La serata conclusiva del Festival letterario di Alghero (che quest’anno, giunto alla XIII edizione, recava il titolo “Dall’altra parte del mare. Mappe per il futuro”) ha visto l’intervento di Giada Messetti, che per quasi due ore – col sussidio di brevi video e slide − ha intrattenuto un vasto pubblico sul tema «Nella testa del dragone». Laureata in Lingue Orientali all’università di Ca Foscari, Messetti ha trascorso molti anni in Cina ed è autrice di vari libri, editi da Mondadori, sulla società cinese contemporanea: da La Cina è già qui a La Cina è un’aragosta. Come sta cambiando il gigante asiatico, sino – appunto – al recente Nella testa del dragone. Identità e ambizioni della nuova Cina. Quelli che seguono sono alcuni appunti presi nel corso di quella serata.
La Cina è tra noi (e noi siamo in Cina)
Il COVID ci ha dimostrato quanto la Cina sia vicina. Ma ancor meglio si potrebbe dire che la Cina è tra noi, con la sua economia, i suoi prodotti e i suoi capitali finanziari. Tutt’altra situazione rispetto a ciò che rappresentava l’Unione Sovietica, esterna al mercato dell’Occidente e potenzialmente alternativa ad esso. La Cina è invece pienamente integrata nel mercato globale e ne costituisce ormai uno degli assi portanti. (In certa misura vale il reciproco: anche noi siamo in Cina. Nei cinesi si riscontra una grandissima curiosità verso ciò che si fa in Occidente. E non solo verso l’attività produttiva: nelle librerie delle grandi città molti scaffali espongono testi in inglese o tradotti, anche di filosofia e letteratura).
Lo sviluppo degli ultimi decenni ha dell’incredibile, in un paese in cui – significativamente – l’espressione per domandarti se stai bene è «hai mangiato?». Per non dire della Cina pre-comunista, in cui la lotta quotidiana per la sopravvivenza impegnava gran parte della popolazione, ancora alla morte di Mao – cinquant’anni fa – nelle campagne la denutrizione era diffusa e il livello medio di istruzione rasentava il semianalfabetismo. Oggi si moltiplicano le università d’eccellenza e il livello di competenza in campo scientifico e tecnologico tende a eguagliare – su scala maggiore – quello statunitense. La rete ferroviaria ad Alta velocità in grado di collegare tutti i capoluoghi di provincia si estende per 46mila km. che diventeranno 70mila tra dieci anni: le stazioni sono simili ad aeroporti e si può viaggiare in business class con hostess.
Di fronte a un tale sviluppo, a noi viene da pensare che i cinesi abbiano seguito (con accelerazione crescente e stupefacente) le nostre orme, ovvero il cammino da noi compiuto dalla rivoluzione industriale in poi. Ciò è anche vero, per quanto in alcune scelte ci abbiano ormai preceduti: ad esempio nella straordinaria diffusione dei veicoli elettrici che ha restituito l’azzurro al cielo di Pechino, liberandola dalla nube di smog che la avvolgeva (il che non toglie che i cinesi restino tra i principali inquinatori del pianeta).
Ma ciò rischia in definitiva di nasconderci le gigantesche differenze che separano il pensiero occidentale dal loro: differenze che non riguardano soltanto gli usi e costumi (mangiano i cani – il che ci disgusta – ma nessuno si sognerebbe di mangiare un cavallo; e il famoso dragone – emblema del paese – per loro non è un mostro aggressivo ma un animale sapiente). Facendo riferimento al pensiero di Confucio, la loro è una società organicista e gerarchica, in cui l’esistenza dell’individuo trova senso solamente all’interno di una società e in funzione di essa, contribuendo a una più universale armonia. Tant’è che il male morale per noi si qualifica come «colpa», per loro come «vergogna»: da noi si può essere tormentati dal senso di colpa, da loro ci si uccide per la vergogna.
Un indizio clamoroso della diversità di vedute filosofiche è offerto dal fenomeno del «copiare» che ha accompagnato l’incremento delle attività produttive. Negli anni Ottanta e Novanta, sulla scia delle riforme di Deng, l’Occidente ha coinvolto quell’immenso paese facendolo diventare «la fabbrica del mondo»: nella divisione internazionale del lavoro, con l’arrivo in massa dei cinesi la “manovalanza globale” subiva uno scossone, con un forte incremento della manodopera disponibile a basso costo e una conseguente riduzione del costo del lavoro (e del potere contrattuale dei lavoratori anche da noi). Ma dalla pura e semplice manovalanza si è presto passati al «copiare», cominciando dai prodotti più semplici (e lì è iniziata l’invasione delle merci cinesi, che però non preoccupavano e venivano anzi guardate – con sufficienza – come paccottiglia). Senonché hanno di lì a poco imparato a «copiare» anche le tecnologie, sino a quelle più avanzate, arrivando a superarci. Dopo aver assorbito il know how lo hanno cinesizzato; e al primato della quantità si è affiancato quello della qualità. Ma anche alla base di tutto ciò vi è il pensiero confuciano, che non ritiene affatto negativo il copiare e considera l’originale non come qualcosa di sacro, ma come una “traccia” da ricalcare e poi rielaborare e cancellare.
