Nelle letture di oggi risuona due volte il “Grande Comandamento” dell’amore a Dio e al prossimo, che casca a pennello in concomitanza con la recentissima (ma deludente) enciclica papale Dilexit nos («Ci ha amato»). Nella prima lettura (Deuteronomio 6,4s) leggiamo infatti loSema’ Israel(«Ascolta Israele… amerai il Signore con tutto il cuore, l’anima e le tue forze». Qui non c’è l’amore al prossimo, ma esso ricorre in Levitico 19,18, per cui sono due comandamenti che costituiscono un’endiadi inscindibile.
Ricordo, in questi tempi di revisionismo, negazionismo e fondamentalismo religioso, che ad Auschwitz ebrei e cristiani hanno recitato insieme lo Sema’: in effetti esso è il “cuore” (tema centrale dell’enciclica) dell’ebraismo ma anche del cristianesimo, il loro trait d’union. E ci sono indizi che sia avvenuto anche il “corrispettivo”: cioè che ebrei e cristiani abbiano pregato insieme pure col «Padre nostro»: infatti un ebreo non ha difficoltà col Pater poiché, proposto dall’ebreo Gesù, rientra perfettamente nel giudaismo, non avendo (ancora) nulla di specificatamente cristiano.
Il tutto viene ripreso dal vangelo in una successione interessante: nella prima versione, rappresentata da Lc 10,25-28 che saggiamente lo piazza come incipit della parabola del buon Samaritano, è solo il dottore della legge a enunciarlo. Certo è lui che chiede cosa deve fare per ottenere (una) vita eterna (e non qual è il primo comandamento); Gesù non risponde direttamente ma, con la solita contro-domanda tipica delle dispute: «che cosa sta scritto nella legge, cosa vi leggi?», glielo estrae fuori con socratica maieutica, per poi complimentarsi con lui: «hai risposto bene, fa questo e vivrai».
Matteo 22,35-40 invece, seconda versione, non soddisfatto che parole così belle siano del dottore, le mette invece in bocca solo a Gesù, senza alcun commento e complimento finale. Il Marco III infine, un vero campione di salvataggi, salomonicamente lo mette in bocca ad entrambi: prima a Gesù, poi allo scriba che, complimentandosi con Gesù, di fatto lo ripete ma con un’aggiunta significativa: che il duplice comandamento vale più di tutti gli olocausti e sacrifici, cioè più del culto, di qualsiasi culto, compreso quello del “sacro cuore” [su cui è pesantemente imperniata tutta la seconda parte dell’enciclica papale].
Il problema è che questo è in pratica l’unico passo del vangelo in cui si parla di “amare”! In esso c’è una… “ritrosia” per i discorsi d’amore: il termine agapê (amore) non ricorre mai e il verbo fileô (amore di amicizia) ricorre una sola volta nel senso di “baciare”, ma si tratta (sic) del bacio di Giuda (Mc 14,44s). Il termine agapêthos (prediletto) ricorre tre volte ma sempre in rapporto alla relazione personale fra Dio e il figlio diletto: nel Battesimo, nella Trasfigurazione, e nella parabola dei vignaioli omicidi. Sempre di un fatto personale (non di una sollecitazione decisa rivolta a tutti i discepoli) si tratta col verbo forte agapaô (amare): usato, al di fuori del brano evangelico odierno, solo in relazione al giovane ricco («Gesù lo amò»).
Ma nel vangelo di Marco non compaiono mai esortazioni forti ed esplicite ai discepoli (cristiani) o a tutti gli uomini di buona volontà ad amare gli altri (e men che meno i nemici) e a fare il bene! Non c’è nemmeno la regola d’oro, presente invece in Mt 7,12 e Luca 6,31, anche se implicita nell’amare il prossimo come se stessi.
Rimane solo il doppio grande comandamento, che denota un’altra mancanza: in esso si invita ad amare Dio, ma non si parla mai (almeno non esplicitamente) del reciproco, ossia dell’amore di Dio [e/o di Gesù] per noi, per il mondo. Il papa, per giustificare il titolo dell’enciclica (dilexit nos, ci ha amati), non trova nulla nel vangelo marciano, ma deve far ricorso in maniera massiccia (solo) agli scritti giovannei, in particolare nell’introduzione in cui ricorrono 5 volte (3 il vangelo, e due la prima lettera). In verità non brilla neppure Matteo (al contrario delle parabole della misericordia di Luca 15); in Mt prevale l’ossessione per il giudizio duro, nelle parabole presenti solo nel suo vangelo: zizzania, rete dei pesci, servo spietato, abito nuziale (Mt 22,11-14), dieci vergini, che non sono di Gesù. Nel giudizio universale è di Gesù solo la prima parte sui giusti, non la seconda sui “maledetti nel fuoco eterno” (come abbiamo ampiamente spiegato ne Il celeberrimo Matteo 25 sul foglio cartaceo n. 483, ottobre 2021, p. 5)).
