Se si legge la forma lunga (Mt 1,1-25), abbiamo la genealogia di Cristo in 42 generazioni partendo da Abramo, mentre in Luca sono parecchie di più (circa 77) perché si parte da Adamo. Mentre la serie da Abramo a Davide è praticamente identica in entrambi gli evangeli (i dati biblici sono facili da reperire), da Davide a Giuseppe (che è la parte decisiva) le serie sono per la quasi totalità difformi, anche perché, per quanto concerne la linea della discendenza tra i figli di Davide, uno segue la linea del figlio Salomone e l’altro quella del figlio Natam. Qui la fatica dell’individuazione e del reperimento deve essere stata d’un certo peso; in ogni caso è stata delineata una laboriosa genealogia che, come osservava sorridendo il compianto Aldo Bodrato, co-fondatore del foglio cartaceo, viene spezzata e annullata [in modo quasi comico] nel suo ultimo anello (Giuseppe/Gesù) con la concezione verginale (l’escamotage della paternità solo legale non salva la genealogia davidica). 

Si noti che è l’evangelista (non l’angelo che appare in sogno, chiaramente leggendario) a vederci un compimento della Scrittura, ossia del passo di Isaia 7,14, in cui il Signore offre al re Acaz, nel contesto della guerra siro-efraimita, un segno: «La “almah” (in ebraico) concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». I LXX l’hanno appunto tradotto con parthenos (recepito in genere come vergine), influenzando le epoche posteriori. Ma il termine ebraico “almah” designa una giovane donna in età da marito, o la sposa appena portata a casa, che avrà un figlio entro breve tempo; e prima ancora che il bambino impari a distinguere il bene dal male (quindi abbastanza presto, e non 700 anni dopo!), sarà liberato il paese dai due re stranieri che lo stavano occupando mettendo in grave angustia il re Acaz. Egli infatti, malgrado gli avvertimenti contrari di Isaia che non voleva aprire la porta del suo paese all’Assiria, chiese l’aiuto del re assiro Tiglat-Pilèzer, il quale poi ridusse il regno di Giuda (quello del Sud) in vassallaggio. 

È ovvio che prima del matrimonio è “ancora” vergine come normale in quell’epoca, ma il segno non consiste in un concepimento verginale: in tale eventualità sarebbe stato più opportuno il termine “betula” (vergine in senso stretto); in ogni caso, l’idea di una procreazione divina è inconciliabile con la concezione veterotestamentaria di Dio. Comunque il detto profetico di Is 7,14 è enigmatico nel suo contenuto; si ha l’impressione che fosse comprensibile solo a Isaia e al re Acaz (il nascituro sembra suo figlio) in quel preciso contesto storico: fuori dal suo tempo perde la sua significanza. Ma i LXX l’hanno tradotta in greco con parthenos, più o meno “vergine”: in verità più che vergine significa nubile (come in Omero), una ragazza non ancora maritata. Abbiamo un connubio fra una vita giovane (in fiore) ed una austera innocenza. Designa l’età-limite tra ragazza e donna, come l’etimo del tedesco Jung-frau (particolarmente adatto ad essere qui usato dagli esegeti tedeschi): letteralmente giovane donna, ragazza… 

Fatto sta che, parecchio più tardi, solo nel Giudeo-cristianesimo ellenizzato della diaspora è potuta sorgere una tale concezione; infatti per un palestinese è quasi impossibile immaginare che lo Spirito possa avere funzioni maschili o para-maschili perché per lui lo spirito (ruah) è femminile. Lo Spirito santo, raffigurato come forza divina, viene sopra gli uomini/donne benedetti da Dio, ma non ha a che fare con semi-dei fisici. D’altra parte, sia in Luca sia in Matteo, la concezione verginale non poteva che comparire tardivamente nel testo: essa non avrebbe potuto far parte della predicazione primitiva, perché altrimenti sarebbe apparsa denigrante per la giovane donna/sposa, esponendo le origini di Gesù al ridicolo ed alla calunnia (come nel primo pensiero di Giuseppe in Mt 1,18-19 il quale voleva licenziarla in segreto). È quanto mai logico che sia comparsa nei due testi solo più tardi, quando la cosa aveva via via preso sempre più piede in un cristianesimo già relativamente consolidato in varie parti dell’impero sia in Oriente come in Occidente (Roma), ma non prima del secondo secolo. 

La stessa Betlemme, al di fuori dei racconti dell’infanzia, è menzionata solo in Gv 7,42, ma come obiezione contro Gesù e non come dato reale. Infatti il quarto evangelista (100-110 d. C.), nella feroce polemica di Gv 7,40ss non controbatte che Gesù è nato a Betlemme perché nulla sa delle origini di Cristo, pur conoscendo il vangelo di Matteo già diffuso in Siria nella sua stessa zona: il che significa che ancora alla fine del primo secolo mancavano in Matteo i racconti dell’infanzia!

E tutto questo in ambiente greco, ma non solo: infatti nell’ambito della storia delle religioni  e nei miti di tutti i popoli è pluri-attestata la concezione/nascita verginale senza paternità. Anche in Cina, dove non solo i grandi re o imperatori ma pure i filosofi (!) a volte sembrano godere di questo privilegio. Quindi nel contesto religioso universale è abbastanza comune la “vergine” come madre del fanciullo ‘divino’, che il cristianesimo del secondo secolo ha assorbito.

Una giovane donna (traduzione migliore del testo isaiano-matteano, fatta propria da un bel canto così intitolato molto diffuso nelle liturgie odierne e applicato a Maria) concepisce e dà alla luce un figlio, che è la cosa più logica e più bella di questo mondo. Il segno non consiste in una nascita verginale, bensì nell’Emmanuele, il “Dio con noi”, che è il significato centrale del Natale. Gesù, come Giovanni, è un grande profeta rivelatore dell’Altissimo (da evidenziare nelle “prediche”), un “santo” sotto l’ombra dello Spirito, ma biologicamente figlio di Giuseppe così come il Battista è figlio di Zaccaria.