La notizia dell’attentato a J. F. Kennedy mi colse durante il pranzo del 23 novembre. Nel pomeriggio era programmata una romantica passeggiata al Parco Europa, delizioso belvedere su Torino, nei pressi di Cavoretto. La giornata era mite e soleggiata, un’estate di San Martino in ritardo, non infrequente negli autunni di allora, molto prima dei cambiamenti climatici. La morte del presidente piombava in un momento di grande incertezza sui programmi futuri. La nostra vita comune non sarebbe cominciata che di lì a quattro anni, un tempo enorme. Mi ero laureato a marzo e sarei partito per il servizio militare ai primi di gennaio ’64, 15 mesi secchi, al ritorno la ricerca di un lavoro. Luisa doveva ancora concludere gli studi, arrancava in una difficile tesi su Jules Renard e già insegnava, sottopagata, in una scuola media religiosa. Il piano era abbastanza chiaro, ci sgomentava l’attesa. Dicemmo poche parole, preoccupati per la svolta nella politica mondiale provocata dall’improvvisa scomparsa di una personalità così carismatica. «Trasformiamo le spade in vomeri, le lance in falci, una nazione non alzi più la spada contro un’altra, e non impari più l’arte della guerra… collaboriamo tra i popoli per rendere fertili i deserti… non chiedetevi quello che l’America potrà fare per voi, ma piuttosto quello che voi potrete fare per l’America e per il mondo». La citazione di Isaia (2, 3 e sgg.) non poteva, con qualche illusione di troppo, che scaldare i nostri giovani cuori.
Ricordi personali e prospettive politiche
Nello stesso anno, il 3 giugno era morto Papa Giovanni, altra figura di riferimento delle nostre speranze giovanili. Aveva indetto e aperto i lavori del Concilio Vaticano II ed emanato l’enciclica Pacem in terris, rivoluzionaria per i tempi. Ricordo la presentazione avvenuta a Torino ad opera di mons. Michele Pellegrino, in una sala conferenze Gam strapiena: «Non siamo di fronte a un vecchio sacerdote di una vecchia Chiesa, ma alla voce della coscienza del mondo». In un seminario sullo stesso tema l’on. Guido Bodrato aveva affermato, con qualche imprudenza, che due sarebbero stati i motori del progresso umano: le conquiste tecnologiche e il concilio Vaticano. Sulle prime aveva ragione, del secondo si sono, quasi del tutto, perse le tracce.
Nell’autunno del 1964 veniva bruscamente allontanato dal governo dell’Urss Nikita Krusciov, altra personalità che aveva incoraggiato grandi speranze, dopo il fortunoso superamento della crisi di Cuba, autunno 1962, in cui il mondo si trovò a un passo dalla guerra nucleare. Krusciov aveva promosso con coraggio la denuncia dei crimini di Stalin e l’allentamento della durissima dittatura sovietica, che aveva trasformato la rivoluzione del 1917 da grande speranza di liberazione in una delle più terribili tragedie dell’umanità. Non sarebbe durato molto. Come nelle antiche congiure di palazzo al tempo degli zar, sarebbe presto arrivata la restaurazione di Leonid Breznev.
Nel giro di neanche 18 mesi scomparivano Papa Giovanni, Kennedy e Krusciov, tre figure che, in coincidenza con i nostri 20 anni, aprivano orizzonti di speranza, subito oscurati. Forse erano illusioni, forse no. Per molti di noi non fu certo la fine dell’impegno, anzi. Di sicuro fu la “perdita dell’innocenza”.





