Il marito esce di casa nella notte. Le dice che c’è un incendio nella centrale. “Tornerò presto”. Alle sette le comunicano che è in ospedale. Lo trova “tutto gonfio, tumefatto, quasi non gli si vedevano gli occhi”. È l’inizio del calvario di Lyudmila, moglie 23enne di un vigile del fuoco impegnato nel primo intervento a Cernobyl dopo l’esplosione del quarto reattore: destinata a rimanere vedova e a perdere all’indomani del parto la propria bambina. Ed è anche l’inizio del libro – Preghiera per Cernobyl, del ’97, ampliato nel 2001 − che la scrittrice e premio Nobel bielorussa Svetlana Aleksievic ha dedicato al disastro nucleare verificatosi quarant’anni fa, il 26 aprile del 1986.

Non si tratta di un’indagine sulla dinamica dell’evento e sulle sue cause, ma di una ricostruzione del vissuto di coloro che ne patirono le conseguenze: un genere di scrittura – attinta alla narrazione orale – in cui Aleksievic si muove con la maestria evidenziata nelle sue opere maggiori, a partire da quel Tempo di seconda mano che getta luce sulla svolta epocale prodotta dal crollo dell’Urss.
«Per tre anni ho viaggiato e fatto domande a dipendenti della centrale, scienziati, ex funzionari di partito, medici, soldati, a donne e uomini che continuano a vivere nella zona proibita. Persone di professioni, destini, generazioni e temperamenti diversi. Credenti e atei. Contadini e intellettuali. Cernobyl è il principale contenuto del loro mondo. Ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro e anche attorno, e non solo la terra e l’acqua». Nella polifonìa di Aleksievic ha finalmente voce il popolo dei “cernobyliani”: un popolo ingannato e disgraziato, disperso e rimosso o ridotto a numeri senza volto, i cui “monologhi” si alternano qui alle “conversazioni” e ai “cori”: ultimo quello “dei bambini”, di cui peraltro restano tracce indelebili nelle testimonianze dei genitori: «Mia figlia aveva sei anni. La metto a letto e mi sussurra all’orecchio: “Papà. Voglio vivere, sono ancora piccola”. E io che pensavo non potesse capire… Riesce a immaginarsele sette bambine piccole completamente calve, tutte in una volta? Nella stanza erano in sette».
Si sentono, i cernobyliani, “un popolo a parte” («Qui nessuno mette l’accento sulla nazionalità: io sono bielorusso, io ucraino, io russo»), che quando si trasferisce altrove è guardato con sospetto – come si guarda ai potenziali untori – o con la compassione dovuta ai più sfortunati: un po’ come i “bambini di Cernobyl” che per molte estati avrebbero fruito della generosa accoglienza di famiglie italiane, francesi o tedesche, e di cui pure si parla in queste pagine («Ritornano con indosso dei vestiti che le loro famiglie non potrebbero mai permettersi. Come se fossero andati ai grandi magazzini…»).
Varie testimonianze raccolgono l’esperienza dei residenti non autorizzati: in genere contadini, per lo più anziani e spesso soli, che trasgredendo agli ordini hanno deciso di restare o tornare nelle loro case, o addirittura nella foresta circostante, per non abbandonare la loro terra. Anche dal loro racconto trapela lo sconcerto di fronte all’aggressione di un nemico invisibile come la radioattività, intervenuta a sconvolgere il secolare rapporto con la terra: «No, ci hanno spiegato, è una cosa che finisce sul terreno e anche sotto, ma non si può vedere. Per gli animali è diverso, la vedono e la sentono, l’uomo no. E invece non è vero! Io l’ho vista… Questo cesio era finito nel mio orto e c’è rimasto finché non l’ha inzuppato la pioggia. Ha il colore dell’inchiostro. Era lì per terra e luccicava, a pezzetti iridescenti…».
