Contrariamente al racconto delle tentazioni in cui il principe-padrone dei reami è il diavolo, qui nel secondo libro delle Cronache 36,14-16.19-23, come del resto in quasi tutta la Bibbia, è il Dio d’Israele il Signore del creato e dei regni di questo mondo.
Nell’epoca più arcaica le guerre fra i popoli erano concepite come guerre fra i rispettivi Dei; ma quando gli Israeliti furono sconfitti e deportati prima dagli Assiri e poi dai Babilonesi (come pesantemente descritto nel salmo responsoriale), si pose la domanda: il nostro unico Dio (enoteismo) è stato sconfitto dai più forti dei assiro-babilonesi (si presume vagamente che essi possano esistere)? Solo a quel punto diventa chiaro il monoteismo puro ad opera del Deutero-Isaia (intorno al 550 a. C., che non è l’Isaia storico del 700 a. C.): esiste solo il nostro Dio, e se abbiamo subito la sconfitta e l’esilio, è perché siamo stati da Lui puniti per i nostri peccati.
Lo sviluppo del pensiero nella concezione di Dio è stato quindi il seguente:
1) Dio colpisce i nemici di Israele: nello strato più arcaico gli egiziani nel Mar Rosso e prima la decima-ultima piaga dei primogeniti tutti morti [meno male che è una fiction, come la strage degli Innocenti].
2) Dio colpisce anche Israele per i suoi peccati.
3) Dio retribuisce tutti a livello individuale già nella vita storica (tesi sostenuta dagli amici di Giobbe).
4) Contestazione del male come pena e della retribuzione storica sia individuale che collettiva (Giobbe).
5) Dio non colpisce nell’ambito della vita storica (Gv 9,3; Luca 13,1-9: Gesù esclude un nesso fra i peccati commessi dalle vittime e la disgrazia patita).
6) Dio non solo non colpisce, ma è colpito nel figlio dell’uomo innalzato (cioè crocefisso). È un Dio disarmato: rientra nella sua “maestà gloriosa” la non-violenza. Finalmente nella storia e coscienza umana emerge che la divinità non è una superpotenza invulnerabile che “stanga” gli uomini.
Con l’amore invece vulnerabile siamo già entrati nel vangelo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (3,16); ma la versione più originaria del Sinaitico (e del Padre della chiesa Efrem, entrambi del 4° secolo) è grandiosa: «Dio ha tanto amato il mondo come il Figlio l’unigenito!! Senza il verbo “dare” e la frase consecutiva: ossia l’equiparazione tout court tra il Figlio e il mondo di noi umani nel grande amore del Padre! Ma Re2 [ossia il redattore ecclesiale della seconda edizione del vangelo giovanneo] prima ha premesso il parallelo infelice tra il figlio dell’uomo innalzato (3,14) e il serpente di bronzo che, al solo guardarlo, guariva magicamente quelli morsi dai serpenti nel deserto (Numeri 21,9); e poi, giudicando eccessiva l’equiparazione suddetta, l’ha disastrosamente trasformata in una consecutiva col verbo “dare”, nel senso dell’immolazione sacrificale come in 1ª Gv 2,2 e 4,9-10: infatti anche la prima lettera è opera sua, evidente nelle numerose e reciproche consonanze col vangelo.
Nei vv. 15-16 abbiamo (una) «vita eterna». Ricordiamo che sia in ebraico sia in greco c’è solo l’articolo determinativo (il, lo, la) ma non quello indefinito (un, una, uno); per cui quando non c’è niente davanti al sostantivo, possiamo sottintendere oppure mettere il nostro indefinito: il greco, per dire “un uomo”, scrive semplicemente anthrôpos (uomo). L’ebraico in Genesi 2,8 suona: «Il Signore Dio piantò “giardino” in Eden»; evidentemente qui dobbiamo tradurre con “un giardino”. Ma in altri casi dipende dallo stile sintattico: ad es. in italiano con la preposizione “per” è obbligatorio [Gv 4,10-14: sorgente di acqua viva che zampilla per una vita eterna], mentre è facoltativo col verbo “avere” [oggi in 3,15s: «abbia (una) vita eterna»].
Invece il lezionario liturgico (con la quasi totalità delle traduzioni italiane) traduce sempre in modo tendenzioso con “la vita eterna”, insinuando con l’articolo determinativo che si tratti di quella cosa che si presume ben definita dal dogma e dalla catechesi: ossia la vita ultraterrena dopo la morte. Ma in tutti i vangeli si dice sempre “vita eterna” in modo indefinito; c’è un’unica eccezione in Gv 17,3 «Questa è l’eterna vita…», che è appunto opera di Re2 come in 1ª Gv 1,2 e 2,25. Egli usa l’articolo determinativo proprio perché vuole determinarla meglio, suggerendo in 17,3 quasi una definizione, che però ci spiazza perché uno si aspetterebbe qualche parola sull’al di là che invece non c’è: «che conoscano te, l’unico vero Dio [monoteismo secco] e colui che hai mandato Gesù Cristo».
Importante è la cosiddetta “escatologia realizzata” del quarto vangelo, che cioè (una) «vita eterna» è qui in questo mondo, già nell’esistenza storica degli uomini. Se è adesso, allora di che cosa si tratta? Lo segnalo solo ora perché non sicuro, ma è possibile-probabile che il primo evangelista (sigla Ev1) abbia scritto spesso solo “vita” (anche nel vangelo odierno), e che “eterna” sia quasi sempre un’aggiunta di Re2. Comunque sia, il significato originario in Ev1 [con o senza “eterna”] è la pienezza di vita: vita nuova e autentica, ricolma di verità, libertà e luce [la metafora della luce-tenebre in 3,19-21 alla fine del vangelo odierno], che sgorga come acqua viva a cascata dalla «ricchezza della sua Grazia mediante la sua bontà verso di noi» (Efesini 2,7; seconda lettura). Dio si incontra solo là dove egli viene esperito come colui che dona. Possiamo chiamare questo fatto “rivelazione” e/o “vita [eterna]”; non è un caso che «l’eterna vita» di Gv 17,3 sia una conoscenza: appunto quella di Dio e della sua rivelazione nell’amore disarmato del Padre.
In due antichissimi frammenti di papiro del 2° secolo nei vv. 15-16 leggiamo: «chi crede su di lui» (ep’auton; epi in greco significa “sopra”); cioè poggiando su di lui. Non si tratta tanto della fede tradizionale, bensì di “appoggiarsi a lui” lasciandosi illuminare dalla sua luce; previa l’ovvia conoscenza (17,3), ritengo che oggi siano parecchi quelli che, senza la fede classica in senso dogmatico, a lui si ispirano quale grande profeta e maestro di sapienza, si lasciano coinvolgere nel loro agire e puntano pascalianamente su di lui, quasi scommettendo sulla vita da lui proposta. Forse si potranno chiamare atei o agnostici, ma non possiamo definirli “non-credenti”, perché si affidano al suo messaggio, ne apprezzano la testimonianza sino alla croce e hanno fiducia nelle sue parole di vita; “agendo in tale verità” si può quasi dire che «le loro opere sono fatte in Dio» (nella conclusione odierna di 3,21).
Dopo la splendida dichiarazione che Dio non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo ma per salvarlo (3,17; e il fulgore di 3,16 già evidenziato all’inizio), sopravviene la sciagurata aggiunta moralistica di condanna da parte del già clericale Re2 (che non ha capito o non ha voluto capire la grande bellezza del suo predecessore): «Chi non crede è già stato condannato» (3,18).






