Ci ripromettiamo di commentare brevemente i vangeli domenicali dell’Anno B del calendario liturgico, che saranno quasi tutti di Marco, più qualcuno di Giovanni. Non saranno di tipo spirituale (facilmente reperibili altrove), bensì basati su considerazioni testuali e storico-critiche, che sono come i due argini [non si può esondare né a destra né a sinistra] che permettono al fiume di avanzare con le successive esortazioni (parenesi) etico-spirituali-vitali. La premessa è che ci sono state ben tre edizioni del vangelo di Marco, da cui dipendono (cioè “copiano”) gli altri due sinottici sin dall’incipit del vangelo con la profezia attribuita esplicitamente ad Isaia [e non ad un generico profeta (innominato) come nella maggioranza di quelle neotestamentarie]: «Voce di uno che grida nel deserto…» (Isaia 40,3). Ma il Marco III (autore della 3ª e ultima edizione di Marco, ossia del testo in nostro possesso), giudicando la citazione troppo “striminzita”, l’ha ampliata premettendovi «Dinanzi a te mando il mio messaggero [“angelo” in greco]…», che però non è di Isaia bensì di Malachia 3,1. Infatti Matteo e Luca più correttamente, dato che non è un testo isaiano, hanno piazzato il passo del messaggero-angelo di Malachia isolato più avanti rispettivamente in Mt 11,10 e Lc 7,27. Pure Luca saggiamente ha sentito il bisogno di ampliarla, ma lo ha fatto con maggior correttezza prolungando il brano di Isaia medesimo con 40,4-5a [«Ogni valle (o burrone) sia colmata (o riempito)…»], come leggiamo nella prima lettura di questa domenica.
È comunque l’unica citazione dell’Antico Testamento fatta dall’evangelista autore narrante. Ci sono sì nel vangelo riferimenti all’A.T. da parte di vari personaggi (Gesù, gli scribi…ecc.), ma questo è l’unico dell’io narrante, molto probabilmente perché i destinatari del vangelo sono i romani (lo comprovano i numerosi latinismi che segnaleremo di volta in volta), i quali avevano scarsa dimestichezza con l’A.T. È altrettanto probabile che l’inserzione isaiana sia opera del Marco II (autore della seconda edizione); ciò significherebbe che nel Marco I (1ª edizione) non c’era nemmeno questa; quindi nel vangelo più antico clamorosamente non compariva alcuna citazione della Bibbia ebraica fatta in proprio dal primo autore.
Inoltre il primo evangelista (sempre il Marco I) aveva scritto in 1,8 “fuoco”; il Marco II ha aggiunto o lo ha sostituito (a seconda dei manoscritti) con “in Spirito Santo”; ha pure aggiunto in 1,5 «confessando i loro peccati»: il battesimo purifica sì da tutte le colpe e le pene, ma, cari i miei cristiani (adulti), è indispensabile una dettagliata accusa verbalmente esplicita dei peccati.
Di Giovanni abbiamo una chiara e ben tratteggiata immagine: era vestito di peli di cammello con una cintura di pelle, e mangiava cavallette e miele selvatico; uno stile di vita da asceta che non beveva vino né sostanze inebrianti, vivendo “selvaticamente” nel deserto. Di Gesù invece quasi nulla: non solo cosa mangiava e come si vestiva, ma più in generale ci sfugge il suo “quotidiano”, quasi sicuramente perché agli evangelisti non interessavano le normali faccende giornaliere, tutti presi nel presentare le sue meravigliose azioni (guarigioni) ed i suoi grandi insegnamenti. Sappiamo che non viveva nel deserto ma in mezzo alla gente parlando e discutendo (come Socrate), nella convivialità con tutti, compresi gli odiati pubblicani e i peccatori, ossia in maniera tutt’altro che ascetica come un mangione e beone. Più del cibo e del vestito spicca però la diversità dei messaggi; quello di Giovanni è sì un battesimo di ravvedimento, ma in vista di un prossimo tremendo giudizio (l’ira imminente per la razza di vipere), mentre quello di Gesù è un lieto annuncio per i poveri, secondo cui ogni uomo vedrà la salvezza di Dio (versetti fra gli Alleluia di questa e della prossima domenica).
«Accorrevano a lui da tutta la Giudea…» (1,5): mezzo mondo era confluito nel deserto da Giovanni che infatti, secondo la testimonianza di Flavio Giuseppe, aveva dato origine ad un grosso movimento (battista) in Israele. Erode Antipa l’ha considerato politicamente pericoloso, per cui l’ha fatto prima imprigionare e poi uccidere. Il Battista non avrebbe potuto rimproverare Erode Antipa di aver sposato la moglie di suo fratello, poiché tale matrimonio (o convivenza) è avvenuto solo nel 36 d. C., almeno un lustro dopo la morte di Giovanni (e di Gesù). Tale evento è stato quindi retrodatato dal Marco II di quasi una decina d’anni, unito alla leggendaria sceneggiata del ballo di Salomè, e “infiorato” dal Marco III col solenne giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, foss’anche la metà del mio regno». Il brano è dettagliatamente presente in Marco, dimezzato in Matteo ma assente in Luca, che col suo fiuto non l’ha…bevuta [ci ritorneremo quando il banchetto col ballo verrà letto nella liturgia].
Coi tempi che corrono, sono stupende le parole del salmo responsoriale: «Il Signore annuncia la pace…amore (bontà) e verità si incontreranno (o si sono incontrate), giustizia e pace si baceranno (o si sono baciate)». In ebraico c’è una particolare forma verbale (Yiqtol, chiamata impropriamente imperfetto) che può avere valore di passato e di futuro, ossia un’azione già avviata, incompiutamente ancora in corso e che dovrà essere ultimata. Un imperfetto…molto imperfetto. I LXX infatti l’hanno tradotta in greco al passato (con due secchi aoristi: si incontrarono e si baciarono), mentre la versione CEI (il lezionario e parecchie altre) forse meglio al futuro, anche perché tale “abbraccio” fra giustizia e pace sembra di là da venire!
Da ultimo lo spunto…relativistico all’inizio della seconda lettura (2ª lettera di Pietro 3,8): non solo per Dio, ma anche per un astronauta che viaggi quasi a velocità-luce fra i pianeti e le stelle vicine, mentre per lui passa un solo giorno, nel contempo sono trascorsi 1000 anni sulla Terra.






