Ho letto tutto il numero di Rocca, del 15 aprile, su Ernesto Buonaiuti (1881-1946) e la sua scomunica da parte della Chiesa per modernismo. Fu un travaglio della fede cristiana nel confronto con i tempi, con l’evoluzione della cultura da una visione fissista alla sensibilità per la storicità dell’essere umano, e quindi anche della fede, della lettura della Bibbia e dei Vangeli. E dunque mi chiedo anch’io: la mia fede personale ha fatto un cammino? È cresciuta o diminuita? Come è cambiata? Si è espressa partecipando o no al cammino nel tempo, insieme agli altri che sono vissuti nei novant’anni della mia vita?
Da bambino ho assimilato le fede cristiana cattolica dalla famiglia, dall’ambiente, dalla società. Sentivo il mio Babbo pregare, mente si preparava ad uscire per il lavoro: diceva le “preghiere del mattino”, chiedeva ai suoi genitori morti: ”Papà, mamma, pregate per me”. Capivo che era sincero, sentiva vero quel che diceva. La mia prima comunione fu un’emozione profonda. Poi, prima di addormentarmi, la sera, sentivo che Gesù non solo esiste, è vero, ma è presente, vicino a me, mi accompagna. Pregare non era solo il momento (abitudine o dovere!) di dire quelle parole, ma era essere in presenza, sapermi accompagnato.
A 17 anni, rispondendo a una proposta sentita alla radio scrissi una cosa sull’essere ”in grazia di Dio”, e la spedii. Forse avevo appena letto un libro di Olgiati. Ero convinto e scrivevo, più o meno, che se non sei ”in grazia di Dio”, cioè in pace con lui, senza peccati, sei perduto, e se muori vai all’inferno. Naturalmente mi sentivo in grazia di Dio, benvoluto, salvo. Distinzione netta tra graditi a Dio e non graditi. Lessi quello scritto a padre Michele – il simpatico parroco di Treschietto, quello che avviò i miei fratelli e me in montagna, in belle passeggiate (si discuteva anche della bomba atomica e della fine del mondo) – e mi accorsi che restava un po’ perplesso, in silenzio, per la rigidità di quello scritto. Mi fece un pochino ripensare.
Poi gli anni di scuola, di lavoro impiegatizio durante l’università, poi la Fuci, a Roma. Ci educava a riflettere, ci dava il senso critico. Non diminuiva la nostra fede, assolutamente no, anzi si approfondiva, ma non sentivo più un tale divisione dentro-fuori. Dio è Padre di tutti. La vita, in tutto, capivo che è un cammino, con dei riferimenti essenziali, ma è movimento, orientamento, scelte, e situazioni sfumate, non facilmente classificabili. Il senso critico non è distruttivo, ma distingue, approfondisce, vede il più e il meno. Ero cattolico regolarissimo. Ma la struttura chiesa, oltretutto vista ben da vicino, a due passi dal Vaticano, si mostrava anche “umana, molto umana”. Si poteva criticare, anche ironizzare, su aspetti sacralizzati e non tanto sacri. I canti in uso nella Fuci erano anche giocosamente anticlericali: “Li parrini tutti quanti, tutti son politicanti…”, “Il Vaticano brucerà con dentro i preti…”. Il distintivo della Fuci, sulla giacca, portava le lettere F.S.P, che volevano dire Fede Scienza Patria, fino dal clima del conciliatorismo italiano (cfr Bonomelli, ecc.) di primo Novecento, ma noi per gioco (non una volta sola) dicevamo “Facciamo Senza Preti”. Quel tanto di declericalizzazione venuta col Concilio era già tra noi. E vedevamo anche il ridicolo, o peggio, della struttura detta sacra. Però, ai nostri preti volevamo bene, era questa chiesa che ci trasmetteva e aiutava nelle fede, nella vera via del bene, della salvezza, della vita nello Spirito, sopra il male e il nulla, nell’impegno sociale.
La Fuci è stata la mia educazione matura e la mia università. Dopo, mi proposi liberamente per diventare prete, perché mi importava lavorare a portare il Vangelo. Ero proprio sincero, mi pare proprio. Non so come lo feci, meglio che potevo. Dopo dieci anni, la critica anche evangelica della separazione fra clero e popolo, e un cammino personale, mi portarono a chiedere, in pace con la Chiesa, il ritorno allo stato laicale. Rimasi impegnato nella fede e nella chiesa, in amicizia, come potevo e sapevo. La mia fede era cresciuta, maturata, mi sembra, e lo spero.
