 d. C. con un’infuocata lettera ai vescovi del Meridione per aver permesso un simile “scempio”; che però Francesco può tranquillamente ripristinare 1500 anni dopo.






