Nel vangelo odierno è clamorosamente assente il racconto dell’istituzione dell’eucarestia [Questo è il mio corpo…ecc.]: una carenza spesso sottovalutata o rimossa. Manca pure in tutti i vangeli l’agnello pasquale, anche se la prima lettura (Esodo 12,1-14) si dilunga in minutissimi dettagli sul come e quando immolarlo e mangiarlo, nel ricordo del massacro dei primogeniti egiziani (sia uomini che animali; meno male che è una fiction leggendaria). Gesù non ha mangiato l’agnello pasquale coi suoi discepoli nell’ultima cena! E non vale la scusa che fosse lui l’agnello.
Occorre tener presente che prima di cene importanti si faceva comunque il bagno sia per igiene sia in senso purificatorio. Per questo Gesù dice: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi [“se non i piedi”, che manca nel Sinaitico] ed è tutto puro; e voi siete puri». Ma Re2 (l’autore della seconda edizione del vangelo), con la sua solita prescienza, aggiunge proseguendo: «ma non tutti. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: Non tutti siete puri». Il senso del servizio è così chiaro che non ha bisogno di commenti.
Esso è centrale anche nell’ultima cena di Luca, in cui i discepoli hanno il cattivo gusto di iniziare una discussione su chi fosse il più grande; al che Gesù ribatte, con le parole e col proprio esempio, sottolineando come «il più grande debba diventare il più piccolo (minore) e chi governa come colui che serve» (Lc 22,24-27). Luca e Giovanni vanno di pari passo anche nel considerarla una cena d’addio, di commiato in cui il Maestro, che se ne sta andando, detta quasi le sue ultime volontà come in una specie di testamento: Gesù serve da diacono non solo nel lavaggio ma anche nello spezzare il pane, e nell’avviare il giro del calice.
Ma il vino è solo escatologico, non sacramentale: non c’è alcun vino-sangue. Sin dai tempi di Wellhausen (1844-1918) è chiaro che il racconto originario del terzo vangelo (il cosiddetto testo corto di Luca), arrivato al 22,19a («Questo è il mio corpo»), saltava al v. 21 sul traditore. Non c’era «il calice della nuova alleanza nel mio sangue»!
Il 19b e il 20 mancano infatti in alcuni manoscritti (tra cui il codice D, il Vercellese, Veronese e Palatino di Trento), e sono stati aggiunti dopo con un “copia-incolla” da 1ª Corinti 11,23-26. Il testo di Paolo (2ª lettura di oggi) letteralmente suona: «Questo di me è il corpo quello per voi» (11,24). Si noti come il “di me” (mio) sia distanziato dalla parola “corpo”; tanto che Gerd Theissen e Annette Merz (Il Gesù storico, Queriniana 1999, p. 532) lo interpretano: «Questo (mio pane) è/sia il corpo per voi»; cioè il pane della commensalità al posto dei corpi degli animali immolati, demolendo tutta la violenta economia sacrificale. Interpretano allo stesso modo anche il posteriore vino-sangue: “Questo vino è/sia il sangue (al posto del sangue dei sacrifici) per voi”! Anche qui la commensalità del mangiare e bere nel memoriale di Gesù di Nazareth.
Il giro di calice è uno solo, nient’affatto sacrale: «Prendetelo e distribuitelo fra voi, poiché da questo momento non berrò più del frutto della vite finché non venga il Regno di Dio» (anticipato in Lc 22,17s), oppure «finché non lo beva nuovo nel Regno» come in Marco 14,25 e Matteo 26,29 (“nuovo con voi”); una promessa escatologica (solo) per il calice già rilevata da Albert Schweitzer, e ribadita con forza dopo il servizio in Luca 22,29s [«E io vi assegno un regno… affinché mangiate e beviate alla mia mensa»]. Quindi nessun sangue cruento di un’alleanza sacrificale! Ossia il vino della commensalità nell’attesa del Regno, e non più il sangue degli animali sgozzati: cioè un nuovo patto senza sacrificio. Il senso dell’ultima cena non è una “teofagia” (“mangiare la divinità”) misterica, bensì la “consacrazione” dei discepoli a servizio del Regno.
Anche in Marco dopo il “ne bevvero tutti” (14,23) seguiva con logica solo il detto escatologico sul vino (“Non ne berrò più…”); “Questo è il mio sangue…” è stato inserito dopo dai redattori romani e in modo maldestro perché, quando Gesù lo pronuncia, il vino è già… nell’esofago o nello stomaco dei discepoli. Infatti Mt 26,27s ha visto l’inghippo e ha rimediato trasformandolo in discorso diretto: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue…»; così il vino è ancora lì sulla tavola.
Nell’ultima cena sulla tavola non c’era alcun corpo e nessun sangue, ma solo pane e vino, e nessuno dei due è sacrificalmente espiatorio, anche se è stato aggiunto per il vino-sangue il «versato per molti»: si è discusso sulla quisquilia se si tratta di “molti” o “tutti”, ignorando che è una posteriore inserzione sciagurata dei redattori romani del vangelo di Marco; Matteo trascrivendolo ha rincarato la dose con “in remissione dei peccati”. È un Dio che rimane non solo soddisfatto dal sangue versato di un uomo innocente (il che è già grave), ma pure dalla morte orribile di suo figlio (il che è assurdamente peggio). Cioè l’offesa (peccaminosa) va lavata nel sangue; ma questa è logica mafiosa: infatti i bambini siciliani, in particolare nel corso di preparazione alla cresima, capivano (spero oggi non più) al volo il “taglione” cruento, come nella catena vendicatoria di Paradiso VI, 92s: «poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico».
Storicamente e nello strato più antico dei vangeli non viene sanzionata alcuna prosecuzione della festa giudaica immolatoria [«Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua» in Mc 14,12 e Luca 22,7] in quella cristiana, anche se il termine “Pasqua” di fatto la instaura, corroborata dalla prima lettura di oggi: “la Pasqua del Signore” (Es 12,11) quale commemorazione di un Dio sterminatore di innocenti (peggio di Erode in Mt 2,16). Paolo non parla di Pasqua, ma solo della notte in cui fu tradito sempre in 1ª Cor 11,23.
Nella cena non si assimilò nessuna carne umana, checché ne dica Gv 6,52-57: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue…», aggiunta da Re2; una frase che allora Gesù non avrebbe mai potuto pronunciare, perché sarebbe stata scambiata per antropofagia cannibalistica. Solo il pane è sacramentale: in verità “questo è il mio corpo” è una barbara e meccanica traduzione dall’aramaico in cui significava “Questo sono io, qui ci sono io”, nel senso di una presenza spirituale [anche nella cena di Emmaus (vangelo della Messa vespertina di Pasqua) c’è solo il pane, e così pure nello spezzare il pane degli Atti]. Gv 6,51b-58 scivola pericolosamente verso la deriva di una concezione misterica: ma l’eucarestia non è un banchetto sacramentale nel senso dei misteri di Attis e Mitra (Theissen-Merz 504s); la cena cristiana non è una variante delle teofagie allora diffuse, di una fede primitiva semi-magica nella possibilità di appropriarsi delle energie di una divinità morta e risorta mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue.






