Doveva essere l’estate del 1943, quando mi vedo nella memoria, inginocchiato al gradino dell’altare della piccola chiesa della frazione della Nezzana, sopra gli Orti. Guidavo il rosario della gente, lì raccolta (donne soprattutto). Sapevo bene tutti i vari “misteri” e anche le litanie finali, tutte a memoria. Ero un bravo bambino, scelto per questa funzione esemplare, e non avevo ancora otto anni. Si pregava per la pace, naturalmente.
L’ 8 settembre, giorno dell’armistizio, nel borgo (la via centrale di Bagnone), Pier Giorgio, 4 anni, corre incontro al Nonno che torna dagli Orti: «Nonno, è finita la pace!». Voleva dire: è finita la guerra, è venuta la pace, e profetava il vero, perché finiva il periodo per noi meno pericoloso della guerra, e cominciava il peggiore, con l’occupazione tedesca, pochi giorni dopo.
Francesco Raffaelli (di Bergamo, figlio dello zio Nanni e zia Pia, fratello e cognata della nonna Pia, di cui ho parlato), in licenza da Cefalonia (per questo si salva dall’eccidio che i tedeschi compiono là di 2.000 ufficiali italiani che hanno rifiutato di arrendersi e consegnarsi), arriva a Bagnone, di passaggio verso Bergamo, proprio quel giorno. Si mette in borghese, come tanti altri militari dell’esercito sbandato, senza ordini. La sua pistola viene nascosta in soffitta, sopra una trave del tetto. La sua divisa in fondo a qualche armadione antico di casa, nell'”andito”, che è il corridoio al primo piano, sul quale si aprono le tre camere. In quell’armadio profondo e alto, fissato al muro, tenevamo i nostri giochi da bambini.
Quasi subito arrivano soldati tedeschi in paese. Dalle finestre della casa degli Orti, vedemmo arrivare la colonna di camion militari tedeschi, giù nella strada grande. Il 14 settembre muore lo zio Paolo Raffaelli (ne ho scritto nel mio primo libro Dall’albero dei giorni). Subito dopo, i tedeschi occupano le stanze superiori della nostra casa per gli ufficiali. Un certo tempo dopo, una mattina alle sei, crollerà il tetto sul soffitto a traliccio (che regge bene) di una di queste camere, per la rottura proprio di quella trave su cui era la pistola. L’ufficiale tedesco che dorme in quella stanza pensa ad un bombardamento. I muratori che vengono a riparare (ricordo Maurizio, della Nezzana) vengono avvertiti, rintracciano la pistola nelle macerie e la nascondono dove sanno loro.






