L’ammonimento di Gesù (v. 38s) «Guardatevi dagli scribi…» è relativo alle (1) lunghe vesti drappeggiate [passeggiando sotto i porticati], (2) al saluto nelle piazze, (3) ai primi seggi nelle sinagoghe e (4) i primi posti nei banchetti. Sono peccatucci veniali di vanità ma riflettono il fatto che Gesù ripetutamente ha mosso critiche a quelle persone influenti, provocandone in tal modo l’ostilità mortale.

Segue l’obolo della vedova: mentre, come già evidenziato varie volte, ci sono parecchi passi in Marco e Matteo ma assenti in Luca [i più celebri «Dio mio perché mi hai abbandonato» e il Vade retro Satana], questo è l’unico brano in cui succede l’inverso: solo in Marco e Luca ma non in Matteo, il quale tuttavia l’ha visto ma ha preferito optare per la “stangata” agli scribi-farisei ipocriti con ben sette maledizioni, in cui ricorda polemicamente l’oro-tesoro del tempio e le offerte sugli altari (ha omesso l’obolo molto probabilmente perché per lui fastidioso, seccante). Nella misura in cui si andava distaccando dal giudaismo, la chiesa primitiva ha avuto interesse ad accentuare le critiche di Gesù trasformandole in dure invettive.

Lo scarso grecista (cfr. più avanti i suoi latinismi) Marco II interviene a martello col v. 40 causando una chiara frattura grammaticale col precedente v. 39 (tralascio la spiegazione tecnica sofisticata: Pesch 386): tanto che l’ottimo scrittore Luca (20.46s) la ricompone [come fanno le traduzioni italiane separando le due frasi con un punto, o un punto e virgola]. Anche il Marco II ha voluto sottolineare una punizione dura e un giudizio di condanna, ma non poteva farlo con solo le suddette quattro leggere vanità. Ha dovuto introdurne una quinta ben più grave, ossia il fatto di «divorare le case [“il pane” nel Veronese] delle vedove [e degli orfani nel codice D]». È un po’ esagerata però socialmente plausibile, perché gli scribi svolgevano anche la funzione di “avvocati” per la povera gente, ma la loro “parcella” era spesso “salata”, tanto che le vedove indebitate finivano col cedere il proprio immobile.

Il Marco II ha inoltre aggiunto un’altra vanità − le lunghe preghiere ostentate − per portare a sei (ad una sestina) le azioni disdicevoli: questa successione di sei membri era caratteristica delle catalogazioni che davano una valutazione negativa: così in vari passi dell’Apocalisse come il celeberrimo numero 666 della bestia (13,18): il 6 compare spesso come cifra di ciò che è malvagio, contrario a Dio, vizioso ed empio (Pesch 387).

Avendo menzionato le vedove, il Marco II coglie la palla al balzo per inserire l’aneddoto (di stampo “favolistico”) sull’obolo, esistente in parecchie altre culture con qualche variante, ma identico nella sostanza. La vedova getta due lepta, due spiccioli, tradotto subito nel latinismo kodrantes,cioè un quattrino. Il lepton equivaleva in Palestina a mezzo quadrante; quindi due fanno un quadrans, un soldo, grosso modo un centesimo.

È giunta l’ora di concludere il discorso sui latinismi: mentre i già visti semitismi (come “scandalizzare” e “battezzare”) e gli aramaismi (ad es. barnasha, figlio dell’uomo) sono tipici del Marco I, i latinismi sono dei due estensori romano-latini, che il bravo G. Bonaccorsi (I primi tre vangeli, op. cit, p. 104) enumera secondo l’ordine alfabetico greco: dênarion (6,37; 12,15; 14,5), kenturiôn (15,39.44.45), kênsos (tributo in 12,14), kodrantês (nel nostro brano in 12,42), krabattos (lettuccio in 2,4.9.11s), xestês (l’apax stoviglie in 7,4), legiôn (5,9.15), praitôrion (15,16), spekoulatôr (la guardia inviata a decapitare il Battista in 6,27), flagellare(15,15).

Di per sé «questi latinismi non proverebbero ancora, come giustamente osserva lo Zahn, che il nostro vangelo fosse scritto e destinato ai Romani; giacché l’uso di siffatte parole latine s’era più o meno diffuso nelle province e nella stessa Palestina… La maggior ricchezza di latinismi che si osserva nel secondo vangelo potrebbe attribuirsi semplicemente al genio dello scrittore o a una sua lunga permanenza a Roma» (p. 105).

