È lo stesso vangelo della messa dell’aurora di Natale, già commentato, con in più solo la glossa conclusiva di Lc 2,21, che saggiamente effettua l’unico collegamento del secondo capitolo col primo: «Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima dell’essere (egli) concepito nel grembo». L’infinito (sostantivato) con l’articolo preceduto dalla preposizione (“prima”), al posto del sostantivo (concepimento), è un buon greco, ma non tanto il soggetto (egli, auton) in accusativo col verbo al passivo [mentre è ovviamente corretto all’inizio del v. l’accusativo dopo l’infinito attivo (sempre preceduto dall’articolo): per circonciderlo]. Ciò è conforme all’uso linguistico dell’ebraico (non dell’aramaico, secondo Wellhausen); dato che il popolo, parlando il dialetto aramaico, non comprendeva più l’ebraico, è un indizio che il nostro autore molto probabilmente sia un dotto ebreo (con l’ebraico in testa), che ha pure ripescato dal proprio patrimonio innico-liturgico dei cantici, come il Benedictus e il Magnificat da 1,50 in poi, ossia la parte più meravigliosa che ha sempre Dio come soggetto: «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati…». Che Gesù sia nato da (una) donna [seconda lettura di Paolo ai Galati; sia in greco sia in ebraico non esiste l’articolo indefinito, per cui possiamo ben metterlo noi in italiano] non giustifica il volo pindarico di venerare tale donna come Vergine-Madre di Dio, con l’aggiunta dantesca di «figlia del tuo figlio». Nell’odierna solennità, anziché fare elucubrazioni su tali ossimori più o meno poetici, è molto meglio meditare sulle più sublimi parole della seconda parte del Magnificat (che non hanno bisogno di commento; sono state lette come salmo responsoriale la terza domenica d’avvento), a prescindere da chi le abbia proclamate e/o scritte.
I due cantici non hanno nulla di specificatamente cristiano, ma sembrano essere inni (ebraici) preesistenti che ogni pio ebreo/a poteva recitare a memoria, conoscendone il senso ma non più la lingua; come facevamo noi tempo fa col Pater noster, l’Ave Maria, e in particolare cantando in latino (non più compreso come l’ebraico al tempo di Gesù) e storpiando il Tantum ergo sacramentum nella benedizione eucaristica.
Personalmente non ho alcun dubbio che il Magnificat inizialmente fosse il cantico-salmo di Elisabetta, un inno ebraico a lei adattato nell’esordio, come testimoniato da 5 manoscritti [tra cui i nostri vicini Vercellese e Veronese: Et ait Elisabet, Ed Elisabetta disse…]. È Elisabetta che da sola, non nella Visitazione, diciamo a cavallo di Lc 1,25 o 1,58 attorniata e udita dai parenti e vicini di casa, lo declama per ringraziare Dio salvatore di aver gettato uno sguardo (benevolo) sulla sua umiliazione, liberandola dalla vergogna (allora) della sterilità. Maria non ha alcun bisogno di essere salvata (anzi nella concezione tradizionale semmai è lei corredentrice in quanto «Madre di Dio»), e men che meno è stata umiliata. Con l’inserimento postumo della Visitazione esso è passato su Maria, ma…per gradi; infatti un padre della chiesa legge nel suo manoscritto in 1,46 «E disse: L’anima mia magnifica…», chiedendosi chi sia il soggetto: è Elisabetta che continua il suo discorso, o è Maria che inizia? Comunque, anche per evitare che la madre di Gesù faccia scena muta e sia solo Elisabetta a parlare [non si riportano le parole precise di Maria che fanno sobbalzare il Battista nel grembo della madre, ma si dice semplicemente “salutò”], è poi passato su Maria per avere finalmente anche un suo discorso, con gli opportuni aggiustamenti. Sono stati “costretti” a intendere l’umiliazione come humilitas, con l’inserimento (alla faccia dell’umiltà) di «Ecco infatti d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (1,48b), francamente eccessivo per Elisabetta. E comunque l’aggiunta è chiara perché interrompe bruscamente la struttura del brano che ha sempre Dio come soggetto (o complemento oggetto, o a lui riferito proclamando santo il suo nome o la sua misericordia). Ci può stare invece pure per Elisabetta «Grandi cose mi ha fatto colui che è potente» (e non il tendenzioso «ha fatto in me l’onnipotente» in 1,49a). È un ottimo esempio, da fare anche a scuola, per capire cos’è più originario: se il Magnificat fosse stato declamato in origine da Maria, nessuno si sarebbe sognato di trasferirlo su Elisabetta; mentre invece può benissimo valere l’inverso, come infatti è avvenuto.
Ma Elisabetta scippata del Magnificat non è la cosa più grave: non sarebbe il caso di rinunciare ai titoli altisonanti come Madre di Dio, il Dio bambino ecc.? Non è ora di finirla con l’espressione “Maria sempre vergine” e con le relative litanie che vengono tutt’ora recitate nei Rosari per i defunti? Appena l’8 dicembre è stata celebrata l’Immacolata concezione, cioè la Madonna sarebbe stata preservata dal peccato originale sin dal concepimento. C’è anche chi ha proseguito [riportato neutralmente, non sostenuto teoricamente da Daniela Brogi in Tuttolibri del 23 dicembre 2023] sostenendo che fra le conseguenze-pene di suddetta colpa originaria figura il dolore nel parto («partorirai con dolore» in Genesi 3,16), che però non vale per Maria. Quindi essa è stata pure “esonerata” dalle sofferenze del travaglio, in un parto talmente dolce da preservarne in perpetuo la verginità; nonostante Gesù abbia avuto ben 4 fratelli e delle sorelle, che però vengono intesi immancabilmente come cugini o figli di un precedente matrimonio di Giuseppe, come negli sceneggiati anche più recenti, trasmessi soprattutto in questo periodo natalizio. In essi, fra l’altro, durante la crocifissione-deposizione le scene sono dominate dallo strazio della coppia Madre di Gesù-Maria Maddalena (con interpreti di spicco come Monica Bellucci); ma la vera accoppiata storica sono le benamate Maddalena-Maria di Cleofa, in particolare la seconda che era la zia del giovanissimo discepolo prediletto, la donna che Gesù amava.







Grazie per questa lettura, così come per le osservazioni conclusive. Proprio qualche settimana fa alcuni stranieri giunti da poco in Italia mi hanno chiesto che cosa si celebri l’8 dicembre. E’ stato arduo rispondere.
Giorgia