Il «mandato celeste» dell’imperatore
L’ultima parte dell’esposizione di Messetti è stata dedicata all’attuale politica cinese e alle sue prospettive. La Cina di Xi Jinping è un regime di tipo autoritario, in cui il leader supremo ha concentrato nelle proprie mani un potere che non aveva eguale nei suoi predecessori del dopo-Mao. La sua biografia è caratterizzata da un’ascesa: dalle vicissitudini della famiglia d’origine (il padre era un dirigente del partito caduto in disgrazia e finito in carcere ai tempi della rivoluzione culturale) alla celebrità guadagnata con una lunga e impegnativa carriera e coronata dal matrimonio con una superstar della televisione (nel capodanno 1999 fu lei a presentare lo spettacolo notturno, visto da un miliardo di spettatori). Quando parlano di lui i cinesi non lo nominano: si limitano a indicare in alto.
La Cina può essere a buon diritto definita una società della sorveglianza: è impressionante il numero delle telecamere che si vedono sui lampioni; e anche la circolazione delle immagini sulle chat è controllata. Di questo autoritarismo e di questa sorveglianza i cinesi sono consapevoli, così come sono consapevoli – sull’altro piatto della bilancia – del fatto che in mezzo secolo 600 milioni di persone sono uscite dallo stato di povertà. Ora, sulla base della tradizione – per cui il China dream è un sogno non individuale ma collettivo – esiste tra la maggioranza di loro e il partito/governo un patto non scritto: le proteste – che pure ci sono, a migliaia ogni mese, più o meno duramente represse – non esploderanno finché l’economia non subirà bruschi o pesanti rallentamenti. Per questo Pechino guarda con preoccupazione ad alcuni pericoli, dalla bolla immobiliare all’invecchiamento della popolazione (nel 2035 sarà composta per un terzo da ultrasessantenni), dalla disoccupazione giovanile al fenomeno degli “sdraiati”, ovvero dei ragazzi che anziché cercare lavoro vivacchiano sulle spalle dei genitori. È vero che l’imperatore pare disporre di un potere indiscusso: ma nella visione cinese quel potere è interpretato come un “mandato celeste”: e quando cessa di garantire un ragionevole benessere alla collettività, anche una dinastia imperiale può perdere la sua ragion d’essere.
Al momento, questo esito non appare vicino. Ancor meno probabile è che possa essere favorito da pressioni militari esterne, o che il paese vada a impelagarsi in conflitti lontani dai propri confini (diversamente da quanto accaduto agli Stati Uniti e alla Russia). Nella narrazione cinese, Pechino – reduce a suo dire dal “secolo delle umiliazioni” del 1850-1950 − si presenta come garante della stabilità internazionale e della non interferenza, oltre che punto di riferimento del Sud globale. Naturalmente, quella stabilità implica la sudditanza – nel presente, o in prospettiva magari remota – di quattro aree considerate, loro malgrado, interne all’impero: Taiwan, Hong Kong, Tibet e Xinjiang. Ma come sempre si guarda ai tempi lunghi: in omaggio al detto – di matrice confuciana – di Deng: “non esibire la forza, attendi il tuo tempo”. Come nel gioco degli scacchi cinesi, l’obiettivo è accerchiare l’avversario. E nel frattempo stringere accordi, come sta tuttora avvenendo con gli Stati Uniti: il vertice di aprile tra i due presidenti ha regalato a Pechino l’ambìto riconoscimento di una sorta di parità (con gli Usa in vantaggio sui microchip e la Cina sulle terre rare).
Ma forse intanto, e in ogni caso, sarebbe bene che noi cercassimo di conoscere i cinesi almeno quanto loro conoscono noi. Gli stereotipi non hanno aiutato. Ed è già evidente che per molti versi «non li abbiamo sentiti arrivare».
Altre letture della Cina
La serata con Giada Messetti, che ha saputo trasformare la propria trattazione in uno spettacolo piuttosto avvincente, mi ha riportato alla memoria alcune letture del periodo precedente. Innanzitutto un articolo da Pechino dell’inviato speciale Alberto Caprotti, apparso su «Avvenire» il 21 giugno, che sin dal titolo proponeva una assai diversa chiave di lettura: La Cina non ci parla e non le interessa farlo. Per Caprotti il disinteresse dei cinesi nei nostri confronti è provato dal fatto che meno del cinque per cento di loro «spiccica mezza parola di inglese»; e crescerà a mano a mano che andrà diminuendo il nostro peso economico: nella «Repubblica popolare fondata sulle app, che gestiscono l’intera esistenza di chiunque», «i padroni del mondo ci osservano dalle loro metropoli scintillanti, con la pazienza di chi sa che prima o poi saremo noi a dover imparare i toni del mandarino».
Più vasta e complessa l’indagine offerta da un numero monografico di «Limes» (Il tempo della Cina, 12/2025): il cui articolo d’apertura – a firma Giorgio Cuscito – concludeva che «il progetto di occidentalizzazione della Cina non è andato a buon fine a causa della cattiva interpretazione della complessità culturale cinese, dell’opposizione del Partito comunista a un mutamento del sistema e dei primi segnali del tentato suicidio dell’impero americano»; ma avvertiva anche che «la diffusione di film e videogiochi made in China contribuisce al più o meno inconsapevole assorbimento all’estero di elementi culturali dell’Impero del Centro»
Particolarmente interessante era la successiva intervista dello stesso Cuscito a Wang Zichen, research fellow al Center for China and Globalization, che così sintetizzava l’impressione prevalente tra i cinesi: «In generale, i cittadini cinesi ritengono che l’Occidente sia in declino: l’America appare caotica, l’Europa è in crisi, mentre il nostro paese sembra più sicuro e moderno. Tuttavia, la gente continua ad apprezzare la tecnologia, le università e alcune idee provenienti dall’Ovest. E quando possono permetterselo i genitori mandano ancora i figli all’estero».