Ma, aggiungo io, l’autore [il nostro Marco II] è invece un romano doc che pensa in latino, come si evince due volte dal brano dell’emorroissa in Mc 5,25.33: per «sapendo ciò che le era accaduto» ha in testa sciens quod sibi factum esset che traduce in un greco barbaro, e per «gli averi spesi inutilmente per i medici» ha in testa omnia sua (come traduce o meglio retroverte Girolamo), che rende meccanicamente alla lettera anziché usare il corretto bios (“vita”, ma anche i mezzi per vivere) come fa Luca per il prodigo in 15,12.30. Una prova lampante è soprattutto il barbaro kenturiôn, un termine che può usare solo un romano latino che pensa nella sua lingua materna [la voce italico-latina centurion traslitterata brutalmente in greco, in cui non esisteva; infatti Mt e Lc lo rendono correttamente sotto la croce con ekatontarchês (capo di cento uomini)].

Inoltre – prosegue sempre Bonaccorsi a p. 105 − «tali voci latine, meglio romane, sono usate talora a spiegare i nomi corrispondenti: ciò mostra chiaramente che i lettori ai quali si rivolge l’evangelista non devono cercarsi fra i greci, come nell’obolo della vedova che getta lepta duo: san Luca usa la stessa espressione ma [dato che si rivolge ai greci] non sente il bisogno di dare alcuna spiegazione ai suoi lettori [del Mediterraneo centrale], mentre Marco ritiene opportuno fornire l’equivalente in moneta romana: o estin kodrantês (quadrans, Mc 12,43)» cioè un quattrino. Plutarco, Vita Ciceronis 29, fa l’inverso: «scrivendo per i greci, egli spiega il quadrante dal valore del lepton, come Marco spiega il lepton col quadrans» (ivi, p. 105, nota 1).

Tutta questa analisi tecnica cosa significa per la lettura spirituale e l’interpretazione esistenziale del vangelo? Molte stesure, anche assai ampie, sono dei nostri due autori romano-latini della 2ª generazione cristiana che non hanno conosciuto il Gesù storico, pur mettendo con grande disinvoltura le loro riflessioni in bocca a Gesù: a volte felici quando sono in linea o compatibili col suo pensiero, a volte infelici quando deviano anche pesantemente da esso. Sono parole che, in quanto tali, quasi sicuramente non risalgono a Gesù, da cui quindi ci possiamo eventualmente dissociare. Detto altrimenti, non tutte le espressioni (detti, insegnamenti, giudizi-condanne) del vangelo hanno lo stesso peso e valore; bisogna distinguere e differenziare, poiché le parole ivi pronunciate da Gesù non sono per niente tutte sue!

Tradotto in soldoni per il brano odierno: (1) l’ammonimento di Gesù è storico (vv. 38-39). (2) Il v. 40 è un’esagerazione del Marco II, seppur socialmente plausibile, ma da lui introdotto di sana pianta; «Non possiamo affermare [espressione tipica ma indovinata dell’esegeta statunitense J. P. Meier, il prete cattolico che vogliamo ricordare a due anni esatti dalla morte, per la sua monumentale opera Un ebreo marginale, Ripensare il Gesù storico, Queriniana] che tali parole siano di Gesù, ciò però non significa che non lo siano».

(3) L’obolo è tecnicamente un “apoftegma”, in termini moderni potremmo dire una “sceneggiatura”: cioè un detto, un insegnamento, e soprattutto una sentenza tradotta in una scena narrativa, come le fiction moderne: sono i film/sceneggiati dell’antichità, che però prendono il sopravvento nella coscienza non riflessa dei fedeli senza discernerne la storicità. Ma ciò può essere grave per i vangeli, perché rischia di travisare la figura di Gesù.

Fra l’altro l’obolo è in fondo clericale (come quello di San Pietro il 29 giugno, ultimamente ridotto all’osso per gli scandali finanziari del Vaticano): si evidenzia la positività dell’offerta-dono-questua, nonostante il fatto grave che la vedova sia ridotta drammaticamente sul lastrico. Gesù avrebbe premiato l’abnegazione eroica della donna “propugnando”… che una parte del tesoro dovesse essere versata a lei (e ai più poveri in generale; come nella prima lettura il profeta Elia, per sostentare la prodigalità altrettanto eroica della vedova di Sarepta, rende inesauribile la farina della giara e l’olio nell’orcio). Fra l’altro Gesù, pensato correttamente come non onnisciente, non avrebbe potuto sapere che era tutto quello che aveva per vivere.

Come nel sottotitolo dell’opera di Meier, il mio compito in questi commenti è di “ripensare il Gesù storico”, perché è in gioco l’identità smarrita del cristianesimo nel nostro secolo.

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