Cresciuta in che cosa? Non mi vanto di nulla. Era cambiata la comprensione e l’espressione. Non era più fede dottrinale come un tempo, ma in cammino. Capivo che l’uomo è storico, è fatto anche di tempo, di mutamenti, di ricerca, di passi, e di differenze. Le parole della fede, la lettura della Scrittura era sempre di più “simbolica”: cioè, la verità di vita viene detta per simboli, evocazioni, immagini, profezie, promesse, presenze interiori. Molto più che in definizioni letterali, quadrate. La fede non sta in scatole, ma in echi, luci, simboli. Un significato vero, luci di verità, indicazioni di vera vita, non potevano stare tutte in formule letterali, come si presentavano troppo, in quantità e in peso, il linguaggio, le forme, le regole e le strutture, e i riti della Chiesa. E capivi che altri, anche persone vicine, erano allontanati da queste forme e linguaggi, estranei come tali alla comprensione e sensibilità, anche sincerissima, di tanti che interrogavano la chiesa, anche senza parole, e poi se ne andavano delusi, o arrabbiati, o sopportandola con pazienza, ma senza la gioia di vedere luci per la vita, per le fatiche e dolori della vita, per le speranze grandi di bene, di vita sopra la morte, sopra l’assurdo del nulla incombente.
Allora nella Chiesa, nella lettura del Vangelo, della Bibbia, della dottrina, dell’organizzazione comunitaria, cercavi l’essenziale, non i fronzoli eretti a valori, a obblighi. Rispettavi, pazientavi, non facevi il ribelle, ma la fede, e il linguaggio interiore della fede, cambiava, si centrava sull’essenziale, e, all’occasione, eri anche polemico verso le forme ripetute, diventate estranee.
A quel tempo, delle posizioni più serie dei teologi critici, emarginati o silenziati da Roma, ne sentivi qualche notizia, leggevi qualcosa, poi sapevi qualcosa di Buonaiuti condannato, ma seguivi Milani, Balducci, Turoldo, Molari, (in Fuci avevamo letto Maritain e Journet) e altri, li capivi, e poi ci fu il grande Concilio, rifiutato dai lefevriani e dai preti attaccati alla maxi-gonna, tutto questo lo vivevi. Non sposavi la critica anche aspra delle comunità di base, però la capivi. La chiesa finalmente era sbarcata nel nostro tempo da una mongolfiera presuntuosa, e testimoniava per la pace e la giustizia in questo mondo, in cui Dio si è fatto carne per noi: era Chiesa profetica del regno di Dio, che viene. Niente era facile, niente perfetto, ma la direzione era giusta. La dottrina valeva, ma non era in formule rigide, quadrate, era nello Spirito che soffia vivo. Papa Giovanni (l’abbiamo incontrato, gli abbiamo parlato) non era un idolo come Pio XII. Sul peccato originale, o l’infallibilità dei papi, o le dottrine mariane, leggevi il Catechismo Olandese, e pensavi, e capivi il significato annunciato, attraverso le parole possibili nei diversi tempi successivi. E leggevi la Bibbia e i Vangeli, non schiavo della lettera ma assetato dello Spirito. E sempre di nuovo interrogavi, con tanti altri, per attingere luce, luce per vivere, per non disperare del mondo, sotto le potenze imperiali, le minacce mortali, le potenti illusioni tecnologiche, la fede nel capitalismo. Avevi fede, non più nei modi dei nonni, e pregavi come il padre di quel bambino epilettico: «Credo, Signore, aiutami nella mia incredulità». Alle definizioni classiche, roboanti, di Dio, preferivo questa: “il Vivente-che-dà-vita” .
Ed eri nella Chiesa, in una piccola modesta realtà ecclesiale, dove si pregava in unione con tutta la cattolicità, ma sapevi anche che il diritto canonico non ingabbia lo Spirito, e partecipavi anche, con la stessa fede, alla Santa Cena valdese o di altra chiesa evangelica, esattamente come all’eucarestia cattolica, e sentivi papa Francesco, nel tempio valdese di Torino, «anelare alla mensa comune». E dei ministeri affidati alle donne, o ad uomini non celibi, ti importava meno che niente: sono costumi che dipendono dai tempi e dai luoghi: non va bene in Africa, non si fa, va bene in Amazzonia, si fa. Togliere peso a ciò che conta meno, a favore di ciò che davvero conta: la fraternità, il servizio alla pace, offrire al mondo speranza attiva, contro la minaccia delle prepotenze e degli strumenti che si fanno padroni. La fede, vissuta nella Chiesa di tutti, cammina senza vincoli nel ricevere speranza e distribuirla, gratis come la riceviamo, cantata come la sentiamo.






