Una scrittrice francese compie per lavoro un viaggio di una settimana in Giappone. È reduce da una serie di lutti. Prima i genitori, poi il marito, sono morti per incidenti improvvisi. E se alla prima perdita aveva reagito con la scrittura – che per lei è ciò che resta quando tutto è finito, persino la disperazione – con la seconda si è esaurita la sua vena creativa.
In Giappone la accoglie il suo editore, anche lui segnato dalla sofferenza di una separazione. Dapprima risaltano incomprensioni e imbarazzi, dovuti alla diversità delle consuetudini: gli inchini al posto delle strette di mano. Ma ben presto si palesano fenomeni assai più strani. Piccoli eventi misteriosi, segnali dell’irruzione di presenze imprevedibili, che culminano nella ricomparsa – agli occhi della protagonista – del marito amato e rimpianto.
Significativo e lapidario il commento dell’editore, per nulla sorpreso: «Se è tornato, è perché avete ancora qualcosa da dirvi». Cui seguono, in dialoghi di poche essenziali parole, altre battute rivelatrici: «Il mondo visibile e quello invisibile coesistono. I fantasmi ci aiutano a vivere».
Il film si svolge sullo sfondo di un Giappone che esibisce la foresta dei suoi grattacieli attraverso le vetrate degli alberghi, o scorre in rapide carrellate di là dai finestrini del treno che conduce i due di città in città; ma che al tempo stesso vibra di un senso del sacro e del mistero e consente una comunicazione con l’ignoto, o un recupero temporaneo del passato.
Una strada per uscire dal lutto
Viaggio iniziatico, dunque, o a suo modo catartico; o esperienza di liberazione e rinascita psichica ed esistenziale, come si vedrà negli inattesi sviluppi della seconda parte. Dove singolarmente eccelle il talento di Isabelle Huppert, capace di incarnare nel silenzio del volto le metamorfosi del personaggio e il fluire dei suoi sentimenti: dalla maschera iniziale dell’indifferenza all’attonito sbalordimento e al ritorno delle pulsioni vitali.
In margine, un’ultima annotazione sulla concezione dell’aldilà (o del post mortem) che trapela in alcune sequenze, dove si parla non solo della diffusa compresenza dei vivi e dei defunti, ma anche dell’attraversamento di un fiume destinato a separarli, o della progressiva evanescenza dei trapassati. Immagini di matrice classica più che cristiana, che suggeriscono l’idea di un allontanamento o di un ritiro dalla vita vissuta – verso un regno delle ombre o un pacificante Nirvana – piuttosto che di una sua inedita trasfigurazione e pienezza.





