Nella seconda lettura (1 Gv 2,1) per chi ha peccato il paraclito-difensore è Gesù, mentre nel vangelo è lo Spirito santo; ma quando e da che cosa ci difendono ben due paracliti-avvocati? Già ora nel giudizio divino, e/o in quello finale della corte celeste? Nelle vecchie versioni questo passo, per non creare confusione col vangelo, era tradotto con «avvocato»; ma l’ultima versione CEI (2008), col lezionario, l’ha correttamente reso con «paraclito». Da una parte è esistito lo gnosticismo quale movimento ereticale, ma dall’altra è esistita una gnosi (= conoscenza rivelata del mistero divino) cristiana che trapela negli scritti giovannei; Re2, redattore ecclesiale della seconda edizione del vangelo e pure co-autore della prima lettera, circoscrive lo Spirito per scongiurare gli spiritualismi estremi e contenere la gnosi nei limiti di una sana e sacrosanta spiritualità.

Il vangelo inizia col ritorno dei due di Emmaus (Luca non chiama più nessuno “discepolo” dopo l’orto degli ulivi), in cui è chiaro il dissidio fra la comunità di Cleofa e quella di Gerusalemme: i due, dopo quella corsa notturna di ritorno a Gerusalemme, non hanno il tempo di aprire bocca per raccontare l’accaduto, che gli viene sbattuto in faccia che Cristo è apparso prima a Simone: l’apparizione a Pietro è menzionata anche da Paolo in 1Cor 15,5, ma mai narrata nei vangeli: come mai? Sempre per accentuare la figura di Pietro, immediatamente prima del racconto di Emmaus, è stata inserita posteriormente la sua corsa solitaria in Lc 24,12 (è una glossa tardiva che manca in alcuni manoscritti), per confermare la tomba vuota con una testimonianza autorevole e maschile. Il v. 34, in cui si dice categoricamente che il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone, è in “contraddizione” col v. 37 in cui sono stupiti e spaventati credendo di vedere un fantasma, tanto che Gesù mostra mani e piedi, carne e ossa che i fantasmi non hanno. Poi il dubbio imbarazzante viene trasformato in stupore gioioso in 24,41: «per la gioia ancora non credevano» (sic;è nella gioia che si crede, non il contrario).

Nelle scritture ebraiche canoniche non c’è l’idea che il Messia-Cristo debba morire; può essere prevista una certa sofferenza, ma di essa si parla solo nel quarto canto del servo (Isaia 52,13-53,12: che non è il Messia, ma semmai il Deutero-Isaia medesimo che incarna il destino del suo popolo), in cui si può vedere una prefigurazione di Cristo, ma nulla più. È però un clamoroso falso storico-letterario «che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e Salmi» (24,44), già ribadito prima nel racconto di Emmaus: «cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui (24,25-27). E pure nella prima lettura di oggi: «Dio ha compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire» (Atti 3,18). Ma quando mai? Dove nell’AT? Per digerire lo scandalo e lo smacco della crocifissione e morte, si sono arrampicati sugli specchi.

Come dice il rabbi Trifone, all’inizio del II secolo, nel dialogo col cristiano Giustino: «Noi sappiamo che il Messia possa soffrire… ma che debba essere crocefisso e morire in modo così vergognoso e ignominioso, attraverso la morte maledetta dalla Legge, non possiamo neppure arrivare a pensarlo». Per le Scritture questa è la morte del maledetto da Dio (Deuteronomio 21,23). Esisteva invece già prima di Gesù una concezione extra-canonica della morte e successiva resurrezione del Messia, come testimoniata da una tavola di pietra, scoperta circa 25 anni fa vicino al Mar Morto, lunga circa 90 cm e datata nel primo secolo a. C. Su di essa sono iscritti 87 versi in ebraico che narrano la storia di un Messia: un certo Simone, un condottiero ebreo che avrebbe scatenato una rivolta per liberare Israele dal giogo romano che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte.