Gli animali, i nuovi arrivati, i silenzi di Stato
Tra questi residenti più o meno clandestini si incontra anche gente nuova, immigrata in seguito alla pulizia etnica che ha cacciato le minoranze russe da alcuni territori ex sovietici del Caucaso o dell’Asia: narrano la fuga precipitosa dalle loro case e dicono che per se stessi e i loro figli preferiscono il rischio della radiazione ai massacri cui hanno assistito. Sono le vittime dei risorgenti nazionalismi: «Mia mamma è ucraina, mio papà russo. Sono nata e cresciuta in Chirghisia, ho sposato un tataro. E i miei figli? Di che nazionalità sono? Ci siamo tutti mescolati, il sangue si è mescolato. Il documento di identità porta per me e per i figli l’indicazione: russi, ma noi non siamo russi. Siamo sovietici! Però il paese nel quale sono nata non esiste più».
Altre “specie” di vittime cui si rivolge l’attenzione dei narranti sono gli animali, che talora rappresentano l’ultima affettuosa compagnia di quei residenti, ma che al tempo stesso patiscono sia gli effetti dell’inquinamento radioattivo, sia quelli delle decisioni umane: ad esempio l’ordinanza che impone alle squadre speciali d’intervento di abbattere gli animali domestici (che è stato vietato trasferire) e di farlo anche quando si avvicinano fiduciosi agli uomini armati.
Nel contempo, da più parti si rileva in certi animali una sorprendente percezione di quanto sta avvenendo: «A un certo punto le api avevano interrotto i loro voli, non s’erano più fatte vedere, neanche una, per due giorni se ne erano state chiuse in casa. Aspettavano che passasse […] Hanno percepito subito quel che era successo. La radio e i giornali ce lo tenevano nascosto mentre le api già lo sapevano».
Quanto al silenzio o alle reticenze e all’ignavia delle autorità, essi traspaiono di continuo nel libro di Aleksievic: «Si fa un gran parlare di spie e sabotatori mandati da fuori e non della profilassi a base di iodio». Anzi, altro che profilassi… «Ci hanno dato una valigia piena di bottiglie di vodka. Per estirpare la radiazione».
Il messaggio trasmesso alle autorità locali imponeva di evitare a ogni costo il panico: guai a fare dell’allarmismo: «“Sei o non sei un patriota? Se non lo sei, prima di uscire lascia sulla scrivania la tua tessera di partito!”. Alcuni la gettavano davvero…».In definitiva, il punto è che in una situazione simile «bisognava parlare di fisica. Di leggi della fisica. E invece loro parlavano del nemico».
In questo quadro il racconto più drammatico ed eloquente è forse quello di Vasilij Borisovic Nesterenko, ex direttore dell’Istituto di energetica nucleare dell’Accademia delle Scienze di Bielorussia, che sin dal 26 aprile si attivò in ogni modo per informare i responsabili politici e sollecitarli a predisporre un piano d’azione adeguato all’emergenza. I suoi disperati tentativi si scontrarono con le resistenze organizzate dagli apparati (persino la linea telefonica – controllata – cadeva quando si accennava all’incidente) e con il muro di gomma dei funzionari; «Era un complotto tra ignoranza e corporativismo. Il principio della loro vita era non esporsi […] le regole del gioco erano precisamente queste: se non corrispondete alle attese dei superiori non vi promuoveranno, non vi faranno fare le vacanze nei posti migliori, non vi daranno quella dacia».
Alla fine l’ostinazione di Nesterenko è punita. Il presidente dell’Accademia delle Scienze gli dice: «il popolo bielorusso un giorno si ricorderà di te»; ma nel frattempo deve sollevarlo dall’incarico. D’altronde, in quei giorni si esigeva il silenzio anche dalle molte migliaia di giovani reclute coinvolte in più fasi nei lavori sull’area circostante la centrale: «Ci hanno fatto firmare un documento che ci impegnava alla segretezza. E io ho taciuto… Subito dopo il servizio militare mi è stata riconosciuta un’invalidità di seconda classe. A ventidue anni. Mi sono beccato la mia parte».






