Le letture odierne sono doppiamente catastrofiche: perché narrano catastrofi, e perché sono “ostrogote” e indigeribili per i fedeli del XXI secolo. Nell’incipit della prima lettura (Daniele 12,1-3) il grande principe Michele annuncia un tempo di massima angoscia, e poi il risveglio dei morti («coloro che dormono nella polvere») con gli uni alla vita eterna e gli altri all’infamia infernale. Normalmente si intende l’arcangelo Michele, particolarmente celebrato sul Monte Gargano a ricordo di una sua apparizione del sec. VI (sic), ove è la basilica-grotta eretta in suo onore, visitata annualmente da migliaia di pellegrini, convinti di venerare un’entità personale celeste, mentre invece si tratta di un nudo segno simbolico fra l’altro armato di spada.
Non è da meno il vangelo col lungo discorso apocalittico terrificante, che il lezionario ha alleviato partendo solo dal v. 24, omettendo grazie a Dio ben 19 vv. (13,5-23) di assoluto terrore. È un brutto fritto misto in cui si accavallano vari temi confusi: distruzione del tempio, di Gerusalemme, grande tribolazione (guerra giudaica), Parusia imminente, fine del mondo. Il tutto in un clima di fuga: «Guai alle donne incinte e allattanti», perché sono le mamme incinte o puerpere ad avere più difficoltà nel fuggire soprattutto d’inverno (13,17s). Il v. 14 durante l’assedio romano [«quando vedrete l’abominio della desolazione detta dal profeta Daniele (chi legge capisca)»] sembra un volantino dei nostri partigiani (nell’ultima guerra) col comando di salire precipitosamente in montagna per sfuggire agli aguzzini nazi-fascisti.
Di Gesù nel Marco I c’è solo l’inizio con le sue parole contro il tempio (13,2); per trovare la risposta alla domanda su quando tutto ciò avverrà (v. 4), bisogno saltare al v. 30 in cui forse Gesù ha specificato: «Non passerà questa generazione prima che ciò avvenga», e (molto forse) che l’ora la conosce solo il Padre. Il Marco II però non ha gradito l’esclusione del Figlio e quindi ha tagliato il v. 32 [infatti manca in Luca che ha solo il suo manoscritto; lo chiamo il solito “giochetto” di taglio e reintegro successivo già visto più volte], ma il bravo Marco III (il testo in nostro possesso) lo ha appunto ripristinato. Sempre il saggio Marco III, di fronte al film-horror con effetti speciali [«il sole e luna si oscureranno» (13,24), l’incipit… tranquillizzante del vangelo odierno; sì, il sole si ridurrà ad una nana bianca ma fra 5 miliardi di anni], ha cercato di frenare e parare il divampare indebito d’una febbrile attesa dell’imminente parusia [«Attenti ai falsi cristi…» in 13,21s] e soprattutto della prossima fine del mondo criticandola: «Ma prima bisogna che il vangelo sia annunciato al mondo intero» [13,10; campa cavallo… prima dei fuochi d’artificio finali dell’universo con la caduta delle stelle]. È sicuramente del Marco III poiché non c’è in Luca (il solito “giochetto”). Matteo 24,14 invece l’ha letto e trascritto con un leggero ritocco: «Questo vangelo»; mentre in Mc il vangelo è (ancora) la buona novella orale, per Mt è già il suo libro che sta scrivendo. L’intero capitolo (a parte l’inizio) è stato inserito di sana pianta dal Marco II, preso quasi sicuramente da una tradizione apocalittica ebraica, estranea a Gesù.
A questo punto dobbiamo specificare una cosa per noi molto anomala, quasi impensabile; esistevano due generi letterari diversi, rigidamente separati come due compartimenti stagni: i fatti e i detti; un conto è una narrazione di fatti, un altro una raccolta di detti. Questi ultimi spesso erano seccamente elencati uno dopo l’altro quasi alla rinfusa senza un legame logico, come l’antologia del vangelo di Tommaso; la fonte Q è più organica e discorsiva, ma anche in essa non c’è né materiale narrativo né contesto specifico.
Tutta un’altra cosa un racconto di (quasi soli) fatti come il vangelo originario del Marco I: è ovvio che nel tessuto evangelico Gesù non può rimanere muto per cui si esprime sovente, ma col minimo indispensabile. Clamoroso che Gesù sia sbrigativamente tentato da Satana nel deserto, ma senza incredibilmente esplicitare il contenuto delle tentazioni (Mc 1,12s); e macroscopico che pure non dica una parola in ben due processi: le uniche parole davanti al sinedrio (Mc 14,61s) sono opera del Marco II, e il dialogo con Pilato in Gv 18, che vedremo domenica prossima, una costruzione letteraria dell’evangelista.
