Tra gli avvenimenti di domenica 28 aprile, un paio meritano forse qualche approfondimento. Il primo è la presenza del Papa al padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia. Ambientato nel carcere femminile della Giudecca, il percorso artistico prevede il coinvolgimento attivo anche di alcune detenute. Il messaggio è chiaro e assai apprezzabile, nella linea pastorale di Francesco. Riconosciuto ogni merito va detto che la diretta radiofonica ha a tratti assunto aspetti vagamente surreali. Il dialogo tra la conduttrice e un sacerdote esperto d’arte è infatti cominciato con la confusione tra mosaici e affreschi. Niente di grave, per carità, uno svarione può capitare a tutti, anche a una brava giornalista. Poi il dialogo si è spostato sui rapporti tra Chiesa e arte, per lunghi secoli, dominato dall’esigenza didascalica: l’arte come strumento per illustrare le verità di fede ad un popolo di analfabeti. Ai tempi della Controriforma, ad esempio, in tutta Europa si registrò un gran numero di pittori itineranti che si recavano nei più remoti borghi di montagna per affrescare storie di Santi e Madonne. Ne sono rimaste vestigia notevoli nelle nostre valli e segnatamente in alta valle Susa, quando siano sopravvissute al tempo e alle intemperie. Questo compito affabulativo si sarebbe concluso con la fine dell’arte figurativa e con l’avvio delle tendenze di arte astratta, definita dall’esperto vaticano, «esoterica», cioè spesso incomprensibile.

Opinione che può essere tranquillamente condivisa. Va precisato però che la fine della committenza artistica da parte della Chiesa risale a un periodo ben precedente l’affermarsi dell’arte astratta. Possiamo risalire ai grandi vedutisti del ‘700, quando i ricchi aristocratici del Grand Tour volevano portare con sé a Londra, Vienna, Berlino e Parigi un ricordo di Venezia. Ciò che costrinse Guardi, Canaletto e Bellotto a optare per piccoli formati, più economici e trasportabili. Il passaggio definitivo a una committenza laica avviene tuttavia nella seconda metà dell’800, con il movimento impressionista che implicitamente celebra l’affermarsi di una borghesia industriale e commerciale, danarosa, e che si apre al collezionismo artistico, come esibizione del proprio successo sociale. Pochi sono gli artisti di questo movimento che dedicano le loro attenzioni ai ceti poveri e disagiati, con qualche sparuta eccezione per alcuni quadri di Gustave Caillebotte e più tardi di Maximilien Luce. Insomma approfondire un po’ talora non guasta.

L’altro evento è il stata la convention di Fratelli d’Italia a Pescara per il lancio della candidatura alle Europee di Giorgia Meloni, anzi di «Giorgia» e basta. 70 minuti filati, in stile castrista, tra insulti agli avversari, urla da comizio, modifiche da portare in Europa per un suo sostanziale affossamento, e affermazioni di continuità storiche assai inquietanti. il sottofondo spesso interrompeva con un «Gior-gia, Gior-gia» sicut «Du-ce Du-ce».

Premesso che nei giorni precedenti si erano sentiti interventi propositivi e anche accattivanti, specie se confrontati con il pensiero corrente, ad esempio, in tema di famiglia e lavoro, è sul futuro dell’Europa che la presidente del Consiglio si è particolarmente accanita. La forma giuridica, per cui non occorrerebbe più di una evanescente Confederazione, per il resto lasciando spazio alla “gollista” Europe des Patries. Con la richiesta, peraltro contraddittoria, che l’Ue gestisca Politica estera e Difesa, cioè proprio le due competenze finora più gelose degli stati nazionali e per le quali occorre proprio passare alla forma di Federazione, attualmente ancora ben lungi dall’essere realizzata. Ma l’affermazione più interessante è stata la seguente: «Nessuno può darci lezioni di europeismo, meno che mai la sinistra perché il partito comunista e quello socialista, al tempo del trattato di Roma (fondativo della Comunità Economica) votarono contro (errore storico disastroso, n.d.r.) e il Movimento Sociale Italiano votò invece a favore con gli altri partiti». È interessante notare che quel partito che raccoglieva l’ultimo fascismo di Salò che, con il nazismo, aveva contribuito alla distruzione dell’Europa, venga  ora rivendicato da Giorgia Meloni come testimone della continuità europeista di FdI. In quegli stessi anni era presidente del Movimento Sociale un certo Rodolfo Graziani, governatore della Libia nel 1940, con il soprannome di «macellaio del Fezzan», viceré d’Etiopia, responsabile della strage di Addis Abeba compiuta tra il 19 e il 21 febbraio 1937 e da ultimo Ministro della Difesa nella Repubblica di Salò fino al 25 aprile 1945. Processato nel dopoguerra, nel 1950 aveva già lasciato le patrie galere. Certo che la fiamma nel simbolo di FdI, di derivazione missina, non viene tolta, anzi risplende più viva che mai.