Paul Bäumer è uno studente diciannovenne; insieme ad altri compagni di classe si arruola nell’esercito imperiale tedesco, spinto dalla propaganda di alcuni insegnanti che tessono le lodi dell’orgoglio nazionale e dell’onore militare. Giunto al fronte ben presto si rende conto della tragica realtà e, mentre i suoi compagni cadono ad uno ad uno, svanisce anche quello slancio cameratesco e giovanile che aveva portato al loro arruolamento. Muore anche lui negli ultimi giorni di guerra, ma nessuno se ne accorge: Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Im Westen Nichts Neues è il titolo originale, ancora in caratteri gotici, del romanzo biografico di Erich Paul Remark (Osnabrückh, 1898− Locarno, 1970). In omaggio alla madre, di origini francesi, aveva cambiato il cognome in Remarque (sostantivo comune dal significato di nota, commento, osservazione…) e il nome in Erich Maria. I suoi libri furono bruciati nei roghi nazisti e in Italia la prima traduzione del 1931, dopo molte difficoltà, ebbe l’autorizzazione per la stampa, ma non per la distribuzione. «Edizione per l’estero», precisava una dicitura. L’autore fu privato della cittadinanza tedesca e riparò in Svizzera. Remarque scrisse altri romanzi, alcuni dei quali trasformati anche in film di pregio. Uno in particolare mi torna alla mente, sempre su vicende di guerra: Tempo di vivere, tempo di morire (or. Eine Zeit zu leben, eine Zeit zu sterben, titolo evidentemente ispirato al Qohelet biblico). Il pensiero corre a lontani ricordi dei primi anni ’60, e ai cineforum che i padri gesuiti Morra e Piras (ferocemente anticomunisti), organizzavano nella vecchia sede del Sociale, in Via Arcivescovado. Comprendevano anche i film tratti dai romanzi di Remarque. Ripensandoci adesso: mica male come livello culturale. A noi, allora, giovani matricole ventenni, importava di più poter accompagnare a casa, dopo le proiezioni, le nostre compagne di liceo o di Università.

La vicenda di Paul Bäumer mi ha sempre ricordato, in tutte le guerre, quella dei più sfortunati, di coloro che muoiono a un passo dalla pace. Ne Il provinciale (prima edizione del 1991, non riportato purtroppo nella successiva del 2007), Giorgio Bocca delinea magistralmente il clima degli ultimi giorni di guerra. Tutti ormai attendevano la fine dei combattimenti, nessuno, neanche i più coraggiosi, volevano più uscire in pattuglia, alcuni si defilavano, altri si nascondevano. La loro vita si apriva ai progetti e ai sogni, quella vita che avevano rischiato di perdere ogni giorno, per tanto tempo, ora la volevano vivere, in pace. Ne avevano il diritto.

Diversa e più ambigua è la situazione del personaggio di Beppe Fenoglio. «Johnny pensò che un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città, la sera della sua morte». Nel romanzo pare ci siano due diversi finali, in uno Johnny sopravvive, nell’altro no. In ogni caso, siamo agli sgoccioli: «Due mesi dopo la guerra era finita». Questa la frase conclusiva del libro. Nell’apprezzabile film di Guido Chiesa (2000) non ci sono invece dubbi. Nell’ultimo scontro arriva un fermo immagine, agghiacciante, con un lunghissimo eco della pallottola fatale.

Altri casi sullo stesso tema meritano di essere ricordati. Bruno Buozzi, sindacalista socialista, muore assassinato in località la Storta, presso Roma la notte antecedente il 4 giugno 1944, giorno della liberazione di Roma da parte degli Alleati. Pare che l’ordine di fucilazione sia partito da Erich Priebke, allora vicecomandante delle SS nella capitale. Buozzi morì insieme ad altri 13 prigionieri.