Sotto questo profilo è ammirevole l’opera meritoria di Mt e Lc che hanno unito in una narrazione continua i fatti coi detti di Q: ma essendo quest’ultimi non situati e non contestualizzati, la location dovepiazzarli se la devono… inventare, perché non si può sparare un detto nudo e crudo all’improvviso senza preparazione: così il grande discorso inaugurale in Mt è sulla montagna, in Luca in un luogo pianeggiante. Luca dimostra maggior fantasia in 7/8 casi, di cui ne cito uno solo; fa risuonare tra la folla la voce della donna: «Beato il grembo che ti ha portato…» [Lc 11,27; in Cristo si è fermato a Eboli le donne lucane così benedicono la madre di Carlo Levi e della sorella Luisa mentre passeggiano lungo le vie del paese], quale input alla contro-risposta “scorbutica” [cfr. il commento di domenica scorsa] di Gesù «Beati piuttosto coloro che praticano la parola», scortese con sua madre come a Cana in Gv 2,4 [«Donna che (cavolo) vuoi da me»], e sgraziato coi suoi familiari: «Chi sono mia madre e i miei fratelli?» (Mc 3,33); perfettamente ricambiato dalla propria famiglia che in Mc 3,21 lo ritengono “fuori di sé”.
In Marco ci sono ad es. solo tre parabole: quella dei vignaioli omicidi (ma senza il finale sul figlio che è opera del Marco II) e le due striminzite parabolette del granello di senape e del seme che cresce da solo (Mc 4,26-32). Il Marco II ha giustamente cercato di implementare quella striminzita del seme che cresce da solo (che è di Gesù come il granello di senape, anche perché assolutamente non moralistiche) ampliandola in quella grande del seminatore (che ha quasi lo stesso significato, ma non è di Gesù), indirizzandola poi nella seconda parte esplicativa in senso moralistico allegorico occidentale (extra-palestinese). Ha cioè allargato la parte discorsiva con vari passaggi, ad es. il perdono dei peccati nel racconto del paralitico (Mc 2,5-10). A tal fine ha pure pensato bene di inserire almeno un discorso lungo, ma vi ha infilato quello… “sbagliato” (l’odierno); perché non vi ha immesso quello ben più grande e importante della montagna? Questo è un grande mistero: se lo conoscesse o meno, oppure come papa Clemente (cfr. domenica scorsa) solo qualche spezzone orale. L’unica frasetta volante del discorso montano è contenuta in Mc 4,24: «Con la stessa misura con cui misurate, vi sarà misurato» (troppo poco).
D’altronde è impensabile che il grande discorso sull’amore sia una creazione letteraria tardiva e posteriore a Gesù; esso è in linea col suo pensiero dalle Beatitudini sino alla tolleranza di Dio nei confronti di tutti, buoni e cattivi, che fa sorgere il suo sole e fa piovere sui giusti e gli ingiusti (Mt 5,45), benevolo pure verso gli ingrati e i malvagi (Lc 6,35).
Personalmente nutro un’unica riserva solo per l’amore dei nemici, non praticato da Gesù che non ha certo amato i suoi avversari e oppositori, anzi si è arrabbiato parecchio. Porgere l’altra guancia non significa amare. Il «Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno» in Lc 23,34, che denoterebbe se non amore almeno magnanimità nei confronti dei suoi crocifissori, è sicuramente (anche se dispiace) una glossa super-tardiva, che secondo il Nestle-Aland non apparteneva certo al testo originario.
Quindi l’amore per i nemici a mio parere non è di Gesù, ma probabilmente un atteggiamento peraltro nobilissimo dei primi cristiani perseguitati, probabilmente di origine pagana perché esso è più sviluppato in Luca. Perciò non ci dobbiamo preoccupare… se non riusciamo ad amarli, poiché non dipende dalla volontà. O si ama o non si ama, ma non ci si può sforzare di amare; ci si può sforzare di dimenticare i torti e le offese, di lasciar perdere, addirittura di fare del bene pure a chi ci ha trattato male ecc., ma l’amore è un fenomeno dell’essere e non del volere.
Foto: https://bocchescucite.org/come-partoriro-i-pericoli-di-una-gravidanza-a-gaza-sotto-i-bombardamenti-israeliani/






