Commento al vangelo della 17ª domenica: Mt 13,44-52
Delle cosiddette “nuove” parabole, cioè presenti solo nel vangelo di Matteo, quelle odierne del tesoro e della perla sono le uniche due gioiose e non terroristiche. Esse evidenziano chiaramente la preziosità del Regno e il suo valore inestimabile di assoluta novità che ti trascina esistenzialmente.
L’ossessione del moralismo. È assolutamente irrilevante che l’azione, il mezzo sotterfugio dell’uomo (che nasconde il tesoro al proprietario del campo) sia da considerarsi lecito o meno. Le sceneggiature delle parabole sono amorali (ben diversamente dai racconti esemplari); esse hanno in genere un significato etico solo nella pointe e nella conclusione, non nelle scene del decorso che possono essere sorprendenti e, come diceva Dario Oitana, “immorali”. Gesù poteva prendere spunto anche dalla cronaca nera (come l’amministratore infedele, che probabilmente era un fatto risaputo nei “notiziari” di allora) per evidenziare in maniera plastica la sua idea unica e centrale (al limite da una rapina; non significa che sia lecito rapinare).
Tutte le restanti nuove parabole sono invece tremende: la zizzania (nella sua spiegazione allegorica, come descritta nel commento di domenica scorsa); il servo spietato (Mt 18,23-35, che leggeremo nella 24a dom.); le 10 vergini (Mt 25,1-13, nella 32a dom.); il giudizio universale (Mt 25,31ss) all’ultima domenica nella festa di Cristo Re, che tuttavia richiederà una trattazione speciale; e appunto l’odierna rete dei pesci per poi mettere i buoni nei canestri e i cattivi buttarli via, gettandoli nella fornace ardente ove sarà pianto e stridor di denti…
Tutte di giudizio infernale: l’ossessione del paranoico Matteo II. La sola cosa chiara e sicura è che ci sarà un giudizio severo, come poi nel Medio-Evo con l’accentuazione quasi esclusiva dei Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso, con l’unica preoccupazione di salvarsi l’anima, divenuta l’elemento più importante del cristianesimo.
Questa tradizione giudeo-cristiana (il Matteo II, una voce minoritaria all’interno del primo vangelo) l’ha però spostato alla fine sine die rinunciando alla Parusia imminente, e ponendo così fine allo “svarione” di buona parte della chiesa primitiva che attendeva a breve scadenza la fine del mondo.
Rete da pesca o da caccia? In 13,47-50 che significano pesci buoni o cattivi nel momento della retata? A parte qualche eccezione, i pesci non sono tutti commestibili? Ci possono essere quelli più appetibili e migliori; possono essere avariati solo ben dopo la pesca, ad es. per il caldo.
Il testo di Mt 13,47 suona in greco: «ad una rete … che raccoglie di ogni genere» (stop); pantos genous, grammaticalmente neutro, senza “di pesci”; dopo di che abbiamo il neutro plurale kala: cose buone o migliori (cfr. l’appendice), o se riferito a genous, generi buoni. E poi cose o generi peggiori: in greco sapra, cioè rancidi, acidi, sgradevoli, puzzolenti.
Solo 5 manoscritti hanno integrato col presunto sottinteso «di pesci» (ichthuon, maschile sia in greco che in latino), tra cui la Vulgata: Girolamo ha infatti aggiunto il genitivo plurale piscium, e poi con logica coerente ha cambiato il plurale neutro bona e mala nei maschili bonos e malos. Le traduzioni seguono in genere la Vulgata, ma ciò non è corretto.
Non è quindi detto che sia una rete da pesca (in greco sagênê, come l’arcaico italiano sagena) ma ad es. da caccia; che si mettano a sedere per terra (13,48) è un’espressione anomala per dei pescatori (che operano in genere sulla barca anche quando è ormeggiata a riva). Ritengo che la scena originaria fosse sulla terraferma, ove è più logico che si trovi della merce, del materiale organico avariato, soprattutto dei grassi seccati perché a contatto con luce, calore e ossigeno si ossidano (come delle patatine fritte vecchie), emanando un odore pungente e dal sapore ripugnante. È chiaramente molto più facile all’aria aperta per il caldo, che non sotto l’acqua refrigerante e ammorbidente del mare, sempre più buio in profondità. I pesci in mare non si ossidano e non puzzano.
Ipotizzo perciò una rete sull’asciutto che contiene roba di ogni genere, da selezionare a bocce ferme, con calma olimpica stando seduti, con la sapienza di Salomone (nella prima lettura di 1 Re 3,7-12) e secondo la colletta (riportata in appendice).
