«Un culto di morte, quella da dare agli altri, ma anche della propria morte. Nello scontro titanico non ci sono vie intermedie: o la vittoria con l’annientamento del nemico, o il disastro con la distruzione di se stessi». Traggo queste parole, un po’ parafrasate, dalla biografia di Hitler di Joachim Fest. E mi torna alla mente una dichiarazione di un ministro iraniano (alcuni anni fa) che ipotizzava un conflitto atomico con Israele. All’obiezione dell’intervistatore che segnalava la presenza in Israele di circa 2 milioni di arabi, il ministro non si scomponeva: «Certo, moriranno anche loro, ma andranno in paradiso». Parole analoghe usa il falco del Cremlino Dmitry Medvedev quando, a intervalli regolari, evoca uno scontro atomico tra Russia e Occidente. E la pensa all’incirca così anche il patriarca Kirill, in spirito di crociata. Gli stessi combattenti di Hamas, cresciuti nell’odio dell’annichilimento del nemico, mettono in conto la loro morte come martirio, cioè testimonianza premiata con il paradiso.
Ci troviamo di fronte quindi a un pensiero che mette la vita e la morte sullo stesso piano e ci riconduce ai misteri psicanalitici della distruttività umana, forse non abbastanza indagati. Si aggiunga che anche lo schema della guerra come conflitto tra due stati è revocato in dubbio. Se l’aggressione russa all’Ucraina ripropone lo scontro tra eserciti contrapposti, tutt’al più con qualche capitano di ventura, la devastante battaglia tra terrorismo organizzato e Stato d’Israele è profondamente diversa, come già negli anni scorsi quella che ha portato alla sconfitta dell’Isis.
Nel tentativo di comprendere gli avvenimenti che con angoscia vediamo in questi tempi sotto i nostri occhi è importante, a mio avviso, tener conto di queste novità difficilmente conciliabili con un approccio razionale e con l’evoluzione secolare dell’affermarsi dei diritti umani.





