Il vangelo odierno racconta solo della corsa dei due discepoli fermandosi al v. 9, ma essa è inserita nella narrazione dell’apparizione a Maria; improbabile che una donna sola abbia camminato «quand’era ancora buio»; per questo è stato aggiunto «di buon mattino» (che manca in 4 manoscritti). Probabilmente le Marie erano due [“Maddalena e l’altra Maria”, non specificata due volte in Matteo 27,61 e 28,1], cosa già più attendibile di giorno. Il brano  originario scorreva solo col racconto dell’apparizione saltando dall’attuale v.1 all’11b.

Ma Re2 (l’autore della 2ª edizione) ha voluto inserire la corsa dei due discepoli al sepolcro; per questo fa rientrare subito Maddalena ad avvisarli della tomba vuota [con lo strano plurale «non sappiamo dove l’hanno posto» (20,2): erano in due donne?]. Sono Pietro e il discepolo che Gesù amava, che si chiamava Giovanni (come ha scritto Papia di Gerapoli), ma non è il figlio di Zebedeo e il fratello di Giacomo come si è creduto per quasi 2000 anni, bensì Giovanni di Gerusalemme-Efeso, prima discepolo gerosolimitano, poi leader delle chiese giovannee in Siria (Asia minore). Policrate di Efeso, nella sua lettera ad un certo Viktor di Roma, lo definisce iereus (sacerdote) che portava il petalon, ossia la lamina (a volte d’oro), il diadema fissato al turbante in lino sulla fronte dei sacerdoti: quindi di famiglia-stirpe sacerdotale. È quasi sicuramente questo il principale motivo del ferreo anonimato: apriti o cielo! Gesù ha amato un giovanissimo sacerdote ebreo (probabilmente non ancora officiante in quanto poco più di un ragazzo) e la sua famiglia altolocata, risiedendo coi suoi discepoli, quando era a Gerusalemme, al piano superiore (Atti 1,13) della loro casa signorile (non poteva mica sempre pernottare nell’orto degli ulivi).

L’inserzione posteriore è stata fatta senza andare tanto per il sottile con contrasti insanabili, perché quando si ricongiunge in 11 al racconto originario pasticcia raddoppiando il pianto e l’affacciarsi al sepolcro della donna. Inoltre compare “Maria” (senza dire “Maddalena”); non solo ma i discepoli hanno trovato il sepolcro vuoto, mentre invece Maria incontra (due) angeli [il “due” manca nel Sinaitico e nel Palatino di Trento]. E non si narra della venuta degli angeli dopo la visita dei discepoli, che comunque vedono solo le bende e il sudario del capo: nel quarto vangelo non v’è alcuna Sindone o lenzuolo. Chi ha scritto il v. 12 «Maria vide i (due) angeli seduti in bianche vesti», ossia l’originario Ev1 [l’autore della prima edizione del vangelo, andata perduta, intorno al 100-110 d.C.,], pensa invece che gli angeli fossero già lì nel sepolcro aperto in attesa di annunciare il risorto a chi veniva. Nessuno scrittore, in coda al 7-10, scrive il 12 senza motivarlo; e non si sa da dove Maria sbuchi di nuovo alla tomba dopo che se n’era andata (v. 2). Sarebbe potuta ritornare coi due discepoli (o subito dopo), ma ciò non viene narrato; bastava il semplice inciso «Maria, che nel frattempo era tornata alla tomba…».

Il motivo principale dell’inserimento (assolutamente certo) è che le chiese giovannee e quelle di stampo petrino erano sull’orlo dello scisma. Il discepolo prediletto, nettamente più giovane, corre più veloce (il carisma va più avanti) di Pietro (l’istituzione); ma il carisma aspetta l’istituzione più lenta e insieme vedono e credono (molto raffinato). Così è stata evitata la scissione.

