Dopo il ritornello del salmo responsoriale «Oggi è nato per noi il Salvatore», recitato anche nel versetto fra gli Alleluia e pure presente nella 2ª lettura della lettera a Tito ‒ si comincia nel vangelo della notte con Luca 2,1-5, ossia con l’editto di Cesare Augusto. Il problema non è la data del censimento sotto Quirinio (6/7 d. C., una data troppo tardiva per la nascita di Gesù), bensì che esso venisse fatto prevalentemente per fini fiscali, e quindi ci si registrasse nel paese di residenza. È insostenibile pensare che ogni membro dovesse andare a iscriversi nella città d’origine: ciò avrebbe comportato il pericoloso e incontrollabile spostamento di migliaia di persone in tutto l’impero, col rischio di sommosse e rivolte. Giuseppe sarà andato a registrarsi (da solo) nella vicina Cafarnao dove esisteva un presidio romano, senza dover affrontare il lungo e disagiato viaggio a Betlemme in modo assurdo con Maria in prossimità del parto. La motivazione del viaggio «per il fatto che egli era della casa e famiglia di Davide» (2,4) è una chiara glossa posteriore, non solo perché in alcuni manoscritti si trova dopo il v. 5, bensì per quel “egli” (auton) in accusativo col verbo essere! Esso riflette un uso ebraico, impensabile in Luca (che non conosceva l’ebraico) il cui greco è il migliore del NT assieme a quello della lettera agli Ebrei. [Mi spiegherò meglio nel commento al vangelo di Capodanno in cui succede esattamente la stessa cosa nell’altra glossa di Lc 2,21]. È un indizio (e ne vedremo altri) che questi due capitoli sono extra e post-lucani.
Nei racconti dell’infanzia è centrale il Messia-Re davidico per il quale, oltre ad essere della stirpe di Davide, è fondamentale che nasca a Betlemme, nella città di Davide: un’invenzione per suffragarne la discendenza regale messianica [in pratica è una risposta all’obiezione di Gv 7,42: sì, viene dalla Galilea (Nazareth), ma è nato a Betlemme, il villaggio di Davide]. Lo sforzo principale di entrambi gli evangeli è appunto quello di coniugare Nazareth con Betlemme, complicandosi parecchio la vita: mentre in Luca Gesù nasce a Betlemme in seguito al viaggio, in Matteo Giuseppe e Maria già abitano a Betlemme (i Magi entrano nella casa). In Matteo la nascita non viene neppure narrata, ma liquidata con un rapido genitivo assoluto (l’equivalente dell’ablativo assoluto latino): «Nato Gesù a Betlemme di Giudea al tempo del re Erode» (Mt 2,1), per poi proseguire subito coi Magi.
I due racconti sono del tutto differenti, divergenti, contraddittori (se si leggono come resoconti storici, come cronache attendibili). Infatti per evitare il corto circuito nelle liturgie fino a Capodanno si legge Luca, e poi dal 2 gennaio (andando verso l’Epifania coi Magi) Matteo. Essi concordano solo su due cose: 1) è nato a Betlemme e 2) è cresciuto a Nazareth: e la prima è… “sbagliata”. Quasi sicuramente Gesù è nato a Nazareth (o dintorni); la nascita è stata spostata da Nazareth a Betlemme per le ragioni biblico-teologiche suddette. Personalmente compiango i pellegrini che, soprattutto in questo periodo natalizio, scendono nella grotta della Natività e pensano che Gesù sia venuto alla luce appunto dove c’è la scritta (in latino): «Qui da Maria vergine è nato Gesù cristo». Per Natale siamo veramente sospesi tra mito e storia.
Il vangelo prosegue con l’annuncio di un angelo sul fatto centrale (ma stringato) del bimbo-Salvatore: e dato che non gli è stato ancora ufficialmente conferito il nome (avverrà con la circoncisione), è chiara l’aggiunta pomposa di 2,11 nelle sue varianti: (il) Cristo (del) Signore, Cristo Gesù, il Signore Cristo… I due discepoli del Battista in Luca 7,24 sono chiamati “angeli”, ossia nel senso originario e meno glorioso di messaggero, inviato umano. La funzione “angelica” è quella di essere ambasciatore di un messaggio divino, non necessariamente scendendo dal cielo. O meglio: allora si esprimeva un’autentica provenienza divina dell’annuncio-promessa tramite lo schema letterario di una discesa dalla “mitica” corte celeste (il mito va interpretato, non ridotto a storia-cronaca iper-realistica).
Miticamente infatti l’angelologia viene poi decisamente ampliata (Lc 2,13s; su 2,15 vedi il prossimo vangelo nella messa dell’Aurora) in un sacro al contempo fascinoso e tremendo, con la moltitudine dell’esercito (sic) celeste che proclama (nella tradizione “canta”) il celebre Gloria in excelsis Deo, che però è strettamente congiunto alla pace sulla terra tra (e non agli) gli uomini che Egli ama; e pure la triade gloria-cieli-giustizia si trova nel salmo responsoriale della seconda messa sempre dell’Aurora. Questo è un elemento centrale della salvezza portata da Gesù, «il principe del regno della pace che non avrà fine nel rafforzare la giustizia» (prima lettura di Isaia).
Rispetto agli altri vangeli nel quarto il termine “gloria” (doxa) ricorre il maggior numero di volte (15); ma in Gv 12,23ss ci spiazza definendo una “glorificazione” la passione-crocifissione di Gesù (il contrario della gloria umana). Orbene sant’Ireneo, che ha avuto il merito di portare il quarto vangelo in Occidente, demitizzando scrive: Gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l’uomo vivente, ritoccato dai teologi della liberazione in vivens pauper, il povero che vive. Non si tratta più di adorare un Dio narcisisticamente solo interessato a se stesso nelle proprie sublimi perfezioni, circondato dalla mitica corte celeste (come nel Medioevo dantesco), anche se purtroppo lo stra-vetusto linguaggio della liturgia è ancora pervaso dal terribile dominio del Numinoso; come a tutt’oggi l’indigesta acclamazione prima dello scambio di pace («Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli»), e pure l’altrettanto oggi indigeribile conclusione della preghiera eucaristica («Per, con, in Cristo a Te, Dio Padre onnipotente… ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli»).
La gloria di Dio significa la salvezza dell’uomo, che non consiste nel venerare Dio inginocchiandosi di fronte alla sua esaltata (onni)potenza (l’amore esclude il dominio), e nemmeno in prima istanza nella remissione dei peccati, secondaria e marginale nel messaggio di Gesù, ingigantita però dalle chiese [lo vedremo nel racconto del paralitico in Mc 2,1-12, nella 7ª dom. del tempo ordinario].






