Nella quarta domenica d’Avvento si legge l’annunciazione a Maria che interrompe bruscamente [segno di un inserimento posteriore assieme alla Visitazione] tutta la storia del Battista, che in origine scorreva lineare saltando dall’attuale v. 1,25 al 57 (ossia comprendeva da sola l’intero primo capitolo di Luca), una leggenda proveniente da ammiratori ebrei nei circoli del movimento battista, esclusivamente giudaica con nessuna allusione cristiana, senza accennare minimamente alla subordinazione di Giovanni in quanto precursore. Ma tutta la natività è un’aggiunta tardiva, poiché il vangelo originario di Luca cominciava col maestoso incipit del cap. 3, preceduto dal proemio di 1,1-4 («Poiché molti hanno posto mano a stendere ordinatamente un racconto…»), senza i racconti dell’infanzia (capp. 1 e 2). Abbiamo un prologo da “storico” che prosegue senza soluzione di continuità con un esordio molto preciso: «Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio…» (Lc 3,1-2), con una lunga serie storicizzata di “governatori” reali e di coordinate geografiche e temporali.
L’annunciazione fa perno sulla grandezza di Gesù quale discendente «dal trono di Davide (suo padre), che regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32-33); si tratta di una tradizione giudeo-cristiana (post-lucana), certo aperta al mondo ed ai pagani, che comprende (cosa non scontata) i samaritani, poiché Giacobbe fu il loro padre, come esplicitato dalla samaritana al pozzo in Gv 4,12.
Luca 1,32-33.35 è praticamente identico al testo di Qumran [4Q246: nei ritrovati rotoli delle grotte del Mar Morto contemporanei all’epoca di Gesù]; il che testimonia l’esistenza di questa concezione all’interno del giudaismo palestinese dell’epoca. E in Qumran non c’è la minima traccia di una concezione verginale. Ma dove e come si è realizzato tale regno, pensato come intra-storico e definito eterno anche nella prima lettura (2 Samuele 7,16)? Infatti il millenarismo medievale (di Gioacchino da Fiore e altri) ha tentato disperatamente di tenere unite le due cose: prima un regno storico-terreno di 1000 anni del Messia su tutti i popoli, poi, finito il millennio, la vera e propria parusia (fine del mondo).
Un’altra grave difficoltà è il contrasto insanabile [secondo Brown, Meier e altri; in questi commenti cerco di spiegare in modo semplice quello che hanno scritto i grandi esegeti] fra questa cristologia del Messia potente, regale di figliolanza davidica senza problemi, e la cristologia del ministero pubblico, in cui Gesù mostra forti perplessità nei confronti del titolo di “Messia”, rifiutandone la visione potente degli ebrei (nelle tentazioni nel deserto) e disapprovandone pure la discendenza davidica in Lc 20,41-44 e paralleli. [Se Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?]. E comunque un Messia crocifisso era per gli ebrei un totale contro-senso.
Data questa contraddizione insormontabile, chi ha scritto la stragrande maggioranza dei passi evangelici sul Gesù adulto (Luca), non può essere lo stesso autore dei vangeli dell’infanzia, a meno che non sia uno… schizofrenico. Pure dopo la crocifissione i discepoli non mollano, ma sono fortemente interessati alla fantomatica ricostituzione del regno di Israele anche in Atti 1,6, cercando disperatamente di pensare la gloriosa intronizzazione del Re davidico nell’imminente ritorno del risorto Messia celeste; ma in tale primo capitolo compaiono ben 7 apax [cioè sette parole che ivi ricorrono una volta sola nell’intero NT], quindi un capitolo assolutamente non lucano, inserito posteriormente dai giudeo-cristiani. Originariamente anche gli Atti dopo il prologo iniziavano col cap. 2 (Pentecoste).
La concezione verginale di per sé compare solo in Lc 1,34: «Come avverrà questo, poiché [epei in greco] non conosco uomo?», che non si trova tuttavia nel codice veronese: al posto del 34 tale manoscritto anticipa qui il 38a, che è la “vera” e significativa risposta di Maria (da commentare nelle omelie): «Ecco la serva (ancilla in latino) del Signore: mi avvenga secondo la tua parola». Pure qui in Lc 1,34 abbiamo un apax: epei, la congiunzione temporal-causale “poiché, dal momento che” non conosco uomo; Luca usa solo e sempre 5 volte (2 nel vangelo e 3 negli Atti) la congiunzione preferita epeidê. Un ulteriore indizio della sua origine extra e post-lucana, già evidenziata e rafforzata dal contrasto insanabile fra le due cristologie: Luca non era uno schizofrenico (e nemmeno Matteo). Tale contrasto non riguarda solo la questione del Messia ma anche la concezione verginale, mai presente altrove nel NT, solo in Mt 1,18-25 e Lc 1,34.
In effetti la risposta di Maria (“non conosco uomo”) è abnorme: una giovane donna in procinto del matrimonio, a cui viene annunciata la prossima nascita di un primogenito “eccezionale” (diciamo nel giro di un anno), se ne dovrebbe solo rallegrare, e non controbattere con quella replica improponibile, priva di senso: ce l’avrebbe se ed esclusivamente se Maria e Giuseppe avessero già deciso in precedenza di vivere come fratello e sorella senza rapporti sessuali (la tradizione cattolica, con una certa logica, l’ha a volte sostenuto). Ma tale matrimonio “bianco” è “assurdo”, al di fuori della realtà, anche perché il falegname di Nazareth ha avuto la bellezza di 4 fratelli e un numero imprecisato di sorelle (Marco 6,3).
Un’altra osservazione “anomala” è Lc 2,50: «Ma essi non compresero le sue parole», dopo che Gesù ha detto: «Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?». A fronte di una doppia annunciazione (una a testa) Maria e Giuseppe avrebbero dovuto invece capire benissimo l’evento “prodigioso”, cioè che semmai il “vero Padre” è Dio o lo Spirito Santo, non necessariamente Giuseppe. Un’osservazione talmente imbarazzante che hanno addolcita con la seguente: «Sua madre serbava tutte queste cose-parole nel suo cuore».