Non voglio essere troppo pesante, poiché il vangelo marciano ha anche dei pregi: soprattutto quello di presentare un Gesù più originario, non ancora “colorato” e in parte mistificato dalle chiese e dagli evangelisti in termini moralistici; un Gesù non ancora sacralizzato. Tuttavia in Marco, oltre al silenzio sull’amore di Dio, latita pure la tenerezza di Gesù. A parte la benevolenza (ma non sempre esplicita) nei confronti dei malati (però con eccezioni come abbiamo visto in Mc 1,41-43 in cui Gesù, “arrabbiatosi” − poi cambiato in “mosso a compassione” −, caccia via subito il lebbroso senza guarirlo), l’unico passo in Marco che il papa, forzando il testo, può citare per la tenerezza [par. 35], è la frase rivolta nel vangelo di domenica scorsa a Bartimeo: «Cosa vuoi che io ti faccia?»: più che tenera e affettuosa, è un’espressione gentile, quasi scontata.
Diversamente ad es. da Gv 14-17 (il discorso più tenero in assoluto rivolto ai suoi amici), è un Gesù severo, spigoloso, spesso scorbutico, sia nei confronti dei discepoli che spesso rimprovera per la loro dura cervice, sia degli interlocutori, e non solo coi farisei…; che ha sempre in modo un po’ antipatico l’ultima parola certa, senza dubbi.
Resta tuttavia il mistero: perché del “grande discorso sull’amore” (noi diciamo in modo più asettico “…della montagna”) non compare nulla nel vangelo di Marco? I tre autori delle tre edizioni del vangelo lo hanno omesso pur conoscendolo, o non lo conoscevano affatto? Lo tratteremo in maniera specifica nella domenica 33 (fra due settimane).
Per ora cominciamo con un dato sicuro: la comunità romana non sembra aver recepito (per parecchio tempo) gli altri due sinottici (Matteo e Luca, in cui c’è tale discorso): infatti nella prima lettera ai Corinti di (papa) Clemente romano, scritta alla fine del primo secolo, in 13,2 leggiamo: «Ricordiamoci soprattutto delle parole che il Signore Gesù disse [non afferma “come sta scritto…”, non cita alcun vangelo] insegnandoci la benevolenza e la magnanimità; così disse: “Siate misericordiosi, per ottenere misericordia; perdonate per essere perdonati [si noti che questi primi due sono costruiti con la seconda semifrase “finale” (per, affinché, ina in greco, ut in latino, in ipotassi), mentre in Luca 6 sono tutte coordinate, unite dalla congiunzione “e” (kai), in paratassi]; come sarete benigni, così si userà benevolenza con voi… con la misura con cui misurate sarà misurato a voi» (contro-misurato in Luca 6,38). Guardando a Luca (più ampio del conciso Matteo per questi temi) notiamo che il senso è proprio quello del discorso della montagna, ma le parole, i verbi sono tutti diversi, seppur perfettamente sinonimi [ad es. per “perdonare” afiemi in Clemente, apoluo in Luca]. Clemente cita parole di Gesù che compaiono nel discorso della montagna, ma le ripropone come detti liberi e circolanti, e non come derivanti da un testo preciso, fissato, ben coniato (come quelli di Matteo, Luca o Q). Se nella comunità di Roma ci fosse stato già allora il testo (comunitario-liturgico) di Matteo o Luca, sarebbe dovuto risuonare diversamente anche nella libertà retorica (da retore) di Clemente. Clemente quindi non sta pescando da Matteo o da Luca, ma, cosa ancor più importante, circolavano oralmente tuttavia nelle comunità delle espressioni del discorso della montagna liberamente miscelate fra loro. Così alla fine del primo secolo: ma tali spezzoni circolavano già negli anni 60 all’epoca del Marco II e III? Il mistero rimane; cercheremo di gettarvi un po’ di luce fra due domeniche.







caro Mauro i tuoi commenti a Marco sono originali e un po”dissacranti .Con la tua conoscenza delle fonti imparo molte cose:esempio che di Marci ci sono 3 stesure
Nel commento del testo odierno mi fa riflettere la riflessione sulla carenza della parola amore da parte del Gesù di Marco.