Nel vangelo di oggi (Gv 15,1-8) leggiamo la celebre similitudine della vite coi tralci, contrassegnata dal contrasto fra la Grazia del primo evangelista (Ev1) e il legalismo del secondo (Re2). Infatti in Ev1 (vv. 4.5.7.8) il rimanere nell’amore di Gesù è una linfa vitale, in una fruttuosa accoglienza da parte di Dio in Cristo, quale parola di verità liberante. Ma Re2 l’ha distorta con una tinta moralistico-legalista, come normale nelle chiese ormai istituzionalizzate. Ha infatti riplasmato i primi tre versetti con l’aggiunta (felice) sul Padre agricoltore, ma poi ha proseguito in maniera infelice sull’agricoltore che elimina ogni tralcio che non porta frutto; per poi ribadirlo nel v. 6, da lui chiaramente aggiunto perché spezza la continuità fra il 5 e il 7 sul rimanere in Gesù. Chi non porta frutto «viene gettato via come il tralcio e si secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano (15,6); i tralci infruttuosi (fra i cristiani) vengono esclusi da un Dio giudice severo in un clima già “infernale”.
Questo è il punto di vista del cristianesimo ecclesiastico del secondo secolo: il rimanere in in Cristo acquista un senso legalista; la vite non è più Gesù ma la Chiesa, dalla quale si può essere “gettati fuori”, scomunicati, emarginati. La morale ecclesiastica splende come la vera e pura modalità del rimanere in Gesù, e la minaccia del venire tagliati e bruciati pende sulla relazione di fede. Infatti il medesimo Re2, co-autore e redattore finale anche della prima lettera, lo ribadisce chiaramente nella seconda lettura di oggi: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio» (1ª Gv 3,22-24). Invece si crede e si ama liberamente, volentieri e con gioia, e non sotto comando, non nella concatenazione fra il rimanere nell’amore e l’osservanza dei comandamenti: il medesimo termine entolê è qui tradotto tre volte con comandamento/i e una volta con precetto. Ma la sostanza non cambia, ossia il vangelo trasformato in legge, con cui, a scanso di equivoci, non s’intende il nostro diritto positivo, ma l’impianto religioso-sacrale.
Luca 16,16 riflette il pensiero di Gesù: «La legge e i profeti sino a Giovanni; da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno vi fa violenza» (e non «si sforza di entrarvi» come nella versione CEI). Infatti fra gli uomini e il Regno si frappone la legge come una (contro)forza, un (contro)potere molto radicato: il decadimento del vangelo in legge è purtroppo quasi ineluttabile. Sicuramente non è una battaglia vinta una volta per tutte; per questo ai cristiani è richiesto un grande sforzo di contrasto, quasi di “violenza”: una delle più profonde e meno comprese parole di Gesù [cfr la suddetta traduzione edulcorata alla fine di Lc 16,16, o eliminata per l’imbarazzo dal Sinaitico]. Qui non si intende solo la legge mosaica in particolare, bensì il moralismo clericale più in generale, nel quale anche le giovani chiese pagano-cristiane sono in buona parte ricadute: il “sì” alla legge da parte dei pagani non significa più “giudaismo”, ma “moralismo”. Siamo già nell’ottica dei principi assoluti e dei valori non negoziabili.
L’aggettivo “vero”, come nelle nostre lingue, oscilla fra due significati: quando ha il senso di “verace, veritiero, non falso-menzognero” (una cosa, un fatto, una storia vera) è in genere di Ev1 (Gv 7,28; 8,16; 19,35). Invece quando ha il significato di puro, autentico, genuino è da attribuire a Re2 (Gv 1,9; 4,23; 4,37; 6,32; 15,1; 17,3). Nell’esordio odierno “Io sono la vite “vera” (alêthinê in 15,1) è la firma di Re2, come in 6,32 sul «pane dal cielo, quello “vero”»; ossia siamo noi gli unici depositari della verità pura e autentica: «In questo conosceremo che siamo dalla verità» (1ª Gv 3,19 sempre nella seconda lettura).
