Sono indovinate le due parabolette del vangelo odierno, quella del seme che cresce da solo e il granello di senape, con lo stesso significato: senza che il seminatore sappia come faccia a germogliare, esso crescerà fino alla spiga piena di chicchi; così pure il granello di senapa, pur piccolissimo, farà rami tanto grandi per il riparo e il nido degli uccelli; in connessione con la prima lettura (Ezechiele 17,22-24) in cui il ramoscello diventerà un grande e magnifico cedro. Allo stesso modo il regno di Dio crescerà in grandezza e fruttificherà.

Da dimenticare invece la seconda lettura di 2Cor 5,6-10, in cui «preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (cioè preferiremmo “morire”; sic), comparendo però prima davanti al tribunale di Cristo!

Pur sottolineando (Mc 4,33) che Gesù annunciava la parola con molte parabole, queste sono le uniche due parabolette presenti nel vangelo originario oltrea quella dei vignaioliomicidi(ma senza l’invio del figlio alla fine), sicuramente del Gesù storico. Non mancano solo le altre parabole (di Mt e Lc), ma anche i discorsi, soprattutto quello della montagna. Come mai? Occorre qui spiegare una cosa in sé non complessa, ma molto strana e anomala per noi. Nei primi tempi della comunità primitiva si distingueva rigidamente tra i racconti di eventi-fatti e i detti-discorsi. Il Marco originario è interessato agli eventi: la prima parte del vangelo è una valanga di fatti, in genere guarigioni ed esorcismi; certo Gesù non poteva rimanere muto (come durante il processo in cui non ha detto una parola), per cui qualche detto compare, ma non quelli di Q, e nemmeno gli ampi discorsi, parabolici o meno. All’opposto, la fonte Q contiene solo detti (e nessun fatto narrato), uno dopo l’altro, slegati, come nel vangelo di Tommaso, e soprattutto senza essere contestualizzati: non si sa dove, quando e perché Gesù li abbia pronunciati.

Sotto questo profilo Mt e Lc hanno svolto un’opera encomiabile: hanno fuso i fatti coi detti; ma non essendo questi ultimi contestualizzati, si sono dovuti “inventare” la location ove piazzarli. O si creano la situazione dove inserirli, o sfruttano una situazione già data con cui il detto possa in qualche modo legarsi. Per questo in Mt abbiamo il discorso della montagna, mentre in Luca quello della pianura; parecchi detti in Matteo sono pronunciati lungo la riva del lago, mentre in Luca lungo la strada (una delle sue preferite). Luca tuttavia denota una maggior fantasia: ci sono circa 7 o 8 casi in cui s’inventa lo spunto scenico per il detto, di cui ricordiamo quello più evidente sulla “vera beatitudine”. In Lc 11,27s fa risuonare fra la gente la donna che dice a gran voce: «Beato il ventre che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato»; al che Gesù  replica (al solito “sgarbato” con sua madre, come in Gv 2,4: «Che ho da fare con te, o donna?», che segnala tensioni): «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono».

Il romano-latino Marco II ha voluto (saggiamente) rimediare alla carenza del suo predecessore implementando le parabole con quella ampia del seminatore (Mc 4,1-8, che commentiamo in quanto non sarà letta quest’anno), che ha lo stesso significato sostanziale (a parte gli intoppi iniziali) di quella del seme e del granello di senape (ha inserito pure in coda a quella dei vignaioli omicidi l’arrivo del figlio, anch’esso ucciso).

Un’idea felice, ma essa è una via di mezzo fra la parabola (genere letterario palestinese che vuol dare un’idea sola da cui ricavare un breve e secco insegnamento) e l’allegoria: genere occidentale in cui di ogni elemento o immagine bisogna chiedersi: questo che cos’è o cosa rappresenta, con numerosi ponti metaforici da intellettuali (ad es. chi sono quelli nel terreno sassoso o poco profondo?).

