Facciamo solo un breve cenno al vangelo, perché il brano più importante di oggi è quello di Atti 2,1-11 (prima lettura). Si sottolinea la venuta dello Spirito Paraclito (che nel quarto vangelo avviene già la sera stessa di Pasqua in Gv 20,22s) per guidare i discepoli a tutta la verità rendendo piena testimonianza a Gesù. È possibile che l’apparizione a 500 fratelli in un’unica volta (menzionata solo da Paolo in 1Cor 15,6) alluda a un evento di stampo pentecostale; quindi un’esperienza toccante di molti amici e amiche di Gesù, poiché allora i 12 non esistevano ancora (cfr più avanti). Perciò lo Spirito Santo è donato ieri come oggi a tutti i fedeli, e non solo, perché esiste pure la cosiddetta “profezia straniera”, cioè la voce dello Spirito che soffia dove vuole anche al di fuori dei circuiti ecclesiali.
La prima scena di Atti 2 verte sulle “lingue di fuoco” su ciascuno di loro. La dialettica fra vita e morte a favore della vita (tra essere e non-essere a favore dell’essere) con cui abbiamo compreso l’incandescente contenuto dell’amore (nel vangelo di Pasqua e in quello del 5 maggio, VI di Pasqua) viene espressa in modo pregnante dall’antica metafora del “fuoco dell’amore”, presente nell’invocazione pentecostale dello Spirito: «Vieni santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli, e accendi in essi il fuoco del tuo amore». Il fuoco dell’amore ha i suoi frutti nella gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà… (seconda lettura: Paolo ai Galati 5,22). Ma dov’è oggi la morte e il non-essere se non nelle guerre attuali?
Quindi le “lingue”, come nella Pentecoste, devono essere di “fuoco”, cioè urlare contro le stragi belliche e terroristiche di vittime innocenti: è la voce dello Spirito che oggi grida come un rombo di vento che si abbatte impetuoso (Atti 2,2: quasi una bufera) contro simili nefandezze con migliaia di bambini morti! È questo il peccato contro lo Spirito che non sarà perdonato? (Mc 3,29 e par.). Lo Spirito si scatena tuonando come un uragano e sospingendo verso un avvenire mondiale ben diverso. Il futuro aperto dallo Spirito non è infatti indeterminato, ma riceve contorni concreti e netti dalla persona di Gesù Cristo. Lo Spirito è secondo Paolo «caparra» (2Cor 1,22 e 5,5; Ef. 1,14), cioè pegno per il futuro del regno («il regno di Dio» proclamato da Gesù è di fatto un’espressione per Dio stesso attivo nel mondo per cambiarlo); il vangelo odierno è interamente impostato su tale legame tra Gesù e lo Spirito, procedendo il tutto dal Padre: una prospettiva trinitaria quasi dimessa e en passant, non solenne come il Dio Uno e Trino, che prepara la festa di domenica prossima (Trinità). Quella dell’inizio degli Atti è una splendida sceneggiatura (ovviamente da non prendere alla lettera): è infatti probabile che l’esperienza dello Spirito sia stato un evento progressivo (a partire dalla sera di Pasqua), sviluppatosi in più ondate e spalmato nel tempo in termini di anni, non di giorni.
Nella seconda scena continua il tema delle lingue (già preparato nella messa vespertina della vigilia di Pentecoste, con il racconto della torre di Babele, Genesi 11,1-9), in cui una lunga sfilza di “stranieri” (dai Parti e Medi… sino ai Cretesi e Arabi: Atti 2,9-11), sentono i discepoli parlare nella loro lingua nativa. Non si tratta solo della destinazione universale del messaggio cristiano (cosa scontata) per tutti i popoli e le etnie, bensì va modernamente implementato utilizzando il termine tecnico di “inculturazione”: ossia il fatto che tale messaggio debba essere “inculturato”, cioè incarnato in tutte le culture coi loro linguaggi e concetti specifici. Si parla spesso di inculturazione per l’Asia e per l’Africa: non sarà certo il guineano card. R. Sarah, prefetto emerito del Culto divino, il quale ha scritto che «un prete fa di un pezzo di pane un Dio» (nell’Eucarestia), in grado di portare avanti l’inculturazione africana, perché trasferisce tout court senza mediare il cattolicesimo romano nel continente nero!