Ma ci sono altri due motivi per la corposa aggiunta; il primo è ecclesiale: gli apostoli stessi, che reggono le chiese, sono i primi testimoni della tomba vuota e della resurrezione corporea. Il secondo è antignostico: la testimonianza fidata di due testimoni maschi [quella di Maddalena (qui) e delle altre donne che vanno al sepolcro nei sinottici non bastava, poiché allora i resoconti femminili non facevano testo] certifica la resurrezione della carne, confutando così la dottrina gnostica di (un certo) Cerinto del ritorno a casa (in cielo, a Dio) solo del Pneuma [la “parte” divina di Gesù che, oltre ad essere discesa su di lui solo nel battesimo, l’aveva abbandonato già prima della passione nel Getsemani], per cui la salma di Gesù (non più divino) sarebbe rimasta nella tomba come tutti i mortali. Tale dottrina si è diffusa in Siria non prima del 130 d. C.: infatti Re2 elabora la seconda edizione del vangelo intorno al 140 d. C., oltre a scrivere nello stesso periodo la prima grande lettera giovannea, dagli evidenti richiami e assonanze col vangelo.

Per quanto concerne la passione-resurrezione mi sembrano significative le riflessioni di Eberhard Jüngel, Dio, mistero del mondo, Queriniana-Brescia 1982 (abbreviazione J.), nel suo intento di pensare insieme Dio e la croce. In passato non si era nemmeno tentato di pensare Dio in unità col crocefisso. La morte di Gesù di regola non aveva alcun significato per il concetto di Dio in se stesso, per la sua essenza. Non solo nella tradizione metafisica, ma anche in quella cristiana il concetto di essere divino fu dominato dal pensiero dell’assolutezza (J. 61): Dio deve essere scevro da ogni mancanza, debolezza e vulnerabilità, perché considerate un ostacolo alla potenza. Ma la fede nel crocefisso conduce veramente a contestare che Dio sia l’essere assolutamente invulnerabile (J. 165) e impassibile.

Occorre dunque pensare Dio stesso in unità con ciò che passa, quindi alla caducità: l’esistenza dell’uomo Gesù, finito in croce, lo richiede (J. 256, 264). Dio non si eleva infinitamente al di sopra di noi, ma si rivela come un essere che crea, creativo, traboccante ed eternamente ricco nella sua riduzione del nulla (J. 292s). Non contraddice affatto la sua divinità (anzi ne è il compimento) il prender parte alla lotta fra la possibilità e il nulla. Dio si espone al contatto con la caducità, sperimentando su se stesso nella passione di Gesù la forza del nulla, dunque anche la negazione della morte senza essere annientato. La vita di Dio non esclude la morte, bensì la include, mostrandosi come colui che riporta la vittoria sul nulla. Mentre la metafisica vietava di rappresentare Dio come sofferente o addirittura di pensarlo assieme a un morto, in Gesù morto invece Dio soffre infinitamente ed esiste per gli altri rimanendo se stesso. In ogni autodeterminazione a favore degli altri avviene quel particolare scontro fra essere e non-essere a favore dell’essere, tra vita e morte a favore della vita che, in quanto dialettica pacificata, si chiama amore (J. 289).

Vedi il duello tra vita e morte nella sequenza latina quasi tutta in rima Victimae paschali laudes, «Lodi alla vittima pasquale» (va tagliato solo il resto immolatorio della 1ª strofa). Il racconto della Passione, a parte le aggiunte nell’ultima cena, non è esplicitamente salvifico, in particolare in Luca in cui Gesù è (solo) il giusto-vittima-martire: «Veramente quest’uomo era giusto» (Lc 23,47 detto dal centurione) anziché il figlio di Dio come in Mc 15,39 e Mt 27,54. Infatti in Lc 22,19 dopo «questo è il mio corpo» (stoppato in origine) hanno “dovuto” aggiungere «che è dato per voi», un minimo accenno di salvezza che manca però in alcuni manoscritti tra cui il codice D e i “nostri” Vercellese e Veronese. Le aggiunte si evincono soprattutto dal fatto che esse non hanno raggiunto tutti i manoscritti più antichi: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.