Se la leggiamo come parabola, l’idea unica e centrale è la progressione verso il meglio (dal minimo al massimo), semplice, elementare e alla portata della gente palestinese che l’avrebbe capita al volo. Sulla strada c’è la dispersione totale, poi il seme qualcosa fa anche se viene bruciato o soffocato, per poi ampliarsi nei frutti anch’essi in progressione: 30, 60 e 100%. Ossia, come mi ha insegnato J. Dupont (che non bisogna allegorizzare, ma guardare a quello che la parabola dice, e non a quello che non dice: essa non parla di ricchezza, persecuzioni, preoccupazioni mondane), A sta a B come C sta a D: la parabola fornisce il primo membro (A : B), da cui con un solo e unico ponte simbolico si trapassa nel secondo membro (C : D). Come il seme arriverà a produrre frutto in abbondanza crescente (A) nonostante gli insuccessi iniziali (B), così il regno di Dio, o il vangelo e la missione di Cristo, arriveranno a fruttificare (C) nonostante le gravi difficoltà al principio (D), compresa la crocifissione-morte di Gesù.

Se invece la interpretiamo come allegoria, ne abbiamo in Mc 4,14-20 l’ampia spiegazione astratta e intellettualoide che gli uditori illetterati di Gesù non avrebbero mai potuto capire, e men che meno azzeccare chi siano ad es. quelli nel terreno spinoso. Ma la spiegazione allegorica riflette la situazione della comunità primitiva, in cui l’inganno delle bramosie, e soprattutto le tribolazioni-persecuzioni (quella di Nerone?) ecc. soffocano la Parola.

Fin qui tuttavia tutto bene; ma il Marco II ha voluto esagerare con lo sciagurato intermezzo della profezia di Isaia 6,9-10 in Mc 4,11s: «a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché guardino ma non vedano, ascoltino ma non intendano» (il Marco II per decenza si è fermato qui, e pure Luca che possiede solo il suo manoscritto). Ma il precisino Marco III ha voluto completare la citazione di Isaia con quell’ancor più assurdo «perché non si convertano e sia loro perdonato» (o «e io li risani»); che Matteo (a differenza di Luca) vede e trascrive poiché possiede la terza edizione definitiva (Marco III), che è pure il testo in nostro possesso. Per di più s’intendono assurdamente le parabole come discorsi “criptici”, da spiegare poi ai discepoli in separata sede (nell’odierno Mc 4,34), ad es. chi sono coloro che ricevono il seme tra le spine.

Ma come può il Cristo volere che «non si convertano»? In passato, quando erano considerate parole di Gesù tout court, si facevano i salti mortali e ci si arrampicava sugli specchi con astruse elucubrazioni, ma senza venirne a capo. Qui invece ci salva l’esegesi critica (spesso osteggiata): sono solo svarioni [già clericali… contro gli infedeli] di due autori romani (Marco II e III) della seconda o terza generazione cristiana, da cui ci possiamo tranquillamente dissociare ignorandoli.

Come mai, per implementare i discorsi, in maniera assolutamente sciagurata è stato inserito di sana pianta l’intero cap. 13 (ad eccezione di 13,1-4a.30) con quel terrificante discorso apocalittico-escatologico (in cui niente è di Gesù), e non quello della montagna, cioè il grande discorso sull’amore che è invece di Gesù? Probabilmente perché il Marco II e III non lo conoscevano nella sua integralità, ma solo qualche frase volante. Ce lo testimonia infatti la prima lettera ai Corinti di (papa) Clemente romano, scritta alla fine del primo secolo, in cui (13,2) leggiamo: «Ricordiamoci soprattutto delle parole che il Signore Gesù disse insegnandoci la benevolenza e la magnanimità; così disse [e non “così sta scritto”]: “Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate per essere perdonati; come sarete benigni, così si userà benevolenza con voi… con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi”». Guardando a Luca (più ampio del conciso Matteo per questi temi) notiamo che il senso è proprio quello del discorso della montagna, ma i verbi sono tutti diversi [ad es. per «perdonare» abbiamo afiêmi in Clemente, apoluô in Luca], seppur perfettamente sinonimi. Clemente cita espressioni di Gesù che compaiono nel discorso della montagna, ma le ripropone come detti liberi e circolanti, e non come derivanti da un testo preciso, fissato, ben coniato.

Non sembra quindi che Clemente stia pescando da Matteo o Luca (i cui vangeli quasi sicuramente non conosce e nemmeno la fonte Q; Roma è il regno del solo Marco); ma, cosa ancor più importante, circolavano oralmente tuttavia nelle comunità degli spezzoni del discorso sull’amore liberamente miscelati fra loro.