Particolarmente commovente il caso di Franco Prato, ricordato dal fraterno amico Lorenzo Rolle, in una lettera scritta da quest’ultimo nel 2008. Coetanei, nati nel 1929, si erano conosciuti al Santuario di Vicoforte, nei pressi del quale Lorenzo andava in vacanza con la famiglia, mentre Franco vi abitava stabilmente. Vivono insieme tutto il periodo della guerra. Il 10 giugno 1940, mentre Lorenzo è euforico («la guerra sarà breve, tutto finirà presto e bene per noi…»), Franco è prudente e riflessivo («non vedrò la fine di questa guerra», sussurra all’amico). Dopo l’8 settembre 1943 i due amici, quattordicenni, aiutano in qualche modo i partigiani della zona, incappando anche in un rastrellamento tedesco. Arriva la fine delle ostilità. È la notte del 29 aprile 1945: i tedeschi, in rotta, attraversano il Piemonte verso nord. Lorenzo invita Franco a passare la notte con lui e la sua famiglia che abita lontano dalla strada principale, dove si trova invece la casa di Franco. Lui ringrazia ma non accetta. Un reparto di partigiani attacca la colonna e un militare muore, scatta immediata la rappresaglia. Soldati tedeschi entrano nella casa più vicina e ammazzano tutti gli occupanti: era l’abitazione della famiglia Prato. «Franco, i genitori e la sorella sono stati sepolti a Fiamenga, sulla collina che sovrasta il Santuario – conclude Lorenzo nella sua lettera. «Ci vado spesso. Rimango a lungo a pregare sulla tomba di Franco, 15 anni, ucciso dai tedeschi a guerra praticamente finita. Vi è una fotografia, il mio amico rimasto giovane e bello mi sorride». Paolo Verri su «La Stampa» del 1° maggio 2025, rievocando la vicenda dei  due amici, così si esprime: «Lorenzo Rolle (brillante carriera di Segretario dell’Unione Industriale di Torino) amava leggere e riflettere sulla storia e aiutava così tutti i presidenti succedutisi in Via Fanti, dote che abbiamo ritrovato … risistemando i suoi archivi. Franco è stato una sua stella polare: l’amico perduto che ti fa apprezzare l’amicizia, per sempre. Da novembre (2024) è anche lui a Fiamenga, accanto alla sua amata Didi, e a Franco che lo aspettava lì da 80 anni».

Il Comune di Oulx, insieme all’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Chiomonte e ad altri enti, alcuni anni fa ha disegnato nelle vie e piazze intitolate ai partigiani locali un percorso illustrativo in modo che non se ne perda la memoria. Iniziativa lodevolissima. Oltrepassato il ponte sulla Dora c’è una breve via, non più di 50 metri, dedicata a Giuseppe Faure Rolland, nato ad Oulx il 24 marzo 1918. Un bel volto di montanaro, gran lavoratore, con l’abito da festa, scuro, camicia bianca e cravatta per le grandi occasioni. Un lievissimo sorriso. Il 27 aprile 1945, i tedeschi lasciano l’Alta valle diretti a Susa, seguiti dalle formazioni partigiane che controllano la ritirata. Nei pressi di Exilles scoppia una mina sulla strada statale, accidentalmente. Giuseppe Faure Rolland è gravemente ferito, riportato ad Oulx, qui morirà il giorno successivo. Aveva 27 anni.

A questi protagonisti della storia sento di dover essere doppiamente grato. Non solo perché «morirono perché tu potessi vivere in libertà» come sta scritto nel parco della Rimembranza di Oulx, sulla roccia che ricorda la Resistenza, ma anche perché ho potuto vivere molto a lungo, in pace. Quasi che la vita a cui loro avevano diritto e che non hanno potuto vivere, l’avessi ereditata, immeritatamente, per un oscuro disegno del destino.

In un recentissimo libro (febbraio 2026) Lucetta Scaraffia afferma la difficoltà crescente di parlare della Shoah, dopo le tragiche scelte genocidarie del governo israeliano e la scelta politica della “guerra infinita”, con conseguente infinito massacro: «Oggi non sono più così sicura che la condanna (della malvagità del nazismo) sia unanime, oggi quella presa di distanza sembra essere dissolta: non solo in Germania e in Austria … ottengono un certo successo nostalgie naziste, ma ovunque si risvegliano ondate pericolose di antisemitismo, travestito da antisionismo. Comincio a pensare che il processo di Norimberga non sia servito a molto… Era troppo duro vedere le proprie colpe, era più facile incolpare per tutto, la follia collettiva del nazismo…» (Ebrei senza saperlo, memorie nascoste, p. 113).

Fatte le debite proporzioni, analogo disagio in questa Italia governata dalla destra, si inizia a provare, parlando di Resistenza. Ce lo ricorda un altro  recente saggio (aprile 2025) di Mirella Serri che con cura certosina ripercorre una mole di documenti, per concludere con un titolo e un sottotitolo assai significativi: Nero indelebile, le radici oscure della nuova destra italiana. Copertina nero catrame, titoli in bianco in lieve risalto e fiamma tricolore, quella fiamma che arde perennemente sulla tomba di Mussolini e che accompagna l’estrema destra dalla sua fondazione. 26 dicembre 1946, marchio brevettato: Movimento Sociale Italiano, reduci della Repubblica di Salò. La stessa fiamma che troviamo ancora, in piccolo riquadro, nel logo di Fratelli d’Italia, l’attuale partito di maggioranza relativa degli italiani. Una domanda è spontanea a questo punto: la nostra generazione ha ancora qualcosa da trasmettere a chi è più giovane? Io spero di sì, ma come afferma Lucetta Scaraffia, non ne sono più tanto sicuro.