“Sopra i bicchieri dai quali spavaldamente bevevamo, la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute”. Siamo a Vienna, manca poco allo scoppio della prima guerra mondiale. Il protagonista, un aristocratico di fresca nobiltà, proviene da un oscuro paesino della Slovenia, il suo cognome è Trotta, il suo nome Francesco Frdinando. Sui 20 anni, è iscritto a giurisprudenza, ma non studia, passando i suoi giorni, anzi le sue notti, con altri giovani del suo rango. “Di quell’ambiente condividevo la scettica leggerezza, la malinconica presunzione, la colpevole ignavia, l’arrogante dissipazione, tutti sintomi della rovina, di cui ancora non intuivamo l’approssimarsi”. Il protagonista, che in parte ripropone elementi autobiografici dell’autore, (J. Roth è in realtà originario della Volinia, regione dell’estremo ovest ucraino, all’attuale confine con Bielorussia e Polonia) prova simpatia e solidarietà per le persone semplici. Due in particolare: uno è suo cugino Joseph Branco, astuto contadino sloveno, che d’inverno, gira le città dell’impero a vender caldarroste. Proprio come il trentino Toenle che, racconta Mario Rigoni Stern, si spostava nel vasto territorio, cavandosela in tre o quattro lingue,  e riuscendo a piazzare stampe della Madonna anche nelle case dei protestanti.

L’altro è Manes Reisiger, ebreo galiziano, di professione vetturino, il quale avendo un figlio, Ephraim, molto dotato per la musica, chiede al nostro protagonista una raccomandazione per farlo entrare al Conservatorio di Vienna.

All’inizio della guerra nell’estate-autunno del 1914, definita mondiale, osserva acutamente l’autore, non solo perché coinvolge molti Stati, ma  soprattutto perché seppellisce il suo mondo ( l’Austria felix della Belle Epoque in cui era nato e cresciuto). l’ufficiale Trotta riesce ad arruolarsi nello stesso reparto dei suoi due amici Branco e Reisiger, ovviamente soldati semplici. “A quell’epoca non sapevamo veramente più se agognavamo la morte  o ci auguravamo la vita”. La”loro” guerra dura poco. I russi sfondano il fronte orientale e inseguono l’esercito imperiale in rotta. Nei pressi di Krasne-Busk il reggimento a cui appartengono i nostri personaggi è in parte annientato e in parte fatto prigioniero. “Così ingloriosamente finì la nostra prima battaglia”. Per i soldati la destinazione è la Siberia, gli ufficiali avrebbero avuto miglior trattamento. Trotta però chiede di non lasciare i suoi amici e, insieme, dopo un viaggio avventuroso e massacrante durato sei mesi, giungono nella remota città di  Wiatka, sul fiume Lena.

I tre prigionieri riescono comunque ad evadere e,  per strade diverse, dopo un lungo peregrinare, a ritornare in patria. Ma quale “patria”? Trotta  arriva a Vienna la vigilia di Natale del 1918. E’ già stata proclamata la Repubblica, anche se il nuovo stato austriaco, ridotto ai 10 milioni di abitanti di lungua tedesca, otterrà riconoscimento internazionale solo l’anno successivo. E qui, a pag. 114, riusciamo a capire la ragione del titolo. “Feci una deviazione. Passai dalla Cripta dei Cappuccini. Anche lì davanti una sentinella andava su e giù. Che cosa doveva sorvegliare ancora?  I sarcofaghi?…Mi levai il berretto”. Un atto di estremo omaggio ad un mondo che non c’è più. Quel “mondo di ieri, memorie di un europeo” di cui parla un altro grande viennese, Stefan Zweig. Nella cripta si trovano le tombe di molti sovrani del passato impero, ultimo dei quali Francesco Giuseppe.”Del quale, osserva argutamente il nostro reduce, mio padre era stato fedele disertore. Sognava infatti una monarchia (che trattasse allo stesso modo) gli austriaci, gli ungheresi e gli slavi”(sempre sacrificati).

Nel dopoguerra, con l’inflazione che polverizza ogni risparmio, compaiono sulla scena  avventurieri e ciarlatani di ogni tipo. E un intero ceto parassitario vissuto all’ombra della corona si ritrova senza un soldo e nella necessità di trovare un lavoro qualsiasi. L’elegante dimora dei Trotta viene trasformata in una pensione, gestita dalla vecchia madre. La moglie, da lui sposata prima di partire per il fronte, lo lascia per intraprendere la carriera cinematografica, e l’ormai ex nobileTrotta, del tutto incapace di seguire il nuovo corso degli eventi, affida il figlio di pochi anni ad un amico a Parigi. 

Il 4 maggio 1919 viene eletto a Vienna un sindaco socialdemocratico, inizia il quindicennio della “rotes Wien”, la cui testimonianza più significativa (e ancora oggi perfettamente conservata) è una costruzione lunga più di un km. chiamata Karl Marx Hof. Piccoli alloggi  per le famiglie operaie, con due grandi novità per l’epoca, il bagno e l’acqua corrente in casa. Poi con l’avvento del nazismo, il clima politico cambierà profondamente fino a culminare, con l’annessione del 13 marzo 1938 (peraltro votata a stragrande maggioranza) nell’umiliazione di Vienna, grande centro di arte e cultura, da capitale di un impero a capoluogo della provincia orientale dei domini hitleriani (Ostmark). Anche le vicende personali di Joseph Roth, di madre ebrea russa, volgono al tragico. Dopo la guerra, in cui aveva vissuto la prigionia in Siberia, si trasferisce in Germania e collabora a vari giornali. Nel 1933 torna in Austria, ma l’Anschluss del 1938 lo costringe a riparare in Francia. Morirà solo e alcolizzato a 45 anni, qualche mese prima dell’occupazione tedesca di Parigi.

Una magnifica scrittura, un libro da leggere e rileggere, di grande attualità in tempi difficili. Anche perché, più di quanto non appaia, in questa grande cultura centroeuropea affondano molte delle nostre radici. 

È bene tenerlo presente in una temperie di miserabili ritorni nazionalisti.

Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, Adelphi 2002, traduzione di Laura Terrani