Il Gesù storico nega categoricamente il segno di Giona (tre giorni nel ventre del pesce, una balena, impropriamente aggiunto in Mt 12,39s e Luca 11,29s dalla fonte Q), perché egli ha giurato solennemente che non verrà dato alcun segno. In Mc 8,12 abbiamo la formula esecratoria del giuramento palestinese, espressa in un periodo ipotetico dimezzato con la sola protasi sospesa: «E se sarà dato [da me] un segno». Ovviamente la semifrase stoppata non si regge in greco, come nelle nostre lingue, tuttavia si rivela una “illuminante” traduzione super-letterale della “viva voce” aramaica di Gesù; infatti nei giuramenti era di regola omessa l’apodosi sottintesa «che mi venga un accidente», perché sarei uno spergiuro!

La conclusione del vangelo odierno è pure la conclusione del primo scritto lucano, con la ripetizione del “falso” dato scritturistico nel v. 46: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare il terzo giorno» (nel discorso diretto, ma in greco è indiretto col “che”… seguito dall’accusativo (di Cristo) con l’infinito; vedi più sotto). Ad esso seguiva immediatamente con logica il v. 48: «Di questo siete testimoni». Ma in seguito vi è stato immesso nel mezzo il 47 («nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli»), nel posto sbagliato perché spezza la continuità dei primi due. Esso stride poiché i discepoli sono testimoni della passione-resurrezione, ma non ancora della missione universale. Il v. 47 è interessante ma andrebbe messo dopo il 48, chiudendo il vangelo come Matteo con l’invio alle genti, «cominciando da Gerusalemme». Si noti che cominciare da Gerusalemme (sottinteso «prima gli ebrei», equivalente all’odierno «prima gli italiani») è pericoloso: come si evince dal passo di non dare le cose sante ai cani e le perle ai porci (Mt 7,6), poiché il destinatario deve avere un minimo di pre-comprensione o pre-disposizione, altrimenti i giudei (qui pensati) non solo calpestano le perle (rifiutando il vangelo), bensì si rivoltano contro sbranando i discepoli. Abbiamo infatti sùbito parecchi martiri: Stefano, Giacomo di Zebedeo (Atti 12,1s), suo fratello Giovanni (quindi non è lui il futuro leader delle chiese giovannee in Asia Minore) ucciso per ordine del Sinedrio nel 62 d. C. assieme all’altro Giacomo, il fratello carnale del Signore, appesi nella città santa (i due testimoni di Apocalisse 11,7-10) o buttati giù dal pinnacolo del tempio.

Il 47 è un esempio quasi scolastico (col greco nei licei classici, in latino negli scientifici, tanto la costruzione del participio congiunto è la stessa in entrambe le lingue) per accennare alla critica testuale delle diversità nei manoscritti, a cui noi spesso ci rifacciamo soprattutto per le aggiunte e le glosse posteriori. In origine (1ª variante) abbiamo il nominativo plurale arxamenoi, incipientes,cioè«comincianti voi», i discepoli (che ovviamente traduciamo in italiano col gerundio). Ma il participio, proprio in quanto congiunto, si deve legare ad un termine precedente (discepoli, apostoli, e simili) che qui non c’è. Quindi, dato che non si regge su nulla, altri manoscritti l’hanno messo in genitivo assoluto plurale (arxamenôn; l’equivalente dell’ablativo assoluto latino). Infatti Girolamo lo traduce in ablativo assoluto incipientibus (2ª variante). Ma qualcuno poi ha avuto l’idea di pensare che nei discepoli inviati a tutti i popoli è come se fosse presente Gesù stesso (quindi anche in noi; molto impegnativo!). L’hanno quindi messo in nominativo singolare, arxamenos, incipiens, cioè cominciando lui, il Cristo (3ª variante). Tuttavia in questo caso esiste il termine Cristo in precedenza anche se lontano, ma in accusativo (Criston in greco; Christum in latino); hanno quindi posto più correttamente il participio congiunto in accusativo singolare: arxamenon, incipientem (4ª variante).

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