Nel commento di domenica scorsa (4 febbraio) abbiamo posto le basi per capire il brano odierno: 1) Gesù era fortemente stressato e affaticato, e 2) il vangelo di Marco ha avuto tre edizioni (che abbiamo chiamato Marco I, Marco II e Marco III: quest’ultimo è il testo in nostro possesso).

In Mc 1,41 nel codice D e in altri manoscritti latini (tra cui il “nostro” Vercellese) leggiamo «arrabbiatosi» anziché «mosso a compassione» («ne ebbe compassione» nel vangelo liturgico). È chiaro che se fin dall’inizio ci fosse stato «mosso a compassione», nessuno si sarebbe sognato di cambiarlo in «arrabbiatosi», mentre vale ovviamente l’inverso; è un classico esempio, da fare anche a scuola, della cosiddetta lectio difficilior che è sicuramente più originaria e autentica: ossia la «lettura più difficile», nel senso di un’espressione strana, anomala, sconcertante o errata… Proprio per questo successivamente essa è stata “normalizzata”, accomodata al contesto, corretta, addolcita…

Ovviamente Gesù non è adirato col povero lebbroso, bensì «sfinito» dalla fatica degli ultimi due giorni:.. non ne poteva più! Quindi sbuffando, fremente e sdegnato (e non «ammonendolo severamente» come nelle versioni edulcorate), lo cacciò via subito (e non «lo rimandò« come nelle traduzioni ammorbidenti del passato: il testo liturgico odierno, in linea con l’ultima versione Cei del 2008, ha tuttavia correttamente ripristinato nel v. 43 «lo cacciò via subito»). Ossia Gesù non l’ha guarito! Almeno non subito, forse in seguito (non so), ma comunque col tempo dovuto e non in modo “miticamente” istantaneo” come in tutte le guarigioni evangeliche; anche per i presunti miracoli nelle canonizzazioni dei santi si richiede che essi siano non solo inspiegabili bensì istantanei!

Abbiamo già espresso la nostra ipotesi sulla causa delle guarigioni (vangelo del 28 gennaio); nel caso dei lebbrosi in generale non si tratta di modifiche cerebrali o del midollo spinale, bensì del fatto, forse più facile, che l’incontro entusiasmante con Gesù abbia fortemente stimolato il sistema immunitario per combattere e debellare il bacillo di Hansen, causa della lebbra.

Chi nelle omelie dell’11 febbraio dirà che a Gesù sono saltati i nervi dando in escandescenze e che non abbia guarito il lebbroso? Nessuno: o perché non lo sa, oppure, se anche lo… fiutasse (sulla base di quel «lo cacciò via subito»), non ne parla per non scandalizzare i fedeli (speriamo che il sermone non venga “dirottato” sulle ricorrenze di questa domenica 11 febbraio: madonna di Lourdes, Concordato, Carnevale…). Personalmente invece non mi scandalizza affatto, anzi rientra pienamente nell’umanità radicale del salvatore. Chi di noi non ha avuto i 5 minuti d’ira incandescente? I comportamenti e gli atteggiamenti di Gesù non sono sempre impeccabili, perfetti, “sovrumani”.

Ma il Marco II è rimasto sconcertato da questo rifiuto; quindi ha modificato «arrabbiatosi» in «mosso a compassione», e tagliato «subito lo cacciò via sdegnato» [omettendo cioè il v. 43, come hanno fatto 4 manoscritti tra cui il “nostro” Veronese] trasformandolo in una guarigione standard e lineare di Gesù (così lo “copiano” Matteo e Luca).

Se il Marco III non fosse intervenuto, avremmo solo quell’adirato (anziché impietositosi) della tradizione manoscritta (codice D) che ci metterebbe sì una pulce nell’orecchio, ma sarebbe stato difficile capire cos’era veramente successo. C’è stato anche chi ha visto nell’adiratosi la rabbia di Gesù contro le malattie e gli altri mali: il che comunque non è da escludere, ma come elemento collaterale qui secondario.

Invece il Marco III, nel suo sforzo di fondere i suoi due predecessori (come nella moltiplicazione dei pani), anche a costo di contrasti quasi insanabili (come qui), ha ripristinato lo «sbuffando-agitato» e «lo cacciò via subito» (cioè il v. 43), che ci spalanca la verità sulla storia di questo testo.

Le traduzioni moderne hanno cercato “disperatamente” di seguirlo escogitando un compromesso pur nell’incompatibilità: l’ammonendolo severamente venne implicitamente riferito all’ordine minaccioso e secco di Gesù di non dir niente a nessuno [peraltro inascoltato; per dirla con Gino Bartali, «il bene si fa ma non si dice»: è notorio che abbia salvato almeno 800 ebrei dalla deportazione trasportando nella canna o nel manubrio della bicicletta i documenti perfettamente falsificati ad Assisi. Meno noto che l’idea “geniale” (per un campione di ciclismo che si deve allenare) sia venuta al card. di Firenze Elia Dalla Costa, antifascista (quando Mussolini visitò Firenze, egli si “barricò” in episcopio senza vedere il duce), che non ebbe difficoltà a convincere Gino, fervente cristiano e camaldolese laico].

Sempre le traduzioni moderne hanno addolcito la cacciata con «rimandare» o «congedare subito», nel senso dell’invio al sacerdote che doveva attestarne la guarigione secondo la legge di Mosè nel Levitico (prima lettura). La cosa è tuttavia impraticabile in Palestina dove i sacerdoti erano solo a Gerusalemme. È impensabile che un ex-lebbroso, appena convalescente, partendo dalla Galilea si faccia almeno 4 giorni di cammino per andare a purificarsi nel tempio della città santa. Era invece logico per i redattori e lettori latini del vangelo, che era indirizzato ai cristiani e abitanti di Roma, dove un sacerdote templare lo si trova facilmente.

È un’altra prova che il vangelo era indirizzato ai Romani, affascinati dai miracoli: nei primi tempi molte conversioni avvennero anche perché i Padri presentarono Gesù come Christus medicus. È pure una dimostrazione della tesi di E. Hirsch sulle tre composizioni (edizioni successive) del vangelo di Marco: abbiamo fatto nostro il suo poderoso impianto che citiamo qui una volta per tutte per non appesantire il nostro lavoro con rimandi continui a testi tedeschi (non tradotti), scritti per di più in grafia gotica: Emanuel Hirsch, Frühgeschichte I (Protostoria del vangelo di Marco), Ed. Mohr, Tubinga 1951. La grande esegesi tedesca non è mai pervenuta nel mondo cattolico italiano, ove si fa narratologia retorica spesso scadente (con un Gesù sempre superman), ignorando i problemi e le difficoltà nei vangeli.