Ma noi dobbiamo pensare a casa nostra: invece di continuare coi Giubilei medievali (nel 2025 in seguito a determinate prestazioni religioso-peregrinanti quasi si “strappa” ancora l’indulgenza); urge una nuova inculturazione del mondo occidentale, in particolare per le giovani generazioni dell’Italia e dell’Europa, con “lingue di fuoco” nuove, con esperienze e linguaggi coraggiosi e avanzati nella catechesi e nella liturgia, naturalmente sotto la guida dello Spirito.
Nell’immaginario collettivo (e nelle raffigurazioni della Pentecoste) sono riuniti in un unico luogo solo i cosiddetti 12 apostoli assieme alla madre di Gesù. Niente di più falso! I 12 non esistevano nel ministero storico di Gesù, che non li ha istituiti. Abbiamo già ampiamente trattato questo argomento sul foglio cartaceo con più articoli (in particolare L’invenzione dei 12 apostoli» nel n. 499, aprile 2023). I 12 sono un’istituzione della prima comunità di Gerusalemme (retrodatata nella vita di Gesù) che certo non può essere avvenuta nei primi 50 giorni dopo Pasqua, bensì parecchio dopo. In tal modo gli unici possessori dello Spirito diventano i 12, che ne assumono l’esclusiva con l’introduzione di una gerarchia, decisamente contraria al pensiero di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e Signore» (Mt 23,10 e Gv 13,13s). Questa è la prima cosa da smontare: lo Spirito è donato a tutti i cristiani; anzi in Atti 10,44-48 (un passo indigesto alla teocrazia ecclesiastica) lo ricevono alcuni pagani che non erano ancora stati battezzati! Lo Spirito non è una prerogativa della gerarchia, anzi ha un’idiosincrasia per i capi e le istituzioni. Suo compito è l’erogazione dei carismi, in particolare quello profetico (1Cor 14,1-6). Egli elargisce i suoi doni nei vari servizi e ministeri, tra cui anche quelli ordinati, ma senza… cacicchi (come nella seconda lettura dell’Ascensione: Efesini 4,11s). Va quindi dato il via ai ministeri ordinati anche alle donne, nubili o sposate che siano, come pure per gli uomini non obbligatoriamente celibi. Come disse la teologa Cettina Militello al convegno dei Viandanti a Bologna (30 settembre-1 ottobre 2023), il ministero non è un problema, ma il problema! Essa ha inoltre definito «carnevalesco» il concistoro di quel giorno (30 settembre), in cui è Pietro che conferisce il nuovo status ai neo-cardinali. Aggiungo io: tutti vecchi maschi, bardati di porpora, come nei conclavi in cui, sempre coi loro finimenti carnascialeschi, invocano più volte al giorno lo Spirito, convinti (o facendo finta) che sia lo Spirito a ispirarli dall’alto (ma se c’è un posto indigesto per lo Spirito…questo è la cappella Sistina) nella scelta del nuovo pontefice, presunto successore di Pietro (fino a Pio XII chiamato addirittura «vicario di Cristo»); ma neppure i vescovi sono i successori degli apostoli/e (fra cui Maddalena e Giunia in Romani 16,7), e men che meno dei 12 inesistenti al tempo di Gesù.
Infatti non esiste nessun vicario di Pietro, perché non è esistito alcun primato petrino nel ministero storico di Gesù (e neppure dopo): il «Tu es Petrus…» di Mt 16,18s è l’invenzione di una comunità matteana. La gerarchia con a capo il Papa (la struttura gerarchica della chiesa non dovrebbe esistere, ma solo una sinodale) ha “usurpato” il popolo di Dio dello Spirito; se ne è impadronita quale unica depositaria della verità dottrinale: come ad es. nel recente scivolone sugli anticoncezionali, invece di chiedere scusa per il grave errore del suo predecessore papa Montini con l’Humanae vitae. Ma non può per la presunta infallibilità pontificia tuttora considerata perdurante; se sconfessasse Paolo VI, il magistero papale apparirebbe fallibile, naufragando: cosa peraltro già avvenuta nella coscienza dei fedeli che, pur non contestando apertamente (ortodossi di facciata, ma in uno scisma sommerso), non seguono più nella prassi le direttive papali soprattutto in campo sessuale.






