Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.
(Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti, Adelphi 2012, p. 13)
Come sempre quando si legge, occorre tenere presente l’atto di interpretazione con cui carichiamo le parole. Tanto più allora quando le parole sono dense, come in una poesia,dove sono misurate e scelte con grande attenzione – a dispetto dell’indispensabile traduzione,grazie alla quale accediamo alla lettura di questo testo di Adam Zagajewski (1945-2021), autore ucraino vissuto tra la Polonia e gli Stati Uniti.
Se teniamo presente questo, possiamo supporre che leggendo questi versi il lettore ricorra alla propria esperienza,riandando con la memoria a una particolare sconfitta(tra le tante) e alle sue conseguenze. Si potrebbe, ad esempio, chiedere se davvero è riuscito a vivere più intensamente, come il poeta suggerisce. E questo, certo, gli piacerebbe, specie perché nell’orizzonte viene prospettato uno sfondo chiaro, foriero di speranza.
Tuttavia tra la sconfitta del primo verso e la vittoria dell’ultimo, in mezzo stanno l’abisso, il tè amaro, le sagome dei nemici. Ed è su queste sagome cupe che ora vorrei fermarmi, visto che è tra leragioni per cui ho scelto questo testo.
La parola “nemici” è ampiamente presente nella Bibbia: in una ricerca online risultano 369 ricorrenze (al singolare altre 127), e ben 71 nel solo libro dei Salmi. Il salmista percepisce presenze ostili, avversari che definisce genericamente “nemici”, andando così a coprire un gran numero di possibili situazioni anche molto concrete; mentre in altri casi si tratta di una riflessione sul tema del male nelle sue molteplici forme. In qualche misura si vive con la percezione di un assedio permanente, una lotta inesausta per la quale si richiede il soccorso divino.
Ma ancora più di questo senso di assedio e dentro tale percezione, ha attirato la mia attenzione la classica e fin troppo spontanea distinzione tra il noi e il loro, che separa due fazioni: con me o contro di me oppure noi e gli altri. Mi sembra di ravvisare in questa sottolineatura una facile tentazione settaria che colpisce ogni parte della nostra vita, famigliare, professionale, religiosa e non solo.
Eppure il vangelo di qualche domenica fa recitava:
E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore (Gv 10, 16)
Il buon pastore deve condurre anche le pecore di altri ovili, perché tutti diventino un sol gregge. È lo stesso buon pastore che ha insegnato ad amare il nemico e che dunque chiede di abolire ogni divisione. È diventato Lui stesso capro espiatorio perché abolissimo ogni sacrificio.
Mi pare che il poeta suggerisca la caduta di questa distinzione nel tu-me.
Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me.
Io sono l’altro, l’altro mi definisce,l’io non esiste senza un tu. E questo è riconoscimento, profezia, vittoria.






