La terza d’Avvento è la cosiddetta “domenica Gaudete”, dall’inizio della seconda lettura («Siate sempre lieti» in 1ª Tessalonicesi 5,16), in cui si sospendeva temporaneamente la rigidità dell’Avvento. I colori dei paramenti erano (sono) rosa, non viola; stesso colore rosa in Quaresima per la cosiddetta “domenica Laetare”, in cui si faceva una pausa nei digiuni e astinenze.
Nel secondo pezzo del vangelo siamo sempre, come domenica scorsa, nella regione desertico-arabica (Betaraba, e non tanto Betania) al di là del Giordano, col Battista protagonista. Certo Giovanni indirizza profeticamente a Gesù, però quel che manca è che non si sia posto alla sua sequela, e nemmeno abbia invogliato i suoi discepoli a farlo. Ciò non viene spiegato, se non nel fatto che in prigione il Battista abbia avuto dei dubbi su Gesù e abbia mandato due discepoli a chiedere delucidazioni (Matteo 11,2-14 e Luca 7,18-28; anche qui, quando gli inviati di Giovanni si congedano, Luca li chiama “angeli”: una faccenda confusa che tratteremo per Natale). La valutazione del Battista oscilla fra due estremi: da una parte con Giovanni finisce la vecchia era in cui egli era il più grande (più che un profeta) fra i nati di donna, ma dall’altra con l’inizio della nuova era cristiana il più piccolo nel Regno è più grande di lui.
La relazione fra i due maestri, vista dai discepoli, è stata complessa e altalenante, una vera doccia scozzese (calda-fredda), con Giovanni innalzato e/o abbassato: da una parte «Sarà grande [si dice la stessa cosa di Gesù poco più avanti in Lc 1,32], pieno di Spirito Santo fin dal grembo materno [come Gesù; nel concepimento di Giovanni non sostituisce… il seme paterno]. Ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio [di Israele; qui il Signore non è Gesù], e accederà al suo cospetto (sempre di Yahvè-Eloim) dotato della forza e dello spirito di Elia» (Luca 1,15-17: quindi non un Elia redivivo, come confermato da Giovanni stesso nel vangelo di oggi). Dall’altra, mentre sempre nell’odierno vangelo «egli rese testimonianza alla luce» (e alla verità in 5,33), subito dopo in Gv 5,34 il redattore ecclesiale non è d’accordo: «Io non ricevo testimonianza da un uomo» (sottinteso nemmeno da Giovanni): una pesante riduzione del Battista, sino a non essere degno di chinarsi a slacciargli i sandali. Nonostante questa continua doccia scozzese, tra i due maestri in verità non c’è stata rivalità, ma fra i rispettivi discepoli ci sono state forti tensioni, rilevabili già nelle discussioni di Gv 3,25ss, e nella concorrenza dei rispettivi battesimi in 3,22-24 e 4,1-2. I discepoli di Giovanni non si unirono per nulla a quelli di Gesù, anzi rivendicavano la priorità del loro maestro in concorrenza col Nazareno. I cristiani invece affermavano che egli era solo un precursore, e comunque egli doveva diminuire e Gesù crescere (Gv 3,30).
Dato il conflitto, la chiesa primitiva ha “dovuto” cristianizzare Giovanni, venuto «a preparare la via del/al Signore spianando la strada per il nostro Dio»; intendendo però erroneamente, soprattutto nei secoli seguenti, per Signore il Cristo, onde suffragare il Battista in quanto predecessore, mentre invece si tratta del Signore nostro Dio dell’A.T. e di Isaia. L’espressione il Signore Gesù è certo tipica di Paolo, ma non ricorre mai nei vangeli se non in due aggiunte tardive: una è nella finale postuma di Marco 16,19, e l’altra in Luca 24,3: «Le donne non trovarono il corpo (del Signore Gesù che manca in alcuni manoscritti importanti, quindi una glossa posteriore). Nei racconti dell’infanzia l’unico passo in cui Il Signore è chiaramente Gesù si trova nell’amorevole e premurosa (ma tardiva e leggendaria) Visitazione in bocca ad Elisabetta in Luca 1,43-44: «A che debbo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco al tuo saluto il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo», per convalidare in via definitiva Giovanni non solo come precursore, ma come amico dello sposo [Gesù; Gv 3,28-31], che gioisce sin dal seno materno: infatti nell’iconografia sono rappresentati insieme da infanti con le rispettive mamme. Sono tenere “novelle”, perché storicamente i due maestri si sono conosciuti solo da adulti nel deserto, e pure le madri si saranno forse incontrate più tardi, ma non certamente quando erano incinte dei loro primogeniti (una nella regione montuosa della Giudea nei pressi di Gerusalemme, l’altra ben lontana a Nazareth in Galilea). Sono amabili sceneggiature (fiction), compresa la parentela delle madri per rafforzare il rapporto, rendendo i due maestri “cuginetti”, onde incamerare definitivamente il movimento battista nell’alveo cristiano, come si evince ad es. nel fatto strano narrato in Atti 19,1-7: a Efeso ci sono una dozzina di discepoli (che sono o sembrano già cristiani), i quali però hanno ricevuto solo il battesimo di Giovanni e non hanno nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo. Infatti Paolo li (ri)battezza nel nome di Gesù e impone loro le mani perché ricevano lo Spirito Santo, che li fa profetare in lingue.
