Sabato 8 giugno abbiamo gioito tutti insieme sinceramente per quell’italianità colorata, nuova, pulita che è salita sul podio degli Europei di atletica, mentre iniziava la tornata elettorale. Magnifico, ma qualche cosa stonava. Lasciamo perdere dov’è la Vittoria … ché schiava di Roma Iddio la creò. Lasciamo perdere soprattutto Iddio, che non crea schiavo nessuno, figurarsi la vittoria. Lasciamo perdere siam pronti alla morte: Italia chiamò. Lasciamo anche perdere che Mameli è morto per davvero, pover’uomo, da fratel massone. E infine lasciamo perdere la piemontesizzazione dell’unità d’Italia e la questione meridionale e l’autonomia differenziata. Davanti a quegli ori così colorati, così inclusivi, così poco sovranisti, l’inno nazionale è unità sincera ed entusiasmo puro, è musica resa semantica non dal testo, ma dalla gioia. La gioia che fossero primi proprio quei ragazzi lì.

Stonava, e tanto, Fratelli d’Italia. Perché di lì a tre ore saremmo andati (almeno noi testardi del 40%, «il resto del resto d’Israele») a votare. E quel nesso funzionava come un’allusione elettorale. Nelle ore sacre del silenzio imposto alla propaganda. Alla faccia della par condicio.

D’accordo, esageriamo. Anche Forza Italia marciava sull’entusiasmo sportivo e non si capiva bene la differenza fra l’inno dei Mondiali di calcio e Meno male che Silvio c’è.

Eppure, se pensiamo all’Altare della patria, è chiaro che non esageriamo. Perché davanti all’Altare della patria, il fatto che alcuni esponenti delle nostre Istituzioni sussurrino con le labbra Fratelli d’Italia (e cioè il nome del loro partito) mentre i Carabinieri suonano l’inno nazionale, non funziona. Non perché l’inno è anche il mio e non solo il loro e non perché l’incipit dell’inno nazionale deve essere necessariamente inclusivo e non suggerire soltanto una parte politica. Non per questo.

Quel ragazzo in quell’immensa pesante opprimente tomba di travertino, quel ragazzo che non ha nome e che chiamiamo ignoto, quel ragazzo che non è diventato padre, che non è diventato ferroviere o contadino o migrante in America, è nostro figlio, è nostro nipote. E noi donne, noi madri, noi sorelle, noi nonne, noi maestre e professoresse non lo lasceremo partire mai più, quel ragazzo, per andare dove lo faranno diventare eroe. Eroe e morto. Quell’inno è il suo ed è un inno inclusivo. Include tutti i ragazzi mandati a morire senza sapere perché.

Non facciamo finta, per favore, che un ragazzo del ’99 morto sul Carso, arrivando dalla Sila o dalle Langhe o dalle Valli di Comacchio, andasse consapevole a morire da eroe per Trento e Trieste. O che un ragazzo siberiano stia partendo desideroso di tornare dalla sua innamorata o dal suo innamorato “sopra lo scudo” per la libertà del Donbass russofilo. O che uno ucraino vada in trincea verso Kharkiv ad aspettare la gloria di essere fatto a pezzi per la libertà dell’Europa. O che un altro del Maine abbia attraversato l’Atlantico per porre piede intrepido in Europa e diventare subito una croce bianca di Omaha Beach. O che un ragazzino bavarese abbia consegnato i suoi sogni in nome di Deutschland über Alles, croce bianca anche lui a Pomezia o a Cassino.

Per questo l’incipit dell’inno nazionale non può essere il nome di un partito. Perché include tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Di opinioni politiche. Se il partito di madame Le Pen o di monsieur Mélenchon si chiamasse Enfants de la Patrie, questo nome ci suonerebbe immediatamente e senza dubbio inappropriato, fazioso, settario. Assurdo.

Stanno per concludedersi gli Europei di calcio e stanno per cominciare le Olimpiadi. Sentiremo il nostro inno con trepida attesa sportiva o con giustificato unificante orgoglio mentre il tricolore salirà dietro ai nostri sul podio. Che fare? Per cambiare inno e ottenere che esso sia inclusivo e che in esso si riconoscano tutti i cittadini (senza distinzione alcuna, in modo totale e non totalitario) occorrono decenni. C’è un’altra soluzione?

Susanna Conti con Marina Bert