Pierfrancesco Diliberto, alias Pif, ritorna sugli schermi nella doppia veste di attore e regista – nonché autore del romanzo da cui è tratto il film – con questo …che Dio perdona a tutti, che nel titolo riprende un vecchio proverbio siciliano (“Futti futti, ca Dio pirdona a tutti”), in cui traspare un’ombra di cinismo: come a dire, “fa’ quel che ti piace e ti conviene, perché l’impunità è garantita”. Ma la storia del protagonista Arturo – come spesso accade ai personaggi di Pif – è un continuo confronto/scontro con le ipocrisie e i vizi e i tabù della nostra società, e in particolare della sua Sicilia.
Arturo è un agente immobiliare cinquantenne. Ha perso la fede all’età di dieci anni, in occasione della memorabile partita Italia-Brasile del 1982. In quella circostanza ha pregato con grande devozione: ma nel momento del tripudio ha compreso che il medesimo Dio che esaudiva la sua preghiera aveva respinto quella di un bambino brasiliano. Da allora ha trovato il suo paradiso nei dolci, di cui è estimatore e intenditore, al punto da esibire sui social la propria competenza. Sino al giorno in cui l’incontro con Flora – bellissima, e pure esperta pasticciera – imprime una svolta alla sua vita.
Tra i due, emerge un’unica importante differenza: lei è una cattolica fervente e devota. Ma Arturo sceglie di nascondere il proprio agnosticismo e simulare, finché non viene smascherato dagli eventi. Alla crisi che segue, non può che reagire ubriacandosi di dolciumi: e il picco glicemico prodotto da una overdose di cannoli, cassate e sciù ha un effetto allucinatorio inatteso, che è la comparsa di papa Francesco che inizia a dialogare con lui e gli regala un piccolo Vangelo, invitandolo a smettere di fingersi cristiano, ma provare ad esserlo.
Senonché i cambiamenti che si registrano successivamente in Arturo lasciano esterrefatti amici e conoscenti, e la stessa Flora, costretta a spiegargli che l’astinenza dal sesso prematrimoniale è roba di altri tempi, o sgomenta perché lo vede rientrare senza l’auto o gli abiti che ha donato ai terremotati, o perché di propria iniziativa ha deciso di ospitare nella loro casa un immigrato.
Il cattolicesimo agnostico di Pif
Per quanto il finale sia quello di una commedia romantica, il film evidenzia la distanza che intercorre tra i diversi cattolicesimi: quello dei tradizionalisti, dei bempensanti, o dei “cattolici da salotto” – come vengono definiti – legati alle consuetudini e alle apparenze di un ritualismo di facciata; e quello di un radicalismo evangelico mirabile ma per certi versi stravagante.
La figura di papa Francesco rimane forse ingessata in uno stereotipo agiografico, appena alleggerito – nei titoli di coda – dalle immagini dell’incontro avvenuto nel 2017 tra il regista e il pontefice (che al ricordo delle scuole frequentate presso suore e salesiani rispondeva: “E’ per questo che sei agnostico?”). Più convincente e graffiante – in quanto leit motiv del cinema di Pif – risulta l’ironia con viene rappresentata la società mafiosa, che in modo interessato confonde il “perdono” con l’omertà verso la corruzione. Mentre di godibile leggerezza appaiono le scene in cui il piacere del gusto si accosta a quello dell’eros, e l’estasi del palato all’incontro amoroso.
Tra le battute conclusive, una sembra efficacemente celebrare il trionfo del dubbio: “Ma alla fine … chi ha sbagliato strada? La pecorella smarrita o le altre novantanove?”.






