Questo nuovo attentato dell’Isis mi risveglia il ricordo di un’esperienza drammatica. Il 17 agosto 2017 mi trovavo con Laura a Barcellona, dove il volo di ritorno da Siviglia prevedeva uno scalo di otto ore, suppergiù tra le 11 e le 19. Decidemmo di approfittarne per visitare una delle case di Gaudì, la famosa Casa Batllò. Nonostante trovassi assai caro il biglietto d’ingresso – 28 euro a testa – facemmo la visita intruppati in una folla di turisti e all’uscita, poco dopo le tre, valutammo che ci restava il temp

Questo nuovo attentato dell’Isis mi risveglia il ricordo di un’esperienza drammatica. Il 17 agosto 2017 mi trovavo con Laura a Barcellona, dove il volo di ritorno da Siviglia prevedeva uno scalo di otto ore, suppergiù tra le 11 e le 19. Decidemmo di approfittarne per visitare una delle case di Gaudì, la famosa Casa Batllò. Nonostante trovassi assai caro il biglietto d’ingresso – 28 euro a testa – facemmo la visita intruppati in una folla di turisti e all’uscita, poco dopo le tre, valutammo che ci restava il tempo per quattro passi sulla Rambla. Raggiunta e attraversata Plaza de Catalunya, ci inoltrammo nel largo viale in mezzo a una chiassosa moltitudine di ragazze e ragazzi, coppie, bambini e famiglie in vacanza.

Già nella piazza e poi nel primo tratto di quella strada proposi più volte a Laura di sostare in un bar per uno spuntino e un caffè: sennonché lei ‒ meno affamata di me, o di gusti meno facili – ogni volta mi proponeva di andare oltre. Finalmente, quando eravamo già più vicini al lungomare che alla piazza, entrammo in un piccolo supermercato con annessa caffetteria, dove ci trattenemmo un quarto d’ora. Mentre uscivamo per riprendere il cammino verso il mare, si sentiva nelle vicinanze l’urlo di una sirena. Non ci facemmo caso: ma di li a un minuto le sirene erano tre o quattro.

Vedemmo alcune auto della polizia sfrecciare in direzione della piazza da cui eravamo venuti. E ciò che ci lasciò sbalorditi era che non soltanto sgommavano a sirene spiegate, ma per farsi largo nel traffico saltavano sui marciapiedi o facevano lo slalom tra le bancarelle. Eravamo stupiti e un po’ preoccupati. Arrivati al fondo della Rambla – nei pressi del centro commerciale Maremagnum, nella cui discoteca m’era accaduto di trascorrere una mezza nottata durante una gita scolastica – ci fermammo a un chioschetto a prendere una bottiglietta d’acqua. Accanto a noi era ferma un’auto della polizia: ma sotto i nostri occhi gli agenti ne aprivano il bagagliaio per estrarne i giubbetti antiproiettile e indossarli, e subito avviarsi a forte velocità.

A quel punto, mentre alle sirene della polizia andavano aggiungendosi quelle delle ambulanze che correvano nella medesima direzione, abbiamo dato un’occhiata ai siti d’informazione:ancora nulla. Cosicché, dovendo comunque rientrare all’aeroporto, ci siamo diretti alla vicina stazione della metropolitana. Qui abbiamo avuto la conferma che era successo qualcosa di grave: alcuni agenti, sulle scale della stazione, ne bloccavano l’ingresso.

Abbiamo camminato sino alla stazione successiva, chiedendoci se non fosse il caso di chiamare un taxi, ma immaginando che in quella situazione le chiamate dovevano essere molte. Percorso circa un chilometro, abbiamo finalmente trovato una stazione accessibile e siamo arrivati in tempo per l’imbarco. Sulla metro i pochi viaggiatori avevano un’aria un po’ sconvolta e una donna parlava di un attentato. Ma a quel punto anche sullo smartphone comparivano le prime notizie e qualcuno ci telefonava dall’Italia perché le aveva sentite in televisione.

L’attentato era avvenuto nel tratto di strada che avevamo appena percorso, a non molta distanza dal supermercato in cui stavamo sostando. Un furgoncino aveva percorso centinaia di metri investendo tutti i passanti che riusciva a investire. Sedici morti, di sette nazionalità, tra cui due italiani; e oltre cento feriti.

Persone che probabilmente avevamo incrociato poco prima: mentre noi ci allontanavamo dal luogo della strage imminente, loro – inconsapevoli – ci stavano andando, per lo più allegri e festosi sotto il cielo azzurro della bella giornata estiva. La morte (e la scia sanguinosa dell’odio, scatenata dalle guerre mediorientali) ci aveva sfiorati.

Dalle indagini, risultò che la mente dell’azione terroristica era un imam che era saltato in aria il giorno precedente mentre maneggiava dell’esplosivo. A causa dell’incidente i suoi giovani collaboratori avevano cambiato programma e deciso di agire sulla Rambla: il programma iniziale prevedeva invece una potente esplosione all’interno della Sagrada Familla. D’altronde il terrorismo jihadista privilegia due obiettivi: i luoghi di culto degli infedeli (ovvero le chiese cristiane, o anche le moschee degli Sciiti) e i luoghi di divertimento degli occidentali.

Venendo all’attentato di Mosca, anche questo evento ci dice quanto sia riduttivo e propagandistico lo schema che ci rappresenta il mondo d’oggi come lo scenario di un’unica e radicale contrapposizione tra Occidente e Russia, o tra democrazie e autarchie. A ben vedere, le asimmetrie e le incongruenze sono molte. È un dato di fatto che per contrastare la Russia stiamo sempre più foraggiando un gran numero di dittatori (vedi, da ultimo, Al Sisi) e che quello schema non considera vaste aree del pianeta: dall’India all’America Latina, dal mondo islamico alla Cina.

Ma naturalmente chi è proiettato verso la Guerra non vuole distrazioni. La propaganda di Putin parla di una via di fuga offerta agli attentatori dagli ucraini, mentre da noi il manicheismo degli antirussi ad oltranza non demorde: Anna Zafesova sulla «Stampa» del 24 marzo, dopo aver giustamente denunciato la barbarie del taglio dell’orecchio a un arrestato, indica come movente dell’attentato la pesante ostilità che i russi manifestano verso i tagiki. (Come se i fatti del Bataclan o della Promenade si spiegassero con il razzismo dei francesi).

Finché non usciremo da questa visione distorta e polarizzata del mondo, che ci fa attribuire ogni male al Grande Nemico, sarà ben difficile avviare una de-escalation.