Da ultimo il passo di Luca 1,76 nel Benedictus, in cui il padre Zaccaria declama: «E tu, bambino [Giovanni] sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade», cioè ante faciem Dei e non davanti a Gesù quale suo apripista, ossia l’Altissimo della tradizione ebraica: ciò si evince dal fatto che nel Benedictus non vi sia nulla di specificatamente cristiano, e dall’uso tipicamente semitico del verbo “chiamare” nel senso del nostro verbo “essere” tout court. Quindi, con fermezza, «sarai [senza il “chiamato” che è una barbara e meccanica traduzione pseudo-letterale dall’aramaico] profeta dell’Altissimo». Ciò vale anche della beatitudine di Matteo 5,9, oggi particolarmente significativa: «Beati gli operatori di pace perché saranno (in realtà, senza il “chiamati”) figli di Dio. Se non si opera al servizio della pace-giustizia, la figliolanza divina dei cristiani battezzati rischia di dissolversi!
Mauro Pedrazzoli
VANGELO (GV 1,6-9.19-28) DELLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO (17/12/2023)
La terza d’Avvento è la cosiddetta “domenica Gaudete”, dall’inizio della seconda lettura («Siate sempre lieti» in 1ª Tessalonicesi 5,16), in cui si sospendeva temporaneamente la rigidità dell’Avvento. I colori dei paramenti erano (sono) rosa, non viola; stesso colore rosa in Quaresima per la cosiddetta “domenica Laetare”, in cui si faceva una pausa nei digiuni e astinenze.
Nel secondo pezzo del vangelo siamo sempre, come domenica scorsa, nella regione desertico-arabica (Betaraba, e non tanto Betania) al di là del Giordano, col Battista protagonista. Certo Giovanni indirizza profeticamente a Gesù, però quel che manca è che non si sia posto alla sua sequela, e nemmeno abbia invogliato i suoi discepoli a farlo. Ciò non viene spiegato, se non nel fatto che in prigione il Battista abbia avuto dei dubbi su Gesù e abbia mandato due discepoli a chiedere delucidazioni (Matteo 11,2-14 e Luca 7,18-28; anche qui, quando gli inviati di Giovanni si congedano, Luca li chiama “angeli”: una faccenda confusa che tratteremo per Natale). La valutazione del Battista oscilla fra due estremi: da una parte con Giovanni finisce la vecchia era in cui egli era il più grande (più che un profeta) fra i nati di donna, ma dall’altra con l’inizio della nuova era cristiana il più piccolo nel Regno è più grande di lui.
