Sull’episodio della ministra per le pari opportunità e la famiglia, Eugenia Maria Roccella, contestata il 9 maggio alla IV edizione degli Stati Generali della Natalità a Roma pubblichiamo due brevi pezzi: uno sul merito di Enrico Peyretti, in altro articolo, e uno sul metodo di Paola Merlo.
La ministra Roccella si duole di essere stata sottoposta «a censura», ma o ha uno scadente dizionario di italiano, o cerca di giocare con l’ignoranza della gente. Leggiamo sul dizionario Treccani la voce CENSURA: «Esame, da parte dell’autorità pubblica (c. politica) o dell’autorità ecclesiastica (c. ecclesiastica), degli scritti o giornali da stamparsi, dei manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, delle opere teatrali o pellicole da rappresentare e sim., che ha lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione, ecc., secondo che rispondano o no alle leggi o ad altre prescrizioni».
Nella vicenda Roccella il termine giusto sarebbe stato CONTESTAZIONE (sempre definizione della Treccani): «con accezione più recente, sottoporre a critica radicale sia singole persone e il loro operato o comportamento, sia organi, istituzioni, provvedimenti, programmi, ecc., soprattutto come forma di protesta e di lotta da parte dei giovani o di gruppi determinati, i quali, non riconoscendo come valide le strutture culturali, politiche e sociali di un dato sistema, mirano a metterle in crisi per ottenerne il superamento o la sostituzione».
Tra le due parole c’è un abisso dovuto alla posizione di forza. La censura c’è quando un potere dall’alto limita. La contestazione c’è invece quando il tentativo (spesso bloccato dall’alto con la forza) parte dal basso. Io quando fossi incarognita con una autorità non vado a censurarla, vado a contestarla. La ministra Roccella, buona figlia di Berlusconi, ha da lui molto probabilmente imparato l’uso strumentale delle parole e del vantaggio che questo comporta.