Pur non dicendo il vangelo nulla sulla sessualità, abbiamo imperversato per 2000 anni vietando tutto ciò che esulava dal matrimonio; prima (o in assenza di esso) era tutto proibito, e non si dava parvità di materia, cioè erano tutti peccati mortali in un quadro sessuofobico extra-evangelico. Coi temi bioetici [eutanasia, fine-vita, suicidio assistito, maternità surrogata, teoria del gender, sesso biologico, identità di genere, omosessualità, embrioni in vitro, clonazione, interventi sul genoma…] rischiamo di ripetere lo stesso errore, sino all’ultimo documento “Dignitas infinita“, per non parlare dei Pro-vita sdoganati dal parlamento a “presidiare” i consultori.
Ma c’è qualcosa di più profondo: è davanti agli occhi di tutti il crollo dei fedeli nelle chiese, come ben evidenziato dal sociologo Luca Diotallevi in La messa è sbiadita, Ed. Rubettino, recensito da Enzo Bianchi su «tuttolibri» del 20 aprile 2024 (p. XV). Data tale crisi (non solo numerica ma di fondo), per ritrovare l’identità smarrita ci si rifugia nelle condanne ideologiche, nelle crociate militanti molto concrete e attaccaticce, in cui ci si sente vigorosamente appagati da una forte identità cattolica ritrovata, in un approccio vincolante ed “eteronomo” (il contrario di autonomo: alle chiese è indigesto che in etica il soggetto possa scegliere per il proprio bene); possibilmente da imporre al mondo corrotto da combattere (la logica del patriarca russo Kirill): non è la suddetta lotta evangelica alla legge, bensì al contrario “il braccio violento della legge” in fanatici servitori di Dio, che prescindono dalle dolorose situazioni delle persone in gioco.
Si recita il solito ritornello: «la vita è dono di Dio»; a parte il fatto che questo non vale per i non-credenti, nel momento in cui il dono è passato dal donatore al ricevente (come sottolineava Aldo Bodrato), quest’ultimo ha il diritto di gestirlo in responsabilità autonoma, senza sottostare ai voleri del donatore. Sarebbe come dire: «Ti ho regalato un anello o una collana.., ma li devi indossare sempre». Esiste invece il diritto di troncare il dono, nella fattispecie di interrompere la vita se diventata un’atroce agonia (quest’ultima è contro la dignità umana, non l’eutanasia).
È ovvio che ci si può esprimere a livello personale, fornendo pure il proprio contributo a leggi adeguate nel regolare i suddetti fenomeni, ma da laici verso destinatari anche atei, e non in quanto credenti o teologi (se non a livello pastorale intra-ecclesiale); non è compito del magistero [né della Congregazione per la dottrina della fede né di quello papale] pontificare su problemi extra-evangelici. La chiesa in quanto istituzione non ha alcuna dottrina da propugnare, poiché le questioni bioetiche esulano dal cuore del cristianesimo. Certo valgono i principi generali che si estendono a tutti i campi della vita e della società: libertà, responsabilità, rispetto reciproco della pari dignità, riduzione della sofferenza e dipendenza ecc., e soprattutto fratellanza e amore.
Oltre all’eterosessualità ed omosessualità sta emergendo oggi l’asessualità: non è quella dei batteri, ma la mancanza (parziale o totale) di attrazione sessuale. È molto significativo che in alcune di queste persone si risvegli il desiderio sessuale solo dopo aver sviluppato un legame emotivo con qualcuno: ossia prima l’amore e poi il sesso! Ma proprio questa è la scommessa cristiana di fondere etica ed estetica; una cosa da testimoniare [sacramento o sacramentale (benedizione) che sia] e non da imporre al mondo: l’unione dell’aspetto estetico-attrattivo con quello etico-oblativo.