La relazione fra i due maestri, vista dai discepoli, è stata complessa e altalenante, una vera doccia scozzese (calda-fredda), con Giovanni innalzato e/o abbassato: da una parte «Sarà grande [si dice la stessa cosa di Gesù poco più avanti in Lc 1,32], pieno di Spirito Santo fin dal grembo materno [come Gesù; nel concepimento di Giovanni non sostituisce… il seme paterno]. Ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio [di Israele; qui il Signore non è Gesù], e accederà al suo cospetto (sempre di Yahvè-Eloim) dotato della forza e dello spirito di Elia» (Luca 1,15-17: quindi non un Elia redivivo, come confermato da Giovanni stesso nel vangelo di oggi). Dall’altra, mentre sempre nell’odierno vangelo «egli rese testimonianza alla luce» (e alla verità in 5,33), subito dopo in Gv 5,34 il redattore ecclesiale non è d’accordo: «Io non ricevo testimonianza da un uomo» (sottinteso nemmeno da Giovanni): una pesante riduzione del Battista, sino a non essere degno di chinarsi a slacciargli i sandali. Nonostante questa continua doccia scozzese, tra i due maestri in verità non c’è stata rivalità, ma fra i rispettivi discepoli ci sono state forti tensioni, rilevabili già nelle discussioni di Gv 3,25ss, e nella concorrenza dei rispettivi battesimi in 3,22-24 e 4,1-2. I discepoli di Giovanni non si unirono per nulla a quelli di Gesù, anzi rivendicavano la priorità del loro maestro in concorrenza col Nazareno. I cristiani invece affermavano che egli era solo un precursore, e comunque egli doveva diminuire e Gesù crescere (Gv 3,30).
Dato il conflitto, la chiesa primitiva ha “dovuto” cristianizzare Giovanni, venuto «a preparare la via del/al Signore spianando la strada per il nostro Dio»; intendendo però erroneamente, soprattutto nei secoli seguenti, per Signore il Cristo, onde suffragare il Battista in quanto predecessore, mentre invece si tratta del Signore nostro Dio dell’A.T. e di Isaia. L’espressione il Signore Gesù è certo tipica di Paolo, ma non ricorre mai nei vangeli se non in due aggiunte tardive: una è nella finale postuma di Marco 16,19, e l’altra in Luca 24,3: «Le donne non trovarono il corpo (del Signore Gesù che manca in alcuni manoscritti importanti, quindi una glossa posteriore). Nei racconti dell’infanzia l’unico passo in cui Il Signore è chiaramente Gesù si trova nell’amorevole e premurosa (ma tardiva e leggendaria) Visitazione in bocca ad Elisabetta in Luca 1,43-44: «A che debbo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco al tuo saluto il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo», per convalidare in via definitiva Giovanni non solo come precursore, ma come amico dello sposo [Gesù; Gv 3,28-31], che gioisce sin dal seno materno: infatti nell’iconografia sono rappresentati insieme da infanti con le rispettive mamme. Sono tenere “novelle”, perché storicamente i due maestri si sono conosciuti solo da adulti nel deserto, e pure le madri si saranno forse incontrate più tardi, ma non certamente quando erano incinte dei loro primogeniti (una nella regione montuosa della Giudea nei pressi di Gerusalemme, l’altra ben lontana a Nazareth in Galilea). Sono amabili sceneggiature (fiction), compresa la parentela delle madri per rafforzare il rapporto, rendendo i due maestri “cuginetti”, onde incamerare definitivamente il movimento battista nell’alveo cristiano, come si evince ad es. nel fatto strano narrato in Atti 19,1-7: a Efeso ci sono una dozzina di discepoli (che sono o sembrano già cristiani), i quali però hanno ricevuto solo il battesimo di Giovanni e non hanno nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo. Infatti Paolo li (ri)battezza nel nome di Gesù e impone loro le mani perché ricevano lo Spirito Santo, che li fa profetare in lingue.
Da ultimo il passo di Luca 1,76 nel Benedictus, in cui il padre Zaccaria declama: «E tu, bambino [Giovanni] sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade», cioè ante faciem Dei e non davanti a Gesù quale suo apripista, ossia l’Altissimo della tradizione ebraica: ciò si evince dal fatto che nel Benedictus non vi sia nulla di specificatamente cristiano, e dall’uso tipicamente semitico del verbo “chiamare” nel senso del nostro verbo “essere” tout court. Quindi, con fermezza, «sarai [senza il “chiamato” che è una barbara e meccanica traduzione pseudo-letterale dall’aramaico] profeta dell’Altissimo». Ciò vale anche della beatitudine di Matteo 5,9, oggi particolarmente significativa: «Beati gli operatori di pace perché saranno (in realtà, senza il “chiamati”) figli di Dio. Se non si opera al servizio della pace-giustizia, la figliolanza divina dei cristiani battezzati rischia di dissolversi!