Si tratta di discernere le cose belle (buone e migliori) da quelle brutte, peggiori, sgradevoli, ripugnanti. Sono cose-generi: non si tratta singolarmente di persone più o meno buone, o più o meno malvage da punire con l’ossessione tipica del Matteo II per la condanna finale, ma di cose o generi (di cose) acidi e maleodoranti. Ci sono cose belle e migliori (che lascio all’immaginazione del lettore), e cose brutte, peggiori.
Si tratta di strutture inadeguate, ruoli autoritari, religioni fondamentaliste con lo spirito della crociata (è più facile morire per una religione che viverla autenticamente). Il Sitz im Leben è ecclesiale (come per la zizzania e il lievito di domenica scorsa, e pure lo scriba seguente). Attualizzando, abbiamo a che fare con funzioni gerarchiche (rifiutate da Gesù), istituzioni, congregazioni, maschilismi clericali, sacralità templare, cesaro-papismi, apparizioni, indulgenze.
Come i lefebvriani. Segue il finale sulle cose vecchie e nuove, che sembra a prima vista fuori contesto; ma così non è se, dopo le cose brutte e belle, si passa a quelle antiche e nuove, con una equiparazione fra le migliori e le nuove, e tra le peggiori e le vecchie.
Le cose antiche dello scriba/padrone di casa in 13,32 sono la Legge (termine assente in Marco), la Halaka (orale), cioè tutta la legislazione coi suoi 600 e più precetti. Il duro e sovranista Matteo II vuol salvare il più possibile tutto il giudaismo, contraddicendo Gesù. Lui amava le terne (mentre l’evangelista privilegia il 7, come il numero delle parabole in questo c. 13, e i 7 guai agli scribi-farisei di 23,13-29): riconosce che le prescrizioni più importanti siano la giustizia, la misericordia, la fedeltà (tripla), ma gli risultava assurdo e incomprensibile che Gesù avesse snobbato le decime della menta, dell’aneto e del cumino (altra terna di erbe aromatiche; Mt 23,23). È un impianto molto simile agli attuali lefebvriani, per i quali la chiesa è in rovina, precipitata nel baratro delle modernità, col suo relativismo morale e le derive della cosiddetta “nuova teologia”. Quella dei lefebvriani è una religione mitica rivolta all’indietro, al passato (per altro male interpretato), con una caratura teologica modesta se non ridicola. Loro sono Il Baluardo, come il titolo del libro del card. Ottaviani del 1961 [commentato da M. Vergottini su «Avvenire» di ieri 23 luglio 2026]. Basta una citazione: «L’atomica crea un deserto meno atroce di quello che la dottrina imperante d’una società senza Dio ha creato» (p. 280).
Da qui l’esaltazione del vecchio messale di Pio V, i loro riti antichi, e soprattutto il rifiuto del Vaticano II: un concilio che si è sforzato di adeguarsi ai segni dei tempi, nel rimettere in primo piano la chiesa dell’amore al prossimo rispetto a quella auto-referenziale della cura di sé, che si limita a “selezionare i salvati” (come i lefebvriani). Tutto in un rigoroso latino che i loro “fedeli” non capiscono”, ma proprio una lingua sconosciuta e tutto l’armamentario medievale (coi loro paramenti vetusti e sfarzosi) creano il senso del mistero e del sacro (ovviamente fasullo). Invece abbiamo bisogno di una liturgia “incantata” che irradia la suddetta testimonianza d’amore per il mondo, in una teologia che parla in parabole evangeliche e non per condanne, anatemi, scomuniche; senza bisogno di dichiararsi ostile al mondo moderno, ma per rivitalizzarlo alla luce del vangelo.
Appendice tecnica: nel NT sia kalos (bello) che agathos [il termine più appropriato e specifico per buono] ricorrono entrambi un centinaio di volte; è indubbio che kalos si porti con sé l’idea di “buono”, “meglio, migliore”, e anche “meno peggio” come in Mc 9,42: «è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo…».
Non capisco tuttavia perché ad es. in Gv 10, e in altri passi, si traduca troppo spesso con “buono”, come il famoso buon pastore, in cui invece si dice il bel pastore! Perché la morale deve sommergere l’arte e la bellezza? Quel moralismo che, soprattutto in Tommaso e nella filosofia scolastica, identifica il bello col buono! Bonum et pulchrum convertuntur (ma quando mai!).
Ottima la colletta, non la prima antica, bensì la seconda a scelta (appunto più bella e moderna): «O Padre, fonte di sapienza, che in Cristo ci hai svelato il tesoro nascosto e ci hai donato la perla preziosa, concedi a noi un cuore saggio e intelligente, perché fra le cose del mondo sappiamo apprezzare il valore inestimabile del tuo regno».
Non comparirà il commento al vangelo di domenica 2 agosto sulla moltiplicazione dei pani, che abbiamo peraltro già trattato, per chi fosse interessato, in Solo il pane è sacramentale. Riprenderemo i commenti il 9 agosto.






